domenica 15 febbraio 2015

LUPERCALIA antica festa di San Valentino

La Festa in onore della mitica Lupa che allattò Remo e Romolo, era la più nota festa dell’amore dell'antico calendario romano. Costituiva simbolicamente un rito di passaggio connesso alla fertilità dei selvaggi “uomini-lupo”. Prima dell'arrivo di San Valentino...



ROMA - In un tempo prima del tempo, quando uomini e dèi partecipavano insieme alla stessa "realtà magica" che unisce lo scorrere delle stagioni, dei cambiamenti, al principio stesso della vita e della morte, uno e indivisibile. 

L'antico viandante che si avventurava tra i colli della futura Roma poteva spaziare con lo sguardo sui Pagi, antesignani dei nostri villaggi, formati da nuclei di capanne, aggrappate sulle balze dei colli in un complesso chiamato Settimonzio dagli studiosi moderni. Il resto del passaggio era quello della sottostante vallata, coperta da canneti ed acquitrini e dei restanti spazi verdi animati da mandriani e pastori con greggi e armenti. 

La storia spazia dai primitivi abitanti delle caverne alla formazione dei villaggi, con l'ordinamento sociale che gli abitanti si erano dati, fino alla costituzione di un consorzio, ispirato soprattuto ad un ordine magico-religioso, che è stato definito "lega" al pari delle congreghe stipulate in Grecia: il fine era lo stesso, unire genti e culture diverse sotto il mantello protettore di divinità comuni.

« Dove adesso si trova Roma c'era un tempo il Septimontium così chiamato per il numero di montes che in seguito la città incluse all'interno delle sue mura. »
(VarroneDe lingua latina, V, 41.)

Il primo centro "proto urbano" di Roma sorse dall'unione di villaggi pre-urbani attorno alla prima metà del IX secolo a.C. 
Il Septimontium propriamente detto, era formato dalle seguenti alture, dette (montes):[3][6]
  • le due del Palatino, il Palatium ed il Cermalus;
  • la Velia, che collegava il Palatino con le pendici dell'Esquilino e che fu in parte spianato nel XX secolo per l'apertura di via dei Fori Imperiali;
  • il Fagutal, l'Opius ed il Cispius (tutte alture facenti parte dell'attuale Esquilino), ed in mezzo la Subura.[7]
Il comune romano identificato dal Septimontium, inizialmente ristretto ai soli montes, fu allargato in seguito anche ai colles (LatiarisMucialisSalutarisQuirinalis e Viminalis), come veniva identificato il comune urbano che insisteva su queste alture.[8][9]

Il termine latino Septimontium (ovvero sette monti) era utilizzato dagli antichi Romani per indicare una festività religiosa nell'area dei sette monti [1] che, come ci ricorda Varrone, rappresentò anche un concetto territoriale [2]. I "sette monti" non corrispondono ai tradizionali "sette colli" e si riferiscono ad una fase più antica dell'abitato [3]Secondo Theodor Mommsen, l'attestazione in epoca storica di una festa religiosa, sarebbe la prova dell'esistenza di un centro proto-urbano successivo a quello identificato dalla Roma quadrata [5].
Lo scrittore latino Sesto Pompeo Festo, riporta una festa che si celebrava l'11 gennaio.[4] Sembra fosse stata istituita dal re Numa Pompilio e che consistesse in una processione lungo tutti i "sette monti" (da cui il nome di Septimontium) con relativi sacrifici da celebrare presso i siti dei 27 sepolcri degli Argei (che si trovavano appunto su quelle alture) che secondo la tradizione erano gli eroici principi greci che, giunti nel Lazio al seguito di Ercole, strapparono alle popolazioni sicule e Liguri ivi stanziate, i colli su cui sarebbe poi sorta Roma.
La circostanza che la festa fosse originariamente riservata alle sole genti di stirpe latina che abitavano quei luoghi, sembrerebbe una conferma del fatto che si tratti di una festività molto antica, forse anche precedente all'epoca di Numa Pompilio, corrispondente alla prima espansione del centro urbano dal Palatino ai colli circostanti. Solo con il re Servio Tullio sembra che la celebrazione sia stata estesa anche alle genti di origine sabina abitanti il Quirinale.
In epoca imperiale si perse il significato della festa, che divenne comune a tutta la città.

Septimontium Da Wikipedia


HOMO HOMINI (FAUNUS) LUPERCUS



Nell'antica lingua degli Oschi, "ruma" sta per "colle", oppure per "zinna", in italiano: "tetta" (il nome Ruma rimanda anche a Tirrenia, figlia del re etrusco Telefo, sorella di Tarconte e Tirreno, che andò in sposa a Enea). E, forse, proprio da ruma ha origine il nome della città eterna. La dea Rumina, una "zinnona" indigena, protettrice dei lattanti e degli armenti, aveva un sacello in riva al Tevere proprio presso il fico detto ruminale 

Rumina era una dea della mitologia romana che proteggeva le donne allattanti. Il suo tempio era ai piedi del Colle palatino, adiacente al fico ruminale, un albero di fico in cui si credeva che la fatidica lupa avesse allattato i fondatori di Roma: Romolo e Remo (Wikipedia - Rumina Mitologia).



Sotto l'ombra del fico, nella stagione calda, ruminavano i buoi e i pecorari andavano al sacello della dea, a offrire il latte. Qui apparve una mattina Fauno Luperco, divinità autoctona, equivalente del greco Pan: silvano e boschereccio come i re di Alba, cacciatore di ninfe e ingravidatore di pecore, veniva a riscuotere i tributi di cacio e ricotta che i pastori gli pagavano affinché li difendesse dai lupi.

LUPERCALIA

Le cerimonie rituali in onore di Lupercus Faunus, sposo e fratello di Fauna, incarnazione femminile della Madre Natura, si svolgevano nel Lupercale, la grotta sul Palatino dove secondo la leggenda i due pastori gemelli Romolo e Remo erano stati allattati dalla mitica lupa

Fauna e Fauno (Fauna e Faunus) costituiscono un'antica coppia di divinità latine della pastorizia. Fauno è il dio che favorisce la fecondità delle greggi (il suo nome dalla radice di faveo) e le preserva dagli assalti dei lupi: onde il nome di Luperci dato ai sacerdoti del dio, di Lupercal alla sede originaria del suo culto (una grotta sul fianco settentrionale del Palatino), di Lupercalia alla sua festa principale (15 febbraio), e l'epiteto di Lupercus al dio stesso. Fauno era anche venerato come il genio dei boschi che spaventa, di notte, gli uomini con sogni e apparizioni paurose (onde il nome di Incubus); che fa conoscere l'avvenire per mezzo dei rumori del bosco, del volo degli uccelli o coi sogni (onde il suo nome di Fatuus, da fari). Nel culto, Fauno decadde presto d'importanza, soprattutto in seguito alla parte sempre maggiore data a un dio di umile origine, Silvano, forse un'ipostasi dello stesso Fauno. Identificato col greco Pan, divenne un semplice semidio mortale e si confuse con la folla dei Pani, dei Satiri, delle Ninfe. Presto fu obliterata anche la sua corrispondente femminile, l'antichissima Fauna, il cui originario attributo di Bona Dea divenne, in un primo tempo, il suo nome proprio e in seguito fu assunto dalla dea greca Damia, penetrata in Roma alla prima metà del sec. III (Treccani - Fauna e Fauno)Il tempio della Bona Dea si trovava sotto l'Aventino. Qui in un Bosco sacro le donne e le ragazze celebravano ogni anno i misteri della Bona Dea nei primi di dicembre. In essi gli uomini erano esclusi. Ercole, escluso egli stesso, aveva istituito, per vendetta, presso il suo Altare, posto poco lontano da quello della dea, cerimonie dove le donne non potevano partecipare.

Le Faunalis o Faunalia si festeggiavano a dicembre, il 5, il 13, il 14. La prima festa andava ininterrottamente dal 5 all'8 dicembre e si chiamava Faunalia Rustica. Sui suoi altari si bruciava incenso e si libava vino, immolando agnelli e capretti. Le Faunalia Primaverili, meglio conosciute come Lupercalia, precedevano il risveglio primaverile della natura invocando la protezione sulle greggi, e ricorrevano il 15 febbraio. La festa era inizialmente sabina e richiedeva un rituale di purificazione. La festa era dedicata al bere vino, a mangiare e danzare fino al mattino seguente mentre i giovani coperti solo da una pelle di lupo flagellavano con fruste leggere donne e fanciulle che incontravano fuori dalle porte delle loro case, stimolandone simbolicamente la fertilità. La festa era una specie di baccanale che si prolungava fino al mattino seguente, con scambio di gesti amorosi e, in luoghi più appartati, di accoppiamenti.

CULTO DI FAUNO E FAUNA

Presiedevano i “Luperci”, i sacerdoti di Marte, indossando pelli di lupo: i “Luperci Quinctiales” (o “Quintilii”), fondati da Romolo, e i “Luperci Fabiani” (o “Fabii”), fondati da Remo, offrivano alla dea-lupa la “mola salsa” (tritello di farro misto con il sale) preparata dalle Vergini Vestali, sacrificavano una capra (simbolo di fertilità), un cane (simbolo di purificazione) e con il sangue degli animali battezzavano due fanciulli: il sacerdote ungeva le loro fronti con la lama insaguinata usata per i sacrifici per poi ripulirle con bende di lana bagnate nel latte mentre i pargoli se la ridevano fragorosamente come prescritto dalla liturgia. 

I sacerdoti provvedevano infine a scuoiare gli animali sacrificati, indossarne le pelli e mangiarne le carni, per poi uscire dalla grotta correndo per la Via Sacra armati di “februa” (lunghe fruste di cuoio ricavate dalla pelle di capro da cui deriva il nome del mese di febbraio) in cerca di giovani donne da "fecondare". Tutti coloro colpiti dalla februa venivano "purificati".

GENS SATURNIA

Secondo alcune fonti si tratta in realtà di un rito Pelasgiano (un popolo marino "più vecchio della luna”) riconducibile alla "Golden Age", pre-Romolana, quando sul Lazio regnava il dio Saturno (non a caso tutti i latini si chiamano gens saturnia e la stessa Italia, come attestato da Virgilioterra saturnia). Le tracce conducono anche all'arcadiano Evandro - un altro mitico fondatore di Roma figlio della dea profetica Carmenta - che fondò il culto di Pan proprio, guarda caso, nel Lupercale. 

«Essi vissero ai tempi di Crono, quando regnava nel cielo; come dèi passavan la vita con l'animo sgombro da angosce, lontani, fuori dalle fatiche e dalla miseria; né la misera vecchiaia incombeva su loro [...] tutte le cose belle essi avevano» (Esiodo, Le opere e i giorni, versi 109 e seguenti)

La Golden Age, L'età dell'oro o età aurea è un tempo mitico di prosperità e abbondanza. L'espressione italiana ricalca il latino aurea aetasSecondo le leggende in quest'epoca gli esseri umani vivevano senza bisogno di leggi, né avevano la necessità di coltivare la terra perché da essa cresceva spontaneamente ogni genere di pianta, né quella di costruire navi per cercare altre terre. Non c'era odio tra individui né guerre flagellavano la terra. Era sempre primavera e né il caldo o il freddo tormentavano le genti e perciò non c'era bisogno di costruire case o di ripararsi in grotte. Con l'avvento di Giove finisce l'età dell'oro e inizia l'età dell'argento. L'involuzione della condizione umana imposta da Zeus è dovuta alla creazione, ad opera degli dei, di Pandora, la prima donna, donata all'uomo perché fosse punito dopo aver ricevuto dal Titano Prometeo il fuoco, rubato da quest'ultimo agli dei. Pandora ha un ruolo simile a quello di Eva nei testi biblici: come Eva, a causa del peccato originale, nega all'uomo la vita felice nell'Eden, così Pandora apre un otre nel quale erano segregati tutti i mali che durante l'età dell'oro erano sconosciuti tra gli uomini. Il concetto di età dell'oro è stato ripreso da Dante nella Divina Commedia. Dante si limita ad esprimere il suo pensiero al riguardo del paradiso terrestre che, a parer suo, era il luogo a cui si riferivano gli antichi greci.



"E per prima cosa costruirono un tempio a Pan Liceo – per gli Arcadi è il più antico e il più onorato degli dei – quando trovarono il posto adatto. Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale, ma noi potremmo chiamarlo Lykaion o Lycaeum.
Ora, è vero, da quando il quartiere dell’area sacra si è unito alla città, è divenuto difficile comprendere l’antica natura del luogo. Tuttavia, al principio, ci è stato detto, c’era una grande grotta sotto il colle, coperta a volta, accanto a un folto
 bosco; una profonda sorgente sgorgava attraverso le rocce, e la valletta adiacente allo strapiombo era ombreggiata da alberi alti e fitti. In questo luogo costruirono un altare al dio e fecero il loro tradizionale sacrificio, che i Romani hanno continuato a offrire in questo giorno del mese di Febbraio, dopo il solstizio di inverno, senza alterare nulla nei riti allora stabiliti”.

Il Lupercale era una grotta, poi divenuta santuario, dove i Romani veneravano il Dio Luperco (Faunus lupercus), ai piedi del Palatino. Dionigi di Alicarnasso (Antichità Romane) la descrive grande, pietrosa, ricoperta di querce, con una fonte d'acqua sul fondo. 

“C’era non lontano un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo, quindi, giunse la lupa e si nascose. Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro”.

Il Lupercale a Roma. Origine, funzioni, e fonti storiche 27 novembre 2007


Il 26 gennaio 2007 l'archeologa italiana Irene Iacopi annunciò che aveva probabilmente trovato la leggendaria grotta sotto le rovine della Casa di Augusto sul Palatino. Gli archeologi hanno rinvenuto questa cavità ad una profondità di 15 metri durante i lavori di restauro del palazzo. Il 20 novembre 2007 è stato rilasciato un primo gruppo di foto che mostra la volta della grotta, adornata di mosaici colorati e di conchiglie. Il centro della volta è decorato con un'aquila bianca, che è il simbolo del principato di Augusto. Gli archeologi sono ancora alla ricerca dell'entrata della grotta. sotto il Palatino, nei pressi del palazzo di Augusto. La grotta, situata presso le mura del palazzo di Aurelio, tra il Tempio di Apollo Palatino e la Basilica di Sant'Anastasia al Palatino, all'altezza del Circo Massimo, si trova a 16 metri di profondità, e finora è stata solo esplorata da una telecamera sonda, la quale ha mostrato una struttura di 9 metri di altezza per 7,5 di diametro, con le pareti decorate a mosaici e al centro l'aquila augustea (Wikipedia - Lupercale).

CUORE DI PAN

L'antica festa di Lupercalia evoca dunque anche l'ombra di Pan, il dio del “Panico”, figura dionisiaca collegata alla dimensione selvaggia e incontrollabile della natura - ma anche protettore dei pastori e delle selve - che incarna un'ideale di vita primitiva e comunitaria in simbiosi con l'energia panica della natura. Raffigurato con le sembianze di uomo-capra o uomo-lupo trascorre rapido le distanze, salta sulle rocce, si nasconde nei boschi per assalire le ninfe e possederle, esprimendo la sfrenata libertà di una vita senza leggi tutta immersa nel godimento.


O Musa celebra il figlio diletto di Ermes, 


dal piede caprino, bicorne, amante del clamore, che per le valli 



folte di alberi si aggira insieme con le ninfe avvezze alla danza:



esse amano calcare le cime delle impervie rupi



invocando Pan, il dio dei pascoli, dall’ abbondante chioma,



irsuto, che regna su tutte le alture nervose



e sulle vette dei monti, e sugli aspri sentieri.



Si aggira da ogni parte tra le folte macchie :



ora è attirato dai lenti ruscelli,



ora invece s’inerpica fra le rupi inaccessibili



salendo alla vetta più alta da cui si scorgono le greggi.



Spesso corre attraverso le grandi montagne biancheggianti,



spesso muove fra le colline, e fa strage di fiere,



scorgendole col suo sguardo acuto; talora, al tramonto, solitario



tornando dalla caccia, suona modulando con la siringa una musica



serena: non riuscirebbe a superarlo nella melodia 



l’uccello che tra il fogliame della primavera ricca di fiori



effonde il suo lamento, e intona un canto dolce come il miele.



Con lui allora le ninfe montane dalla limpida voce



girando col rapido batter di piedi presso la sorgente dalla acque cupe



cantano, e l’eco geme intorno alla vetta del monte.



Il dio, movendo da una parte all’altra, talora al centro della danza,



la guida col rapido batter di piedi –sul dorso ha una fulva di pelle 



di lince-, esaltandosi nell’animo al limpido canto,



sul molle prato dove il croco, e il giacinto 



odoroso, fioriscono mescolandosi innumerevoli all’erba.



Divinità della mitologia greca, dio delle montagne e della vita agreste. Il suo culto fu in origine nell’Arcadia. Nell’Inno omerico a lui dedicato è detto figlio di Ermete e della ninfa Driope, compagno di Dioniso e delle ninfe montane, protettore degli armenti, amante della danza e della musica. Munito di corna e di piedi caprini, ama i boschi e le sorgenti; è patrono del riposo meridiano, durante il quale è capace d’infondere il timore ‘panico’. Il culto di Pan, diffusosi (5° sec. a.C.) dall’Attica nel resto della Grecia e in Sicilia, raggiunse il culmine nell’età alessandrina. Solo più tardi P. fu considerato un dio universale per una falsa etimologia del suo nome (τὸ πᾶν, «il tutto») (Treccani - Pan).



“Pan che, mentre tornava dal colle Liceo, la vide, col capo cinto d'aculei di pino, le disse queste parole...». E non restava che riferirle: come la ninfa, sorda alle preghiere, fuggisse per luoghi impervi, finché non giunse alle correnti tranquille del sabbioso Ladone; come qui, impedendole il fiume di correre oltre, invocasse le sorelle dell'acqua di mutarle forma; come Pan, quando credeva d'aver ghermito ormai Siringa, stringesse, in luogo del suo corpo, un ciuffo di canne palustri e si sciogliesse in sospiri: allora il vento, vibrando nelle canne, produsse un suono delicato, simile a un lamento e il dio incantato dalla dolcezza tutta nuova di quella musica: «Così, così continuerò a parlarti», disse e, saldate fra loro con la cera alcune canne diseguali, mantenne allo strumento il nome della sua fanciulla.”


Pan è noto per il mitico flauto a lui associato detto anche SiringaL’antica leggenda narra che Pan si era invaghito della ninfa Siringa, che invece ne aveva orrore. Un giorno in cui la ninfa si vide inseguita dal fauno, per fuggire, si mise a correre nella boscaglia cadendo in uno stagno, dove annegò. Il Dio Pan, non potendo soccorrerla, potè solo raccoglierne i suoi ultimi lamenti ripetuti dalle canne che vivevano folte sulle rive. Tagliate  alcune canne se le accostò all’orecchio, ma siccome i lamenti si spegnevano, provò a soffiarci dentro riuscendo così a rinnovarli, più dolci di prima. Nacque così il primo strumento a fiato della storia, che venne chiamato Siringa di Pan.

Dal flauto di Pan, l'antichità classica ritiene sia derivata la zampogna.

SHE-WOLF



Secondo il mito della fondazione, i due gemelli Romolo e Remo, figli del dio Marte e della vestale Rea Silvia, furono miracolosamente salvati da una lupa che provvedette ad allattarli in una grotta sotto un albero di fico (ruminalus ficus), prima di essere raccolti dal pastore Faustolo che li affiderà alle cure della moglie Acca Laurentia, chiamata "lupa" per il suo passato di donna non proprio vereconda. 


Stando al racconto di LivioRea Silvia era la figlia di Numitore, discendente di Enea e re di Alba Longa. Il fratello minore di Numitore, Amulio, usurpò il trono, uccise i figli maschi del fratello e costrinse Rea Silvia a diventare una sacerdotessa della dea Vesta, per impedirle di avere una discendenza, dato che le vestali avevano l'obbligo della castità per trent'anni.[2][3][4] Per una versione il dio Marte si invaghì della ragazza e la sedusse in un bosco[5][6][5]. Livio invece riporta che Rea Silvia venne stuprata, e che per rendere meno turpe il fatto, ne dichiarò la responsabilità del dio[7]. Per altri l'autore della violenza fu un giovane pretendente, lo stesso Amulio per altri ancora.[8] Quando lo zio seppe della nascita dei due gemelli di Rea la fece uccidere,[9] per un'altra versione la fece incarcerare su richiesta della sua unica figlia cresciuta insieme a Rea, [10] e ordinò a una serva di uccidere Romolo e Remo.[11][12] La serva, tuttavia, ne ebbe pietà, li mise in una cesta e li affidò alle acque del Tevere.[4] Sempre Livio, racconta invece che l'ordine di gettare i gemelli al fiume venne da Amulio[13]. La cesta, miracolosamente, navigò tranquilla per il fiume e si arenò nel luogo dove più tardi i gemelli avrebbero fondato Roma.[4][14][15][16]Il nome Silvia sarebbe derivato da Silvana, cioè Dea delle selve, il lato selvaggio della natura. Niebuhr propose che il nome Rea significasse semplicemente colpevole e stesse a indicare, genericamente, la donna che aveva ceduto alla seduzione adulterina in un bosco. Per alcuni fu una vestale colpevole di aver perduto la propria verginità: in effetti essere seppellite vive era la pena delle vestali del fuoco sacro a Roma che tradissero il voto di castità. Per altri è l'immagine tardiva della Dea Madre che feconda la terra. Il nome Silvia sarebbe derivato da Silvana, cioè Dea delle selve, il lato selvaggio della natura. 




Gaia - Tellus 

Acca Larentia è una incarnazione della Grande Madre, la Natura Grande "prostituta" che si accoppia con chiunque e produce di tutto, dalle piante agli animali e agli uomini. 



Acca Larentia - Jacopo della Quercia

In nome della Dea fu istituita la prostituzione sacra, la ierodulia. Le sacerdotesse, in onore della Dea selvaggia, la Dea lupa, indossavano pelli di lupo e ululavano ai viandanti. Non a caso gli antichi postriboli furono chiamati "lupanari" (alcuni studiosi ritengono che in origine fosse un rituale di fertilità connesso ai cicli lunari rivolto alla Grande Madre diventato successivamente un rituale di prostituzione in seguito al passaggio dal matriarcato al patriarcato).


STORIA DELLA PROSTITUZIONE


Nella tradizione romana antica, non è mai esistita una prostituzione sacra, anzi, tale attività è considerata tra le più infime e relegata nelle case chiuse.

STORIA DELLA PROSTITUZIONE 4



Acca Larentia era anche denominata Mater Larum o "Madre dei Lari" - antenati - del resto in sanscrito Akka significa Madre, ma fu anche un nome di Demetra, Acca Demetra, in qualità di nutrice. Romolo e Remo infatti furono celebrati come Lari di Roma, gli antenati protettivi. Ciò spiegherebbe perché durante la festività dei Larentalia i sacrifici venissero celebrati dal Flaminis Quirinalis, il sacerdote di Quirino, ovvero Romolo, suo figlio. I sacrifici erano offerti ai Lares, gli spiriti benevoli degli antenati, anch'essi di origine etrusca, il cui compito era di proteggere e benedire i nuclei familiari e le loro abitazioni dalle minacce esterne. 




Acca Larenzia viene inoltre identificata con una divinità ctonia, custode del mondo dei morti, Larenta, o Larunda, come era chiamata dai Sabini. Larunda fu privata della lingua da Giove per aver riferito a Giunone dei suoi tradimenti, il Dio ordinò a Mercurio di portarla nell'Ade, ma questi se ne innamorò. Dall'unione nacquero due figli invisibili. Larunda, per non farsi scorgere da Giove, se ne stette rintanata nei boschi, divenendo una divinità delle Selve, come Rhea Silvia, e FaunaDea sposa di Fauno. Larunda appare del tutto identica alla Dea Tacita o Tacita Muta, onorata durante le Parentalia, il 18 febbraio o il 21 febbraio.

A Roma si venerava anche Angerona Dea del silenzio, protettrice degli amori segreti, guaritrice dalle malattie cardiache, dal dolore e dalla tristezza, rappresentata con l'indice della mano destra sulle labbra chiuse. Ad Angerona spettava il compito di tenere segreto il nome della città, non consentendo ai nemici di conquistarla, oltreché di presiedere un periodo dell'anno delicato come era il solstizio d'invernoNon aveva templi particolari, ma solo una statua nel tempio della dea Volupia (Voluptas), divinità di straordinaria bellezza nata dall'unione di Cupido (detto anche Amore) e Psichecon cui, a volte viene confusa. La dea veniva associata ad altre divinità, tra le quali: Opis dea romana della fertilità, dell'abbondanza e della gravidanza; Muta dea dei campi e soprattutto silenziosa anche lei.[1] La sua festa, definita Angeronalia, veniva celebrata il 21 dicembre e prevedeva una serie di riti sacrificali da compiersi presso il tempio di Volupia.

La Dea che pone il dito sulle labbra chiedendo il silenzio, l'ordine dei Fratelli Arvali lo conferma, era Dea dei Sacri Misteri, che non potevano essere rivelati. 

La festa detta Larentalia, ma anche Larentinalia o Accalia, e pure Fasti Prenestini, secondo le zone, cadeva il 23 dicembre, come racconta Macrobio, subito al termine dei Saturnali, poi Augusto la fece ripetere due volte l'anno. Per l'occasione si offrivano sacrifici ai Lari e ai Mani, gli spiriti degli antenati e gli spiriti dell'oltretomba. I festeggiamenti si tenevano al Velabro dove era la tomba di Acca. Si usava anche un curioso rituale da parte delle donne. Per scampare ai pettegolezzi e alle diffamazioni altrui, invocavano la Dea e recitavano un'orazione sopra un pesce morto dalla bocca serrata mediante un filo di lana: con questo rituale magico si chiudeva la bocca ai detrattori. 

CULTO DI ACCA LAURENTIA

L'albero di fico ebbe grande valore simbolico nel culto di Dioniso/Bacco. Col suo legno veniva preparato il sacro fallo che i greci portavano in processione in occasione delle “Phalloforie” e con cui i romani onoravano Libero/Bacco nei giorni della vendemmia. Ma la sacralità del fico, l'albero della vita, legato al principio della fecondazione e della fertilità, a Roma era anche strettamente connesso alla leggenda di Romolo e Remo. I romani lo chiamavano ficus ruminalis perché rumis era l'antico nome della mammella, con riferimento a quella offerta dalla "grande madre" lupa ai due gemelli per allattarli. Ma era connesso anche all'alimento vitale per eccellenza: il latte, poiché il fico contiene un liquido bianco, il latex, che ricorda molto da vicino il latte. Senza dimenticare infine il suo forte carattere fallico di cui il latex evoca il principio del seme fecondante. 


Nel mondo greco classico, le Falloforie, dette anche fallagogie, erano processioni solenni in onore di Priapo e Dioniso nelle quali si trasportavano enormi falli di legno, accompagnando il corteo con canti tipici, come quello che il poeta Semos di Delo mise in una sua opera teatrale: «Ritiratevi, fate posto al dio! Perché egli vuole enorme, retto, turgido, procedere nel mezzo». Nelle falloforie propiziatorie del raccolto, molto diffuse nel mondo agricolo dell'antica Grecia e poi in Italia e nei territori dominati dai Romani, le processioni con il fallo terminavano con una pioggia di acqua mista a miele e succo d'uva, indirizzata verso i campi, che rappresentava l'eiaculazione del seme origine della vita e quindi propiziava l'abbondanza del raccolto. Plutarco descrive una di queste processioni in campagna: «in testa venivano portati un'anfora piena di vino misto a miele e un ramo di vite, poi c'era un uomo che trascinava un caprone per il sacrificio, seguito da uno con un cesto di fichi e infine le vergini portavano un fallo con cui venivano irrigati i campi». (De cupiditate divitiarum, VIII, 527 D). Il contesto mitico della festa risiede nell'episodio dello smembramento di Dioniso. Il dio viene fatto a pezzi dai Titani e divorato e solo un organo viene salvato e nascosto da Pallade Atena. Questo organo, che nel mito viene chiamato "cuore", secondo Karl Kerényi è una metafora per indicare la sua parte più importante, vale a dire il fallo, vero simbolo della ζωη (zoé), la vita indistruttibile. Nel mondo classico e poi nella cultura greco-romana, il fallo era infatti considerato l'origine della vita, in quanto considerato il generatore del seme. Nel rito fallico si sacrificava un caprone e se ne occultava il fallo, che poi nella processione veniva sostituito da un enorme simulacro fallico di legno di fico (Wikipedia - Falloforia).

L'antica festa di Lupercalia prevedeva, oltre alla rappresentazione nel Lupercale, anche una simpatica lotteria a sfondo amoroso e sessuale: i nomi delle giovani vergini da fecondare e quelli dei giovani aspiranti "uomini-lupo" erano posti in bigliettini dentro due appositi contenitori; i due fanciulli battezzati con il latte durante il rito lupercale pescavano a turno un bigliettino formando così le coppie che avevano a disposizione un intero anno, fino alla nuova celebrazione, per provvedere alla fertilità di tutta la comunità, con la benedizione di Marte, Romolo, Pan, Fauno Luperco e delle "Grandi Madri" romane - RumaRea SilviaFaunaAcca Laurentia - incarnatesi nel mitologema universale noto come "She-Wolf", la Donna-Lupo.

ST. VALENTINE'S DAY



La festa di Lupercalia è stata soppressa nel momento in cui l'antico calendario romano, istituito da Romolo e revisionato da Numa Pompilio, fu ridisegnato prima da Giulio Cesare - nel calendario giuliano - e - anche se la festa fu temporaneamente restaurata prima da Augusto e poi da Anastasio - infine, definitivamente "occultata" dal calendario gregoriano tuttoggi in vigore. 

Eccoci dunque giunti alla più popolare festa dell'amore dei tempi moderni, conosciuta in tutto il mondo come "St. Valentine's Day", il giorno di San Valentino. Ma chi era costui? E cosa c'entra con la festa "sacrilega" degli "uomini-lupo"? Valentino, vescovo di Terni - città di cui è divenuto patrono dal 1644 - professava la fede cristiana all'epoca in cui il cristianesimo era perseguitato in quanto religione di matrice giudaica considerata nemica dell'Impero Romano, ancora a tutti gli effetti pagano e politeista. Valentino, che già si era messo in cattiva luce convertendo al cristianesimo il filosofo romano Cratone e suoi tre discepoli, commise il grave peccato di sposare segretamente una giovane coppia di innamorati - una ternana cristiana di nome Serapia e un centurione romano non bene identificato - andando contro l’editto dell’imperatore Claudio II - che aveva vietato ai suoi legionari i matrimoni con fedeli cristiane.

Valentino fu prima arrestato, per essersi rifiutato di abiurare la propria fede e aver tentato di convertire l'imperatore, successivamente, mentre cresceva la sua popolarità, sotto Aureliano, venne catturato e flagellato lungo la via FlaminiaInfine fu decapitato il 14 febbraio 273, a 97 anni, per mano del soldato romano Furius Placidus, agli ordini dell'imperatore Aureliano. Fu fatto santo e commemorato - secondo l’istituzione di Papa Gelasio del 496 d.C. - lo stesso giorno in cui si teneva la festa di Lupercalia. 

Narra la leggenda che, poco prima di essere giustiziato, Valentino si rese protagonista di un vero e proprio miracolo reso possibile dalla sua fede nel Cristo: il giorno 14 febbraio del 273 d.C., prima di salire sul patibolo, lasciò un bigliettino indirizzato alla figlia non-vedente del suo carceriere, Asterio, di cui si era platonicamente innamorato, che ella, miracolosamente, potè leggere. Vi era scritto: "Dal tuo Valentino".

MAGIKA ROMA




L'antico rituale del Lupercalia è stato rievocato, insieme a molte altre antiche feste  pagane, nel CD "Magika Roma", prodotto dagli Aliens in Roma.





Un'impresa non da poco: riunire il gotha della musica elettronica capitolina (in tutte le sue sfumature, dal danzereccio alla sperimentazione lacera-scroto) per un viaggio nell'antichità latina, etrusca e asiatica; partendo da simboli e riferimenti occulti disseminati nella storia, nell'architettura e nella cultura popolare di Roma, riesplorare rituali orgiastici e culti mitraici; risalire alle radici mitiche dell'Urbe, le origini medio-orientali (troiane) narrate nell'Eneide. Tutto questo con un occhio ai vecchi peplum e ai film di Tanio Boccia, l'Ed Wood di Cinecittà. Se ci fermassimo qui sarebbe solo un'operazione bizzarra, ma fin qui ho descritto il pre-testo. Come s'intuisce dalla copertina del CD, l'equazione è tra Roma e la Roma. L'intento è CELEBRARE L'ULTIMO SCUDETTO GIALLOROSSO, riletto in chiave esoterica e "magika": Totti è Divinità con cui fondersi nel momento mistico dello slogan ("Che ce frega der cileno..."), le partite sono cerimonie pagane etc. A scandire le tappe del viaggio iniziatico, brandelli di documentari su Roma e grevi battute proferite da nientepopodimeno che Nico Giraldi "Er Monnezza" (Ferruccio Amendola intento a doppiare Tomas Milian). Il CD era pronto prima che la Roma tornasse Campione d'Italia: come gli "aruspici" etruschi e romani, gli Aliens in Roma hanno previsto il futuro leggendo le viscere di una vittima sacrificale. A essere immolata è la musica dance, che qui viene aggredita, squartata, lardellata. Distribuito da Audioglobe, via Aretina 240 b/c Firenze, audioglobe@audioglobe.it



Aliens In Roma 2.001 - Magika Roma

Day of Love – the Complex Origins of Valentine’s Day

Dies Natalis


MEGALESIA (Dies Sanguinis) la Pasqua pagana


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