sabato 4 aprile 2015

MEGALESIA (Dies Sanguinis) Misteri della Pasqua Pagana


La festa in onore della Magna Mater, la Grande Madre frigia, commemorava l'arrivo a Roma, il 4 aprile del 204 a.C., della Megalesia, la statua aniconica della dea Cibele prelevata dal suo luogo di culto a Pessinunte (Pergamo) in Asia Minore, per ordine dei Libri Sibillini, al fine di stornare il pericolo costituito dalla guerra con Annibale. Giunta a Roma, la statua venne provvisoriamente collocata nel tempio della Vittoria (Aedes Victoriae) sul Palatino finché, il 10 aprile del 191 a.C., non le venne dedicato un tempio tutto suo. Insieme alla statua furono importati a Roma anche una misteriosa pietra nera e i culti misterici di Cibele... 




"Intorno scrosciano i tesi tamburi e i concavi cembali alle palmate: col rauco suono minacciano i corni, e con la frigia cadenza eccita gli animi il cavo flauto, ed in pugno, ad inizio del violento furore, portan falcetti che possano, con il rispetto che incute la maestà della dea, sbigottir gli animi ingrati e gli empi cuori del volgo... Qui sono, armato manipolo, quelli che in Grecia si chiamano Cureti Frigi, pel fatto, forse, che a volte tra loro, giostran con l'armi, e in cadenza ballan godendo del sangue..." 

Tito Lucrezio Caro, La Natura delle Cose



LA MONTAGNA SACRA

Presso gli antichi cinesi, Yin e Yang indicavano rispettivamente il lato in ombra e il lato al sole di una montagna. Ma anche la montagna stessa. 

Anche Cibele è molto probabilmente il nome di un monte (in Anatolia era venerata come Grande Madre Idea, dal monte Ida presso Troia)

Nel mito che sta all'origine dei misteri frigi, all'inizio sta una rupe, il monte Agdos. Dalla roccia, fecondata da Zeus, nasce Agdìsti, creatura ermafrodita devastatrice. In seguito all'intervento di Dioniso, che ubriaca la mostruosa creatura e la costringe a mutilarsi, Agdìsti perde le caratteristiche maschili; dal sangue della ferita sboccia un mandorlo un cui frutto rende la figlia del re SangarioNana, madre di un fanciullo: Attis. Il bambino viene esposto da Sangario (che è probabilmente una divinità fluviale) in un canneto ed è nutrito da un capro. Divenuto uomo, suscita il violento amore di Agdìsti. Questa, per impedire le nozze di Attis con la figlia del re di Pessinunte, interviene al momento della cerimonia e scatena in tutti i presenti un orgiastico furore. Attis stesso, in preda a quella esaltazione, si evira e muore ai piedi di un pino.



« Si dice che Giove [11] mentre dormiva ebbe una polluzione, e il suo seme cadendo sulla terra, dopo un po' di tempo produsse un genio che aveva entrambi i sessi, chiamato dunque Agdistis [12]. Siccome ciò incuteva molto timore agli dei, gli vennero asportate le parti virili, dalle quali nacque un mandorlo. Quando i suoi frutti furono maturi, la figlia del fiume Sangario [13] li raccoglieva mettendoli nel suo grembo, ma subito i frutti sparivano e lei si ritrovò incinta. Dopo il parto, abbandonato il neonato, un caprone se ne prese cura. Crescendo diventava sempre più bello e Agdistis se ne innamorò. Attes essendo nell'età virile, i suoi genitori lo mandarono a Pessinunte, per sposare la figlia del re; si stava già cantando l'imeneo, quando sopraggiunse Agdistis, facendo istantaneamente impazzire gli ospiti, compreso Attis e il re di Pessinunte che si tagliarono i loro organi virili. Agdistis presto si pentì di ciò che aveva fatto ad Attes, ottenendo da Giove che tutte le parti del suo corpo non potessero mai più né deteriorarsi né seccarsi.[14][15] » (Pausania, Descrizione della Grecia, Libro VII. Acaia).


Secondo la tradizione frigia, conservata in Pausania (Perieghesis, VII, 17, 10-12) ed in Arnobio (Adversus Nationes, V, 5-7), il demone bisessuale Agdistis sarebbe nato dallo sperma di Zeus caduto sulla pietra, mentre il dio cercava di accoppiarsi con la Grande Madre sul monte Agdos.[1] Gli dei dell'Olimpo spaventati dalla forza e dalla ferocia dell'essere lo evirarono: dalle gocce del sangue fuoriuscito dalla ferita nacque un albero di mandorlo (o di melograno). La figlia del fiume Sakarya (Sangarios), Nana, colse un frutto dall'albero e rimase incinta. Tempo dopo nacque il figlio che venne chiamato Attis, in quanto fu allattato da una capra (in frigio attagos), dopo essere stato cacciato sulle montagne per ordine di Sakarya.[2][3][4][5][6][7] Attis crebbe e fu mandato a Pessinunte per sposare la figlia del re Mida. Durante la celebrazione del matrimonio, Agdistis, innamorato del giovane, fece impazzire tutti gli invitati e lo stesso Attis, che si recise i genitali sotto un pino. Dal suo sangue nacquero le viole mammole. Cibele, madre degli dei, ottenne che il corpo del giovane rimanesse incorrotto. Il dio Attis è associato dagli studiosi a tutte divinità legate agli antichi riti di propiziazione della fecondità della terra, trovando corrispondenza in Adone[9][10] e in Sandan (divinità) di Tarso di Cilicia[11][12]

"Bernini-goat with infants" 

Si narra che anche Giove nella sua infanzia, salvato dalla minaccia del padre Saturno, fu allevato dalle Ninfe presso il monte Ida, a Creta, col miele e col latte della capra Amaltea.
Cybele may have evolved from an Anatolian Mother Goddess of a type found at Çatalhöyük, dated to the 6th millennium BCE.


Cibele viene generalmente raffigurata seduta sul trono tra due leoni o leopardi, spesso con in mano un tamburello e con su il capo una corona turrita. I due leoni rappresentano i personaggi mitologici di Melanione e Atalanta, trasformati in leoni da Zeus e condannati a trascinare il carro della dea come punizione per aver profanato un tempio di quest'ultima.

Archigalli - Ostia


Nelle cerimonie funebri che si tenevano in onore di Cibele durante l'equinozio di primavera, i sacerdoti della dea, i Coribanti, suonavano tamburi e cantavano in una sorta di estasi orgiastica, nel corso della quale alcuni arrivavano ad evirarsi con pietre appuntite. 

Inventori del tamburo a cornice, creavano musica basata sul ritmo ossessivo per curare l'epilessia e per sconfiggere la malinconia di ZeusLe loro danze e il frastuono delle armi battute contro gli scudi nascosero i vagiti del piccolo Zeus salvandolo dalla ferocia del padre Crono. Inoltre onoravano il pino in onore di Attis (figlio di Zeus e della Grande Madre).

Catullo descrive i coribanti come eunuchi che vestivano da donna. Virgilio riferisce che nei pressi di Avellino, nei luoghi in cui oggi sorge il santuario di Montevergine si trovava un tempio dedicato alla dea. Ancora oggi Montevergine è un luogo di culto per persone omosessuali e transessuali, che ogni anno, in occasione della festa della Candelora, si recano al santuario per accendere una candela in omaggio all'icona bizantina della Madonna che vi è conservata.[2]

Il culto della Grande Madre frigia era un culto sfrenato, dionisiaco, orgiastico. Le danze dei fedeli venivano accompagnate dal suono violento di rumorosi strumenti musicali: il flauto dritto e ricurvo, i cembali, da cui si traeva un suono acuto e metallico, il timpano - strumento caratteristico della Grande Madre - che ricorda il tamburello. 

Bassorilievo funerario di un arcigallo o alto sacerdote della Dea Cibele, proveniente da Lavinium (II secolo d.C.). Musei capitolini

I sacerdoti di Cibele (arcigallinome dato dagli antichi Romani ai sacerdoti eunuchi della Dea Cibele e del suo consorte Attis) nel corso del rito arrivavano a flagellarsi e mutilarsi come Attis - evirandosi - onorando la dea con preghiere, urla, danze ossessive che culminavano in un rapidissimo girare su se stessi.

In preda al parossismo si sentivano allora invasi dalla dea e vaticinavano. A loro veniva attribuito il potere di interpretare i sogni, il moto degli astri, il volo degli uccelli, e la capacità di esorcizzare. 

Giravano da un paese all'altro cavalcando un asino e trasportando l'immagine della Megalesia.



Cybele and Attis (seated right, with Phrygian cap and shepherd's crook) in a chariot drawn by four lions, surrounded by dancing Corybantes (detail from the Parabiago plate; embossed silver, c. 200–400 CE, found in Milan, now at the Archaeological Museum of Milan)


"…Bando agli indugi pigri del pensiero: correte insieme, seguitemi
al tempio frigio di Cibele, ai boschi frigi della dea,
dove risuona la voce dei cembali, dove rimbombano i timpani,
dove il flautista frigio emette cupi suoni dalla canna ricurva,
dove le Menadi coronate d’edera agitano con forza il capo,
dove esse celebrano le sacre orge con squillanti ululati,

dove di solito volteggia l’errabondo corteo della dea,
dove ci conviene andare veloci con impetuose danze”
Catullo
Gli Arcigalli (qualificati nelle iscrizioni come Antistites sacrorum, sacerdotes maximi, sanctissimi) venivano reclutati fra le persone più facoltose di un dato municipio o di una data colonia e la loro carica era confermata dal senato municipale e convalidata dal collegio sacerdotale dei Quindecemviri, che a Roma sovrintendeva ai culti stranieri. 

La nomina di questi sacerdoti era vitalizia e li obbligava alla residenza nel luogo ove si esercitava la loro giurisdizione religiosa; essi avevano la funzione primaria di compiere i vaticinii – ossia interpretare la volontà della Dea Madre sia nelle grandi feste di marzo sia in circostanze speciali nelle quali venivano consultati – nonché di celebrare i sacrifici del toro (taurobolii) per il bene di Roma e dell’Impero.
Il culto della Mater Magna prevedeva il sacerdozio femminile; le donne avevano il compito di preparare i candidati ai Misteri, candidati che esse nutrivano col miele della pura dottrina, sì da ricevere il titolo di Api (Melissae). Esse disponevano i seggi per l’introduzione dei mysti (i nuovi adepti), preparavano il letto funebre di Attis ed il talamo delle nozze sacre dopo la resurrezione del dio, predisponevano le immagini sacre e curavano la manutenzione degli arredi sacri. La prima sacerdotessa del tempio di Cibele in Roma è la prima delle ancelle della Grande Madre, ma non ha parità di rango con l’Arcigallo.
Il rituale della Dea prevedeva un largo uso della musica rituale, al fine di propiziare particolari stati emotivi nel fedele; nelle loro origini arcaiche tali riti avevano i caratteri già visti nel mito: la frenesia, il delirio, l’estasi, unitamente ad una musica capace di suscitare uno stato di trance

Probabilmente anche lo stile musicale, pur conservando tratti gioiosi ed esuberanti, venne modificato presso i Romani; si adoperavano strumenti musicali quali il flauto diritto (tibia) che dava un suono acuto e stridulo, ed il flauto ricurvo (keras) che dava un suono rauco lugubre, adoperati rispettivamente nel giorno di Hilaria – la festa della letizia per la resurrezione di Attis –  ed in quello della sepoltura del dio. Altri strumenti musicali erano i cembali che davano un suono acuto e forte (in consonanza con quello della tibia) ed i timpani che producevano una sonorità grave corrispondente al suono del flauto ricurvo. In tutto ciò può vedersi un’affinità col rituale dionisiaco, che rievocava e riattualizzava il mito dello smembramento e della ricomposizione del dio, con l’alternanza del dolore e dell’esultanza, del lutto e della gioia estatica.

I Misteri di Cibele e Attis Stefano Arcella


Cibele romana

Per i romani la Magna Mater non era del tutto una divinità straniera. Poiché il popolo romano, secondo la leggenda, discendeva dal troiano Enea - nativo dell'Asia Minore - l'antica divinità asiatica era anche la più antica divinità romana. Questo spiega un certo carattere di ufficialità dato al culto “metroaco” (dal nome greco della dea Megale Meter = Grande Madre).

 
LUDI MEGALENSES

Illustration of the month of April based on the Calendar of Filocalus (354 CE), perhaps either a Gallus or a theatrical performer for the Megalesia

A Cibele erano riservati due culti. Quello romano, pubblico, prevedeva una serie di Ludi Megalensi, dal 4 al 10 aprile, consistenti inizialmente in rappresentazioni teatrali che avevano luogo nell'area antistante il tempio e ai quali si assisteva dalle gradinate dell'edificio; in seguito vennero aggiunte anche gare e corse nel sottostante Circo Massimo. Oltre i Ludi, era prevista l'offerta di un piatto di erbe chiamato “moretum” e l'invito reciproco dei romani a banchetti serali - “invitationes” - che lo Stato dovette provvedere a regolamentare a causa dell'eccessiva sontuosità.

SANGUEM


Roman Imperial Attis wearing a Phrygian cap and performing a cult dance - Vatican Museums

Il culto originario, quello frigio, a carattere misterico, era invece officiato da sacerdoti rigorosamente stranieri, chiamati arcigalli, con una serie di cerimonie piuttosto cruente che avevano inizio il 15 marzo e terminavano il 28.

Il 15 marzo aveva luogo la solenne processione della corporazione dei “cannofori” (portatori di canne) che si recavano al tempio di Cibele, sul Palatino, portando tra le mani fusti di canne. La cerimonia, che portava il nome di “Canna Intrat” (Entra la Canna) ricordava un antichissimo rito agrario dedicato ad ottenere la pioggia; ma il suo preciso scopo nel rituale metroaco era quello di ricordare l'esposizione di Attis bambino in un canneto.

Seguiva un periodo di penitenza, “Castus Matris” (Digiuno della Madre), che durava fino al 22. Il 22 marzo un'altra e più significativa processione onorava la dea frigia e il giovane Attis. La corporazione dei “dendrofori” (portatori dell'albero-fallo), esponeva nel tempio Palatino un pino che essi stessi avevano reciso. Lo privavano quasi completamente dei rami, lo avvolgevano in bende di lana rosso sangue, lo decoravano con ghirlande di viole e con strumenti musicali come la siringa, e vi collocavano una statuetta del dio, trasportandolo per le strade, con una solenne processione, fino al tempio di Cibele. Attorno a quell'immagine si svolgeva il compianto per la morte di Attis. La cerimonia veniva detta “Arbor Intrat” (Entra l'Albero). Alcune fonti riferiscono di palme al posto dei pini.

Il giorno del sangue (“Dies Sanguinis” o più comunemente “Sanguem”) veniva celebrato il 24 marzo e portava al limite massimo il compianto funebre: i fedeli urlavano, si percuotevano, si ferivano e si flagellavano a sangue. Lo spargimento di sangue ricordava il sangue delle ferite di Agdìsti e di Attis da cui nacquero un melograno e le viole: aveva quindi un simbolico valore di rinascita. Il compianto terminava quando il pino veniva sepolto nel sotterraneo del tempio, dove rimaneva fino all'anno seguente. Seguiva una notte di veglia.



[...] Il compianto funebre raggiungeva il parossismo il 24 marzo, giorno della sepoltura del pino e celebrazione del Sangue; i Galli si flagellavano a sangue le braccia, si percuotevano il petto; il sangue offerto alla Dea, l’offerta sacrificale del principio vitale che esso rappresentava era un atto di fecondità, interiore ed esteriore. Sul piano interiore, offrire il sangue voleva dire compiere un dono alla dea per riceverne protezione, ossia per riarmonizzarsi col Principio femminile, visto come principio tellurico-materno. Sotto l’aspetto esteriore, era un atto inteso a propiziare la fecondità della natura. Seguiva poi la sepoltura del pino-Attis, la veglia funebre notturna con relative lamentazioni rituali, cui subentrava poi l’annuncio del sacerdote “Confidate, o iniziati, nel dio che si è salvato, poiché anche a voi ne verrà la salvezza dai dolori ” [...] . 

I Misteri di Cibele e Attis Stefano Arcella

RESURRECTION DAY


Il giorno seguente, il 25 marzo, veniva chiamato “Hilaria” (Gioia): celebrava la simbolica rinascita del dio, e la gioiosa affermazione della primavera. La rinascita di Attis veniva annunciata con la presenza di una luce nel tempio. Il 26 marzo doveva essere, come indica il nome, “Requetio”, un giorno di riposo. Alla festa della “Lavatio” (abluzione, lavacro) della statua di Cibele partecipavano fin dai tempi più antichi i “quindecemviri”; la cerimonia aveva luogo il 27 marzo: l'immagine di Cibele, su un carro, veniva portata al fiume Almone. Nella testa della statua era incastonata la pietra sacra che il 4 aprile del 204 a.C. era giunta a Roma insieme alla Megalesia. Il carro veniva spinto nel fiume e l'arcigallo bagnava la statua per poi asciugarla e cospargerla di cenere. Come sempre nei culti di Cibele la festa si chiudeva tra canti e danze e la statua tornava al suo tempio sul Palatino. Si trattava dell'ultima cerimonia prima del momento più solenne: l'iniziazione.

 
INITIUM CAIANI

L' “Initium Caiani” (caiani si riferisce al luogo in cui si svolgeva la cerimonia, un santuario frigio situato sul Colle Vaticano, sovrastante l'antico circo di Caio Caligola situato nell'area dell'attuale P.zza San Pietro). 

Culto di Cibele e Attis tra Palatino e Vaticano

Kernos - Archaeological Museum Florence - Tuscany - Italy

La formula dell'iniziazione ci è nota in tre versioni. La prima viene riportata da Clemente Alessandrino: “Ho mangiato dal timpano, ho bevuto dal cembalo, ho portato il kernos, ho giaciuto nel pastòs”. 

Firmino Materno dà la formula in latino e greco con un leggero cambiamento: “Ho mangiato dal timpano, ho bevuto dal cembalo e ho conosciuto i segreti della religione”, mentre nella versione greca la frase finale è “...sono divenuto mista di Attis”. 

L'iniziazione consisteva innanzitutto in un pasto consumato negli strumenti musicali: il timpano e il cembalo. L'accenno al "kernos" si riferisce ad una processione probabilmente accompagnata da suoni e danze durante la quale gli iniziati portavano il kernos, un largo cratere di argilla nel quale venivano accesi dei lumi. La frase finale di Clemente Alessandrino allude verosimilmente ad una “ierogamia” che attuava in modo completo e definitivo l'iniziazione misterica, l'unione col dio: gli iniziati si identificavano con Attis, realizzando così l'unione con Cibele.


Tauroctony scene on side A of a two-sided Roman bas-relief. 2nd or 3rd century, found at Fiano Romano, near Rome, now on display in the Louvre. In the upper corners are Helios with the raven, and Luna.

Mentre nel culto delle origini era considerata necessaria l'evirazione degli iniziati, in seguito questa venne sostituita dalla mutilazione di un toro; il sacrificio prendeva il nome di "taurobolio" e si svolgeva secondo un rito preciso: veniva scavata una fossa dove entrava chi intendeva celebrare il sacrificio; su un tavolato di assi forate, con cui veniva ricoperta la fossa, si immolava l'animale. Il sangue, colando attraverso i fori delle assi, bagnava il sacrificante e costituiva per lui come una promessa di salvezza e di rinascita. 

L'origine del taurobolium era orientale: venne praticato per la prima volta in Italia nel 134, a Puteoli, in onore di Venus Caelestis. Lo si ritrova nella tauroctonia, l'uccisione rituale di un toro nella religione mitraica greco-romana da parte della divinità Mitra. Una sua rappresentazione, secondo un identico schema iconografico, era affrescata al centro di ogni Mitreo.
POLITEISMO ROMANO

IL CASO DELLA MAGNA MATER

Plaza de la Cibeles - Madrid - Fontana di Cibele – XVIII secolo – di José Hermosilla e Ventura Rodríguez


Madre degli Dei immortali, 
Lei prepara un carro veloce, tirato da leoni uccisori di tori, 
Lei che maneggia lo scettro sul rinomato bastone, 
Lei dai tanti nomi, l'Onorata! 
Tu occupasti il Trono Centrale del Cosmo, 
e così della Terra, mentre Tu provvedevi a cibi delicati! 
Attraverso Te c'è stata portata la razza degli esseri immortali e mortali! Grazie a Te, i fiumi e l'intero mare sono governati! 
Vai al banchetto, O Altissima! Deliziante con tamburi, Tamer di tutti, 
Savia dei Frigi, Compagna di Kronos, Figlia d'Urano, 
l'Antica, Genitrice di Vita, Amante Instancabile, Gioconda, 
gratificata con atti di pietà! 
Dea generosa dell'Ida, Tu, Madre di Dei, 
Che porta la delizia a Dindyma 
e nelle città turrite 
e nei leoni aggiogati in coppie. 
ora guidami negli anni a venire! 
Dea, rendi questo segno benigno! 
Cammina accanto a me con il Tuo passo grazioso! 

Virgilio, Eneide

Quando la tempesta soffiava sulle cime del Berecinto e dell'Ida, era Cibele che, trainata da leoni ruggenti, percorreva il paese lamentando la fine del suo amante. Il corteggio dei suoi fedeli si precipitava dietro di lei attraverso i macchioni, emettendo dei lunghi gridi, accompagnato dallo stridore dei flauti, dai colpi sordi di tamburello, dallo scoppiettare delle nacchere e dal frastuono dei cembali di rame. Inebriati dal clamore e dal chiasso degli strumenti, esaltati dai loro slanci impetuosi, essi cedevano, esausti, sperduti, ai trasporti dell'entusiasmo sacro.


Attis - Donatello

Il grido in questione era: “Hyes Attis Hyes Attis!”. James Frazer (“Il Ramo D'Oro”) ha supposto che “Hyes” sia una forma frigia del greco "Hyes" (porco); e dunque l'esclamazione rituale “porco Attis” da quegli antichi misteri potrebbe essersi perpetuata nella omologa bestemmia cristiana contro il “padreterno”. In realtà la parola greca non è altro che un attributo che significa “pluvio”, “irrorante”, anche in senso sessuale. È quindi una vera e propria benedizione. 

L'atteggiamento di Roma nei confronti dei culti importati da paesi stranieri non fu univoco e soprattutto non fu mai connotato da una aprioristica ostilità. Al contrario, numerosi episodi storici attestano che i Romani preferivano rendersi “amiche” le divinità straniere, al fine di legittimare la supremazia di Roma sugli altri popoli: un atteggiamento pragmatico (per non dire “paraculo”). 

Un esempio illuminante è quello che si riferisce proprio all'introduzione del culto della Magna Mater. Si tratta infatti dell'unico caso in cui una religione “misterica” viene introdotta dall'Urbe in seguito a una precisa delibera statale.

Cybele, or Magna Mater (Great Mother), Phrygian/Roman goddess, 1702. Artist: Unknown


Chi è allora la Madre degli Dei? Lei è la sorgente degli Dei intellettuali e creativi, che a turno guidano gli dei visibili: lei è sia madre e sposa del mitico Zeus; venne per succedere ma anche per regnare insieme col grande Creatore; Lei ha il controllo di ogni forma di vita, e la Causa di tutte le generazioni; Lei porta facilemente alla perfezione tutte le cose che sono fatte. Senza dolore Lei porta alla nascita ... Lei è la Vergine senza Madre, al fianco dello stesso Zeus, e in assoluta verità lei è Madre di tutti gli Dei ...” 

Imperatore Giuliano “L'Apostasta”, dall' “Orazione a Cibele” composto a Pessinunte, AVC MCXV. 

"quo nunc insigni per magnas praedita terras horrifice fertur divinae... Matris imago adorna di questa insegna, l'effige della divina Madre è trasportata per vaste contrade suscitando brividi di terrore"
(Lucretius, "De Rerum Natura").

La pietra nera, simbolo di Cibele, fu portata a Roma nel 204 a.C. (al tempo della Repubblica) e posta nel Tempio della Vittoria sul Palatino. Fino al III-IV secolo d.C. le feste di Cibele e Attis si svolgevano a Roma in marzo, nei giorni intorno all'equinozio di primavera. Di quel culto resta una statua acefala, ora nell'Antiquarium del Palatino.



Le fonti antiche (Livio, Ab urbe condita, XIX, 15; Ovidio, Fasti, IV, 259; Varrone, De lingua latina, Vi, 15) testimoniano che, durante la seconda guerra punica e le campagne di Annibale in Italia, un'interpretazione dei Libri Sibillini profetizzò che il pericolo sarebbe stato allontanato solo portando in città la “Madre degli Dei”. Nel 204 a.C., il senato romano ufficializzò il culto della dea facendo venire da Pessinunte la cosiddetta “pietra nera”, simbolo di Cibele, per accogliere la quale venne costruito un tempio sul Palatino. Il 6 aprile del 204 a.C. le navi con la statua aniconica della dea approdarono alle foci del Tevere, accolte dal senato romano e da una folla festante. 

"La nave raggiunse le foci del fiume Tevere; (Scipione) secondo l’ordine ricevuto, spintosi in mare su una imbarcazione, ricevette dai sacerdoti la dea e la trasportò a terra. Le più insigni matrone della città… la accolsero … Esse si passarono la dea di mano in mano una dopo l’altra; intanto l’intera città si era slanciata loro incontro; davanti alle porte delle case dove la dea veniva fatta passare furono collocati dei turiboli dove fu fatto bruciare l’incenso, mentre si pregava la dea di entrare nella città di Roma di sua volontà e propizia. Il dodici aprile la dea fu portata nel tempio della Vittoria che si trova sul Palatino. La giornata fu proclamata festiva. Il popolo in massa recò doni alla dea sul Palatino ed ebbero luogo un lettisternio e dei ludi, detti Megalesia
Tito Livio 

Il settimo “pignus”, una grande pietra nera conica, fu prelevata non senza difficoltà nel cuore dell’Anatolia (ora Turchia) in prossimità delle rive del fiume Sangario, e giunse a Roma dalla lontana Pessinunte, che all’epoca era probabilmente la più importante città della Galazia. Per tutti era la pietra fecondata da Giove! Il suo arrivo a Roma, il 4 aprile, fu motivo di una cerimonia straordinaria, per intensità e magnificenza.

La grande pietra nera, conica, a punta, ben presto definita “l’ago di Cibele”, fu collocata nel punto più importante della città prossima ad assurgere a capitale del mondo: su un’ara allestita nel foro romano, di fronte alla Curia, la sede del Senato. Poi, dopo la vittoria di Zama, decisiva per la seconda guerra punica, la pietra fu collocata nel tempio di Nike, sul Palatino; ma pochi anni dopo fu definitivamente trasferita in un tempio appositamente costruito in onore a Cibele, accanto alla “casa di Romolo”, altro luogo simbolico di Roma.

Per commemorare l’arrivo a Roma della sacra pietra nera di Cibele e, più ancora, per ringraziare la dea per il sostegno ricevuto, furono istituiti importanti giochi noti come i Megalesia o Ludi Megalesi, che si svolgevano tra il 15 e il 18 marzo; non a caso in occasione dell’equinozio di primavera, durante il risveglio (la rinascita) della natura. E probabilmente, proprio in occasione di questi giochi, si tennero i primi combattimenti tra gladiatori, che raramente erano letali.

Guido Araldo, Il culto di Cibele a Roma

ci furono sette garanzie a tenere il potere a Roma: l'ago della Madre degli Dèi, la quadriga di argilla dei Veienti, le ceneri di Oreste, lo scettro di Priamo, il velo di Iliona, il palladio, gli ancilia »
(Maurus Servius Honoratus In Vergilii carmina comentarii ad Aen, VII, 188)

La pietra nera, detta anche "ago di Cibele", costituiva uno dei sette pignora imperii, cioè uno degli oggetti che secondo le credenze dei romani garantiva il potere dell'impero. L’Ago di Cibele (Madre degli Dèi), piccola pietra nera conica ad “ago”, di probabile origine meteoritica, era conservata nel Tempio della Magna Mater sul Palatino in una teca dentro la bocca della statua della dea. Era considerata il betilo della dea, ossia una pietra a cui si attribuisce una funzione sacra perché dimora di una divinità o si identifica con la stessa. 


Il “mito di fondazione” del culto di Cibele a Roma rivela, dietro l'impianto “religioso”, il vero significato dell'introduzione di questa divinità: Roma voleva stabilire un legame forte con i regni ellenistici, tra cui appunto quello di Pergamo, da cui proveniva la “pietra nera” (il frammento di un meteorite?), legittimando con la “romanizzazione” della divinità la sua egemonia sul mediterraneo. 

Un'analisi attenta delle fonti rivela gli aspetti politici dell'operazione: la divinità (simboleggiata dalla pietra nera), in attesa della costruzione di un tempio a lei dedicato (che sarebbe stato edificato sulla Via Sacra) venne temporaneamente accolta nel tempio della Vittoria sul Palatino. La collocazione topografica sul Palatino è significativa: Cibele veniva accolta nel punto della collina dove giacevano le memorie più antiche della fondazione di Roma e i culti ancestrali della città, Vesta e i Penati. Questo rispondeva a due esigenze: quella di inserire la dea, una dea voluta dalla plebe, nel corpo della religione tradizionale, riferendola all'origine troiana di Roma, e quella di legare la gestione del culto all'aristocrazia, epurandolo delle sue caratteristiche socialmente sovversive.



Quare magna deum mater materque ferarum et nostri genetrix haec dicta est corporis una 

Perciò essa sola fu detta Gran Madre degli dei e madre delle fiere e genitrice del nostro corpo 

Lucretius, De Rerum Natura 

La costruzione effettiva del tempio, appaltato nel 204 a.C., si completò solo nel 191 a.C. Sulla lentezza dei lavori influì sicuramente la crisi delle finanze dello stato romano dopo la guerra punica, ma la data del 191 a.C. non è casuale: si era infatti alla vigilia dello scontro con Antioco III, conflitto che schiuse a Roma le porte dei regni ellenistici. Di fatto, lo schema dell'arrivo di Cibele a Roma presenta analogie con quello dell'arrivo della stessa dea ad Atene, agli inizi del V secolo a.C. In entrambi i casi, l'introduzione avviene dopo la consultazione di un oracolo (nel caso di Atene, quello delfico) e in un contesto di turbolenze sociali e minacce belliche. Roma stessa mutuò il culto di Cibele con il consenso di Atene, modello di città-stato a cui la propaganda dell'Urbe guardava con particolare attenzione. 

Le fonti, pur con significative variazioni, attestano che le figure preposte ad accogliere e gestire il culto di Cibele furono P. Cornelius Scipio Nasica e la nobile matrona Claudia Quinta. I nomi non sono casuali: si trattava di membri di gens politicamente influenti a Roma, gli Scipioni e i Claudii, che, per motivi di propaganda politica, lottavano per gestire i “sacra”. 

Il culto di Cibele presentava due aspetti distinti: quello sfrenato e violento delle cerimonie iniziatiche e quello “ufficiale”, di stato. Nel primo caso, i sacerdoti della dea, i cosiddetti “arcigalli”, dovevano sottoporsi all'evirazione prima di accedere al sacerdozio, rievocando così la mutilazione di Attis, narrata dal mito. Le cerimonie prevedevano una danza sacra accompagnata da timpani e tamburi, via via più frenetica e ricca di salti, che culminava in un vorticoso girare su se stessi: questa fase finale di sacro furore sanciva la possessione degli adepti da parte della divinità, cosicché essi cominciavano a pronunziare profezie. Una volta raggiunto lo stato di estasi, molto frequente era l'usanza di ferirsi con spade e coltelli. 

Naturalmente, Roma si preoccupò da subito di incanalare le manifestazioni rituali nel solco della normale prassi del culto latino. Il senato, infatti, proibì da subito ai cittadini romani di partecipare alle cerimonie e di far parte dei sacerdoti della dea. Questa forma di censura si spiega con l'esigenza da parte dell'aristocrazia romana di scongiurare la potenzialità eversiva di alcuni culti stranieri (come quello bacchico). Paradossalmente, fu proprio la “censura” esercitata dallo stato a salvare il culto romano di Cibele, al contrario di quello per i Baccanali, diffusisi spontaneamente fuori dalle ingerenze della religione ufficiale, che subì una dura repressione. I misteri di Cibele, pur sottoposti ad alcune restrizioni, sopravvissero senza soluzione di continuità.

Cibele si caratterizzò da subito come “divinità salutaris”, tutelare di Roma, (rappresentata con una corona turrita, che richiamava le mura dell'urbe e ne enfatizzava il rapporto con la città) legata alla sua gloria e alle sue vicende politiche. Alla fine del II secolo a.C., Battakes, il grande sacerdote della dea, profetizzò la vittoria di Mario sui Teutoni, e nel 98 a.C. lo stesso Mario si recò in Asia Minore per compiere i sacrifici votati per ringraziare la dea (senza giungere ad evirarsi però). Sotto il governo di Augusto, e specialmente di Claudio (appartenente alla gens che aveva accolto all'inizio la dea Cibele), caddero anche le proibizioni imposte all'inizio. Augusto ne accentuò il carattere di divinità protettrice di Roma, inserendo Cibele tra le dee tutelari della casa imperiale e facendo riedificare il tempio sul Palatino, distrutto in precedenza da un incendio. 


 
IL TEMPIO DI CIBELE



Con il 204 a.C., data d'inizio della costruzione del tempio della Magna Mater, la sistemazione urbanistica e architettonica dell'area sud-ovest del Palatino venne profondamente modificata, poiché il nuovo edificio aveva un suo orientamento preciso (nord-est, sud-ovest), del tutto diverso da quelli precedenti; inoltre una grande platea occupò buona parte dell'area antistante e occidentale del tempio, mentre ad est essa consentiva il collegamento con l'area del vicino tempio della Vittoria.

La costruzione terminò nel 191 a.C., ma sono note dalle fonti altre due ricostruzioni causate da incendi, avvenuti, il primo, pochi anni dopo il 111 a.C. e l'altro in età augustea. Dagli attuali resti risulta che il tempio era corinzio a pianta rettangolare con pronao appena più piccolo della cella, prostilo e esastilo; all'interno della cella vi era un colonnato lungo le pareti (nel II sec. a.C. con capitelli ionico-italici) e un plinto in muratura per la statua di culto, collocata forse all'interno di un'edicola, inglobata nella parete di fondo. Il tempio si elevava su un imponente podio in opera cementizia che, insieme alle fondazioni poggianti direttamente sulla roccia del Palatino, misurava quasi 9 mt di altezza. Parte integrante del tempio sia nella prima che nella seconda fase fu la presenza di una vasca per scopi rituali. Nella prima fase del santuario essa era collocata nell'angolo sud-est della scalinata, incuneandosi tra l'angolo sud-ovest del podio del tempio della Vittoria e l'estremità est della scalinata della Magna Mater.

Nel 111 a.C. avviene un primo incendio nel tempio della Magna Mater, appiccato tra gli altri dall'edile Quinto Memmio che si impossessa della pietra nera. Il tempio è restaurato da Metello Numidico e il culto riprende in versione ufficiale e pacifica. Con la ricostruzione in opera cementizia del tempio e sopraelevazione dell'antistante platea, la vasca in opera quadrata e le relative scale angolari di accesso furono obliterate. Si costruì, invece, un nuovo grande bacino in opera cementizia di forma rettangolare (m. 16,50 x 3) ad ovest del podio. La struttura, che indica la necessità di grandi vasche nel rituale del culto di Cibele, era all'interno di un'ampia area rettangolare recintata sul fianco ovest del tempio, poiché la platea antistante ad esso doveva essere riservata ad una specifica funzione, probabilmente connessa agli spettacoli teatrali dei Ludi Megalenses, celebrati fin dal 194 a.C.

Nel 3 d.C. avviene il secondo incendio del tempio in circostanze misteriose dopo di che si perdono le tracce del culto della pietra nera.

Situati dietro l'area delle capanne arcaiche romulee, i resti del Tempio di Cibele sorgono nell'angolo sud-occidentale del Palatino, in prossimità delle Scalae Caci. Allo stato attuale è visibile il solo podio in opera quadrata (del 204 a.C.), con scalinata al centro del lato frontale, sul quale è cresciuto un boschetto di lecci. Tra l'altro proprio la presenza dei lecci ha fatto credere che il basamento del tempio fosse un altro (quello accanto, che è invece l'Auguratorium). Recenti scavi hanno individuato, ad est del tempio, le fondazioni e i resti del podio del tempio della Vittoria (dove era conservata in precedenza la Magna Mater), costruito nel 294 a.C. dal console Lucio Postumio Megello e al quale Marco Porcio Catone nel 193 a.C. fece aggiungere un ambiente dedicato alla Victoria Virgo.

Il resto delle murature sono in opera reticolata e posteriori all'incendio del 111, mentre le colonne in peperino giacenti accanto al podio sono di fase augustea. Queste sono le uniche cose visibili. Il fatto che si tratti effettivamente del Tempio di Cibele è comprovato oltre che dalla posizione adiacente alla Casa di Augusto, da iscrizioni con dedica alla M(ater) D(eum) M(agna) I(daea). Gli scavi hanno rinvenuto numerose terrecotte votive della prima fase del tempio che hanno chiarito interessanti aspetti del culto, come l'importanza della celebrazione dell'equinozio di primavera. Vi è poi una una mezza leggenda che individua in una misteriosa cassa, rinvenuta durante gli scavi, il contenitore della misteriosa pietra nera, ufficialmente mai ritrovata.

Alla fine del IV sec. a.C., in corrispondenza dell'espansione militare e politica di Roma nel Sud d'Italia, si verifica una sorta di rivisitazione in chiave “troiana” e, più ampiamente, ellenizzante, delle antiche memorie e dei monumenti sacri ad esse connessi. In quest'epoca si colloca significativamente la fondazione del Tempio della Vittoria, nel 294 a.C., culto che certamente si diffuse dopo le campagne di guerra vittoriose di Alessandro Magno, ma che è anche da vedere in relazione a Marte e alla sua sposa mortale Rea Silvia.

Tutta l'area appare quindi organizzata in funzione dei miti della fondazione di Roma: la Roma Quadrata, che le fonti collocano tra la l'area Apollinis antistante al tempio di Apollo e il supercilium scalarum Caci; la Casa Romuli, o tugurium Faustuli identificata con una struttura rettangolare in opera quadrata messa in luce nel corso degli scavi Vaglieri del 1907, posta immediatamente ad Ovest delle Scalae Caci; il Lupercale, sub Monte Palatino, la mitica grotta in cui furono allevati i gemelli Romolo e Remo, probabilmente alla base delle Scalae Caci; il Tempio della Magna Mater, protettrice di Roma.

L'impossibilità di esaminare da vicino quest'area (tutta recintata e continuamente sottoposta a restauro) non permette effettivi riscontri della situazione generale dell'area stressa.

L'UOVO DI ISHTAR



La parola "pasqua" (“pascha” in greco e latino) è una traslitterazione dell'aramaico “pasha” che corrisponde all'ebraico “pesah”. L'etimologia di questa parola ebraica è incerta, ma pare che il suo significato fondamentale sia "passare oltre". 

Gli antichi amavano molto riflettere sul senso delle parole, anche se non sempre in modo rigorosamente scientifico. Anche i Padri della Chiesa si sono soffermati su questa questione, assumendo posizioni diverse tra loro. Un primo gruppo di Padri - generalmente di tradizione asiana - una scuola retorica di ispirazione ellenistica - come Melitone di SardiIreneoIppolitoTertulliano - collegano il termine “pascha” con il verbo greco “páschein”, "soffrire", riferendolo quindi alla passione (“páthos”) di Cristo

Benché piuttosto ingenua, questa spiegazione coglie però quello che era il senso giudaico della pasqua. In effetti, nel giudaismo "pasqua" era diventato sinonimo di "agnello pasquale", da cui le espressioni "immolare la pasqua", "mangiare la pasqua", che troviamo anche nel Nuovo Testamento (Mt 26, 17; Mc 14, 12; Gv 18, 28). 

Questa spiegazione mette in risalto il senso tipologico dell'agnello, ponendo l'accento sulla passione del Signore nel suo significato salvifico. Da qui, il tema della Pasqua come salvezza (“sotería”). 


Un secondo gruppo (gli alessandrini, con Origene e la maggioranza dei Padri orientali e occidentali) trova un'etimologia più esatta nel termine "passaggio" (“diabasis”, “transitus”). Soggetto diventa il popolo che "passa" dalla schiavitù dell'Egitto alla Terra Promessa attraverso il Mar Rosso. 

In questo caso, viene sottolineata la tipologia battesimale, poiché con il battesimo si "passa" dalla schiavitù del peccato e dei vizi e si entra nella Chiesa. Applicata a Cristo, questa etimologia indicherà il suo "passaggio" da questo mondo al Padre, e quindi la sua passione-risurrezione, secondo le parole di Agostino

Un terzo gruppo, più esiguo (scrittori di area palestinese-antiochena, come lo pseudo-OrigeneApollinare di LaodiccaTeodoreto di CiroProcopio di Gaza), intende “pascha” come "passar-oltre" (“hypérbasis”) e pone come soggetto "l'angelo sterminatore" che, vedendo il sangue dell'agnello, "passa oltre" le case degli Ebrei, procurando loro la salvezza. Oppure, è Cristo stesso che, con la sua passione e risurrezione, è "passato oltre" i limiti della morte e comunica questo dono ai credenti in lui. 

"Cristo - scrive Apollinare di Laodicea - non ha mangiato la pasqua, ma è diventato egli stesso quella Pasqua, il cui compimento è nel Regno di Dio, quando passa oltre definitivamente la morte: ciò infatti indica la parola pasqua, che significa passar oltre" (Commento a Matteo, frammento 130). 

La parola inglese "Easter" deriva invece dal vecchio inglese "eastre", dalla dea germanica “Eostre”, dall'antico germano "ostarun", dall'antico nord-germano "austr" (a est), dall'antico slavonico "ustru" (estivo). 


Ostara (1884) by Johannes Gehrts. The goddess flies through the heavens surrounded by Roman-inspired putti, beams of light, and animals. Germanic people look up at the goddess from the realm below
Ostara (chiamata anche EostreEastre oppure Eostar) è uno degli otto sabbat pagani; si celebra il giorno dell'equinozio di primavera ed è condivisa relativamente da tutte le religioni pagane moderneLa festa è di origine germanica, infatti prende il nome da quello della dea Eostre, patrona della fertilità. La divinità si diffuse, con relativo culto e usanze festive, a tutta l'Europa toccata dalle invasioni germaniche. Essa aveva alcune affinità con divinità di culture più antiche come in Grecia, quella di Estia, e nell'impero romano Vesta

La festa di Ostara celebra la rigenerazione della natura e la rinascita della vita, coincidente con l'equinozio di primavera. Nell'antichità, per l'occasione, le sacerdotesse della dea, celebravano un particolare rito che involveva l'accensione di un cero (in seguito assimilato dalla tradizione cristiana) simboleggiante la fiamma eterna dell'esistenza. Il cero, all'interno dei templi dedicati alla dea, veniva spento solo all'alba del giorno seguente. Durante la festività venivano celebrati rituali ierogamici, anche oggi ripresi da alcune correnti del Neopaganesimo, e in particolare da alcuni gruppi wiccani, durante i quali la rinascita della vita veniva esaltata e sacralizzata attraverso l'unione sessuale. 

I popoli anglo-sassoni chiamavano il mese lunare corrispondente all'incirca al nostro aprile, Eostre-monath, e in questo periodo celebravano feste in onore della dea Eostre associata a vari aspetti connessi col rinnovarsi della vita quali la primavera, la fertilità e la lepre (per la velocità con cui prolifica). Con la diffusione del Cristianesimo la festa di Ostara venne assimilata dalla Pasqua, la cui data di celebrazione cade presso il primo plenilunio successivo all'equinozio di primavera. La nuova festa cristiana, ancora priva di un nome, in certe lingue assimilò anche la nomenclatura della vecchia festa. Ancora oggi, infatti, in inglese la Pasqua è chiamata Easter, e in tedesco Ostern

Anche parecchi elementi della tradizione antica furono inglobati dalle festività attuali, tra questi si possono citare il coniglio pasquale, simbolo di fertilità e prosperità e l'uovo, simbolo dell'embrione primordiale da cui scaturisce l'esistenza (concetto di uovo cosmico già presente in antichi miti della creazione della zona mediterranea ed in molte altre culture extra europee)

Ishtar

La dea “Eostre” è stata menzionata dal Venerabile Beda (679-735) nel suo "De Temporum Ratione", dove è messa in relazione alla primavera e alla fertilità dei campi. Infatti, il nome sembrerebbe provenire da "aus" o "aes", e cioè Est, e dunque strettamente legato al sole nascente e al suo calore. 

Del resto, il tema dei fuochi e del ritorno dell'astro è un tema ricorrente in tutte le tradizioni pasquali. Le origini di questa dea, però, non sono molto chiare: sembrerebbe una divinità nordica, anche se non viene citata nella mitologia celtica, tanto da far credere ad alcuni studiosi che si tratti di una divinità inventata dallo stesso Beda. Spiegazione non molto plausibile, data la professione di fede cristiana del venerabile, studioso di un pantheon pagano già molto ricco e variegato. 

Il Grimm, esperto di mitologia nordica, nel suo "Teutonic Mythology" descrive Eostre come una divinità pagana portatrice di fertilità e la collega alla luce dell'Est, in particolare all'equinozio di Primavera che veniva chiamato dai popoli celti "Eostur-Monath" e successivamente "Ostara". Da “Eostre” o “Ostara”, dea germanica della fertilità, i cui simboli sono uova, conigli e fiori, si può però risalire, traslitterando, anche alle dee primitive medio-orientali “Ishtar” e “Ashtoret-Astarte”), che gli studiosi laici identificano con Afrodite e con Venere, "grandi madri" dell'antico panteismo universale. 

«Che cosa significa la parola stessa di Easter? Non è un nome di origine cristiana, ma di origine caldea. Easter non è nient’altro che Astarte, uno dei titoli di Beltis, la regina del cielo... Ora, la dea assira, o Astarte, è identificata con Semiramide da Atenagora (Legatio, vol.ii. p. 179), e da Luciano (De Dea Siria, vol iii. p. 382)...Ora, nessun nome può meglio raffigurare il carattere di Semiramide, come la regina di Babilonia, che il nome di “Asht-tart”, perché significa esattamente “La donna che ha fatto le torri”... quindi, Ashturit... è ovviamente la stessa “Ashtoret”’ ebraica» (Alexander Hislop, The Two Babylons, pp. 103, 307-308).



An illustration taken from an Akkadian cylinder seal shows Ishtar (star) and her symbol, a planet with aurora-like discharge.

Ištar (adattato anche in Ishtar) è la dea dell'amore, della fertilità e dell'erotismo, dea anche della guerra, nella mitologia babilonese, derivata dall'omologa dea sumera Inanna. A lei era dedicata una delle otto porte di Babilonia. Essa aveva contemporaneamente l'aspetto di dea benefica (amore, pietà, vegetazione, maternità) e di dea terrificante (guerra e tempeste). In tutti i racconti è associata al pianeta Venere, che le comporta l'appellativo di Signora della Luce RisplendenteI suoi appellativi sono: "Argentea", "Donatrice di Semi", quindi governava anche la fertilità e il raccolto. 

In un'epoca successiva divenne anche la protettrice delle prostitute e dell'amore sessuale. Era la dea delle tempeste, dei sogni e dei presagi e distribuiva agli uomini potere e conoscenza. L'iconografia della dea è associata anche alla stella a otto punte (un simbolo che si ritrova anche nell'iconografia cristiana correlato alla Vergine Maria). Il simbolo della stella a otto punte rievoca il fatto che il pianeta Venere ripercorre le stesse fasi in corrispondenza di un ciclo di 8 anni terrestri, cosa già ampiamente conosciuta agli astronomi/astrologi sumeri. 

Nell'Epopea di Gilgamesh Ishtar rappresenta l'amore sensuale e viene descritta come innamorata via via del pastore Tammuz, poi di un uccello, di un leone, di un cavallo, di un giardiniere e in ultimo di Gilgamesh stesso, che la rifiuta a causa della crudeltà della dea, che aveva condannato a un triste destino tutti i suoi precedenti amanti. La morte di Tammuz è anche descritta nell'opera Discesa di Ištar negli Inferi, dove la dea, dopo essere discesa nell'oltretomba ed essere stata giudicata e giustiziata, rinasce scambiando il proprio corpo con quello dello sposo Tammuz. Dopo la morte di Tammuz tutte le donne, compresa la dea, assumono lo stato di lutto che dura un mese, detto appunto il mese di Tammuz. Alcune caratteristiche di questo rituale di lutto, quali per esempio il fondamentale digiuno mensile, sono state trasmesse alle cerimonie religiose islamiche. Durante la sua discesa negli inferi la terra si arresta e nulla può essere creato. 

La figura di Ishtar si trova connessa con molte altre divinità del Medio e Vicino Oriente come AnathAnutitAruruAsdarAsheratAstarteAshtorethAthtarBelitInannaInnimiKilitiMashMeniNanaNinhursagNinlil e Nintud. Da questo fatto deriva anche la grande quantità di simboli diversi associati alla dea. 

Semiramis” (“Semiramide”), leggendaria regina dell'antica Babilonia, sosteneva di essere stata concepita immacolatamente. Insegnò che la luna era una dea che passava in un ciclo di 28 giorni ed ovulava quando piena. Sostenne, inoltre, che essa scese dalla luna in un uovo lunare gigante che cadde nel fiume Eufrate. Ciò doveva accadere ai tempi della prima luna piena, dopo l'equinozio di primavera. Da quel momento, Semiramis divenne conosciuta come “Ishtar” ed il suo uovo lunare divenne conosciuto come l' "uovo di Ishtar".

Christian minister Alexander Hislop in The Two Babylons (1853)[15] - sottotitolato The Papal Worship Proved to Be the Worship of Nimrod and His Wife, cioè "Il culto papale dimostrato essere il culto di Nimrod e di sua moglie" -  claimed that Semiramis was an actual person in ancient Mesopotamia who invented polytheism and, with it, goddess worship. Hislop believed that Semiramis was a consort of Nimrod, builder of the Bible's Tower of Babel, though Biblical mention of consorts to Nimrod is lacking. According to Hislop, Semiramis invented polytheism in an effort to corrupt her subjects' original faith in the God of Genesis. She deified herself as Ishtar and her son as Gilgamesh, as well as various members of her court and her then deceased husband. In support of his claim, Hislop talked about legends of Semiramis being raised by doves. He referred to the writings by the church's Ante-Nicene Fathers to suggest that these stories began as propaganda invented and circulated by Semiramis herself, so her subjects would ascribe to her the status of Queen of Heaven and view her child as divine. Hislop believed Semiramis' child to be the Akkadian deity Tammuz, a god of vegetation as well as a life-death-rebirth deity. He maintained that all divine pairings in religions e.g. Isis/OsirisAphrodite/Cupid, and others, are retellings of the tale of Semiramis and Tammuz, and that this was then applied to Mary/Jesus in Catholicism, even though Christianity does not support a special divinity of Mary rather the Father, Son and Holy Ghost. The figure of Semiramis was later developed into the Blessed Virgin Mary, according to Hislop's book. Hislop used this in support of his claim that Roman Catholicism is in fact paganism
LA SIGNORA DI EFESO
Artemide Efesia risalente al II secolo d.C. La statua rappresenta l'immagine cultuale presente nel tempio di Artemide a Efeso. 

Artemide (in greco anticoἌρτεμις Àrtemis) nella religione dell'antica Grecia era la dea della caccia, di ciò che si pone al di fuori della città o del villaggio e anche dei campi coltivati, delle iniziazioni femminili, dei boschi, del tiro con l'arco, della verginità e anche una divinità lunare personificazione della "Luna crescente". Pur essendo vergine era adorata anche come dea del parto e della fertilità perché si diceva avesse aiutato la madre a partorire il fratello ApolloFu una tra le più venerate divinità dell'Olimpo e la sua origine risale ai tempi più antichi [1]In epoca romana fu associata alla figura di Diana, mentre gli Etruschi la veneravano con il nome di Artume. Il cervo e il cipresso erano fra i suoi simboli sacri. 



La Signora di Efeso, che I greci identificano con Artemide - Museo archeologico di Efeso, Turchia

Il Tempio di Artemide a Efeso era considerato una delle Sette meraviglie del mondo. In questa regione Artemide era adorata soprattutto come dea della fertilità, una figura simile alla dea Frigia Cibele. Le statue provenienti da questa zona la mostrano con il busto coperto di protuberanze rotondeggianti che sono state interpretate sia come seni che come testicoli di toro (che venivano offerti alla dea).[3]

Cybele, Mihail Chemiakin (1943- ), Sculpture in SoHo, New York City

IL CULTO DI ATTIS

"Presso gli altari della terra, gli Hsia piantano pini e gli Yn i cipressi". 

Così affermava Confucio nei suoi Dialoghi, parlando di immortalità. I taoisti non hanno bisogno di mangiare altro, quando si nutrono di pinoli, di aghi e di resina. Ed è la resina del pino che, colando lungo il tronco e penetrando nella terra, produce nell'arco di mille anni il fu ling, un fungo che dona l'immortalità. 

È tra le foglie sempreverdi del pino, che la tradizione scintoista fa vivere le “Kami”, le divinità. 

Nella mitologia germanica, la capra “Heidbun” bruca le cime del pino “Loradhr” e fornisce il succo di idromele, bevuto dagli eroi morti in battaglia prima di ascendere al “Valhalla”, il regno dell'oltretomba. 


a “pinecone” at the small museum at Arbeia (South Shields, near Newcastle-upon-Tyne, U.K.), which was found in that Romano-British context

Simbolo del perdurare della vita vegetativa, identificato con la pigna stretta nella mano di Dioniso, con la potenza vitale riconosciutagli nel culto di Cibele, il pino era tenuto in grande considerazione presso i Greci ed i Romani. A Roma, durante la festa di “Arbor Intrat”, si celebrava, insieme al culto di Cibele, anche quello del pino, che rappresentava la morte e rinascita di Attis, grazie all'incorruttibilità della sua resina e al suo fogliame sempreverde. 

I seguaci di Attis, in occasione dell'equinozio di primavera, erano soliti tagliare un grande albero di pino silvestre e di rendergli degli onori particolari, come se fosse il dio stesso. Autoevirazione e abbattimento del pino non sono che una sola immagine dietro quei "riti segreti" pertinenti l'autorigenerazione. 



Una versione risemantizzata dei riti pagani in onore della dea Cibele la si può contemplare nel rito de "'A Spaccata 'o pignu" (La spaccata del pino) che si svolge in Sicilia, a Palagonia (CT) la vigilia della festa di Santa Febronia (il 24 giugno): sull'altare maggiore della Chiesa Madre troneggia una grande pigna che schiudendosi svela al suo interno l'immagine della Martire, che viene incoronata e assisa in cielo dagli angeli tra scene di giubilo e grida entusiastiche dei fedeli presenti. La pigna in questo caso simboleggia il corpo mortale che libera l'anima della vergine Febronia al compimento dei vari supplizi patiti per essere consegnata all'eternità.[3]


Attis - Ostia

Attis, dal greco "Attes", è il prototipo frigio del dio della vegetazione che muore e risorge annualmente al cospetto della Grande Madre (Terra). È chiamato anche "Papas" o "Zeus Papa" ed anche "Altissimo" (“Hypsistos”). Robert Graves ("La Dea Bianca") riferisce la notizia che in un'iscrizione di origine ebraica trovata a Roma si legge: "Ad Attis, il Dio altissimo che tiene unito l'universo". Il suo culto fu omologato, nel tempo, con quello di MenSabazioMitra

Egli è, dunque, il principio che innesca il processo della generazione del mondo. Il nome stesso dovrebbe derivare da una radice designante l'idea di preminenza e sovranità: "padre" o "capo" o "alto" come riscontriamo nel nome dinastico frigio "Attalo". Del resto, gli "attalisti" erano i membri di una confraternita devota a Dioniso.


Bust of Attis wearing a Phrygian cap (Parian marble, 2nd century AD).

Sia Mitra che Attis sono raffigurati con il "pileus" o "pileum", cappello conico col quale il dio veniva raffigurato, lo stesso che, intarsiato di stelle, è diventato nell'immaginario popolare il berretto del mago. 

Attis può anche esser rappresentato solo da un pileo ornato da una stella e da una falce lunare, come nella base ritrovata a Ostia. Mitra stesso - nella sua figura di tauroktònos - può apparire esattamente nelle sembianze di Attis, come in un bassorilievo di Kerč, dove egli porta i caratteristici pantaloni aperti di Attis

image of tauroctonous Mithras-Attis from one of five plaques found in Kerch. It is taken from the book on Mithraism by Cumont. The identity of the figure in this image is not definite and is described as Mithras-Attis.

Un periodo di quaranta giorni di astinenza era anticamente osservato in onore delle divinità pagane Osiride, Adone e Tammuz (John Landseer, Sabaean Researches, pp. 111, 112). Alexander Hislops, nel suo libro Le Due Babilonie, scrive: «I quaranta giorni di astinenza della Quaresima sono una pratica derivante direttamente dagli adoratori della dea babilonese. Tale periodo di Quaresima di quaranta giorni, nella primavera, è ancora osservata dai Yezidis o Pagani adoratori del Diavolo del Kurdistan, che l’hanno ereditata dai loro primi maestri, i Babilonesi. Tale periodo di Quaresima di quaranta giorni era tenuto in primavera dai pagani Messicani… Tale periodo di Quaresima di quaranta giorni era osservato in Egitto…».


«Le uova venivano appese nei templi Egiziani. Bunsen richiama l’attenzione all’uovo mondano, l’emblema della vita generativa, uscente dalla bocca del grande dio d’Egitto. L’uovo mistico di Babilonia, che schiude la Venere Ishtar, caduto dal cielo nell’Eufrate. Le uova colorate erano offerte sacre in Egitto, come lo sono ancora in Cina e in Europa. Pasqua, o la primavera, era la stagione della nascita, terrestre e celeste».
Egyptian Belief and Modern Thought, James Bonwick

Ora la morte e resurrezione di Attis erano ufficialmente celebrate a Roma il 24 e 25 Marzo, quest’ultimo giorno essendo considerato come l’equinozio di primavera, e… secondo una tradizione antica e diffusa, Cristo soffrì il 25 Marzo… la tradizione che indica la morte di Cristo il 25 Marzo… è tanto più notevole in quanto le considerazioni astronomiche provano che non ha alcun fondamento storico… 


Quando ci ricordiamo che la festa di San Giorgio in aprile ha sostituito l’antica festa pagana dei Palilia (o Parilia); che la festa di San Giovanni Battista in giugno ha preso il posto della festa pagana dell’acqua di piena estate; che la festa dell’Assunzione della Vergine in agosto ha soppiantato la festa di Diana; che la festa dei defunti [dopo Halloween e ognissanti] in novembre è una continuazione di una festa pagana antica dei morti; e che la natività di Cristo stesso era fissata al solstizio d’inverno di dicembre perché quel giorno era considerato la natività del Sole; non possiamo essere accusati di essere temerari o irragionevoli ipotizzando che l’altra festa principale della Chiesa cristiana—la celebrazione della Pasqua—potrebbe essere allo stesso modo, e per gli stessi motivi di edificazione, adattata a una celebrazione similare del dio frigio Attis all’equinozio di primavera… è una coincidenza notevole…che le feste cristiane e pagane della morte e resurrezione divina sono celebrate nella stessa stagione… è difficile considerare la coincidenza puramente casuale» (The Golden Bough, Vol. I, pp. 306-309).

GIULIANO E LA MATER DEORUM


Cybele enthroned, with lioncornucopia and Mural crown. Roman marble, c. 50 CE. Getty Museum

MATRI DEVM SALVTARI SALVE MATER DEVM MAGNA IDAEA
SALVE O DEA MAIOR SANCTISSIMA
TE PRECOR BONAS PRECES O CYBELE BERECYNTHIA MATER DINDYMENE TE QVAESO IN CVSTODELAM NOS TVAM
VTINAM RECIPIAS ET TVTERE
TIBI OFFERO HANC ORATIONEM
VT DES PACEM PROPITIA SALVTEM
ET SANITATEM NOSTRAE FAMILIAE
VTI SIS VOLENS PROPITIA NOBIS
ET NVNQVAM DESOLES LIBEROS TVOS
IMMINET LEONI VIRGO CAELESTI SITV
SPICIFERA IVSTI INVENTRIX VRBIVM CONDITRIX
EX QVIS MVNERIBVS NOSSE CONTIGIT DEOS:
ERGO EADEM MATER DIVVM
PAX
VIRTVS
CYBELE
LANCE VITAM ET IVRA PENSITANS


Che la religione solare avesse uno stretto rapporto con il mito di Cibele e Attis e con il rituale corrispondente, lo dimostra l'esistenza di altari dedicati alla Madre degli dèi da parte di pontefici di Helios.

Questo rapporto è ben evidente nell'opera di Giuliano L'Apostata: molti elementi in comune con l'Inno al Re Helios si trovano nell 'Inno alla Madre degli dèi che Giuliano scrisse a Costantinopoli in una sola notte, tra il 22 e il 25 marzo 362, ossia nel periodo dell'equinozio di primavera, quando si svolgeva la pasqua pagana che riattualizzava il mito di Cibele e Attis.

L'Inno alla Madre degli Dèi esordisce dichiarando il carattere di primordialità che contraddistingue questo culto, praticato in origine dagli "antichissimi Frigi" per essere successivamente accolto dai Greci. A quanto risulta, una dea chiamata “Kubaba” (nome corrispondente al greco “Kybébe”, poi “Kybéle”) era adorata "già nell'età del bronzo fino a Ugarit come pure tra gli Ittiti; ella appare con i tardi Ittiti di Cilicia e giunge fino ai Sardi al tempo di Creso, dove il suo nome, scritto in lidio, è “Kuvav”; “Kybébe” è la trascrizione in dialetto ionico" (Walter Burkert, "Mito e Rituale in Grecia", Laterza, Bari 1987). 




Kubaba, anche Kug-Baba o Kubau, è stata regina dei SumeriSecondo l'interpretazione di Mark Munn, quando il suo culto si diffuse nel resto del Vicino Oriente il suo nome venne adattato alla principale divinità femminile dei regni anatolici che seguirono gli Ittiti (Hebat era la dea madre degli Hurriti, consorte di Teshub e madre di Sarruma, conosciuta come "la madre di tutti i viventi", venerata in tutto l'antico medio orienteIl nome può essere traslitterato in differenti maniere: Khebat, secondo la versione siriana e ugaritica, Kheba o Hepa, secondo la versione urrita, scritta in cuneiforme). Infine divenne per i Frigi la matar kubileya (Cibele), conosciuta dai Greci come Kybebe.[2] 


Smiling Phrygian statue of Kybele

In ogni caso, "l'influsso decisivo della dea sui Greci non avvenne tramite i Lidi, ma tramite i Frigi, che avevano dominato l'Asia Minore occidentale prima dei Cimmeri e del sorgere del regno di Lidia" (W. Burkert, op. cit.); fra l'VIII e il VII secolo, nella Troade, i Greci adottarono il culto della Dea Madre, che essi continuarono a chiamare la "Dea Frigia", identificandola con una figura di "madre divina" (màter theia) già presente fin dal periodo miceneo. 

Il culto fu quindi introdotto anche a Roma, nel 204, in un momento estremamente critico delle guerre puniche. Fu in tale circostanza che si verificò l'episodio prodigioso della vergine Claudia, "che Giuliano ci racconta con la genuina semplicità di un vero poeta" (Gaetano Negri, "L'imperatore Giuliano l'Apostata", Fratelli Melita, La Spezia 1990) e, possiamo aggiungere, di un vero homo religious. Egli infatti rimprovera i suoi avversari "per la loro eccessiva sottigliezza critica, che finisce col trasformarsi in incapacità di vedere" (Vittorio Fazzo, "La Giustificazione delle Immagini Religiose. La Tarda Antichità", Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1977) ed accetta l'autenticità del prodigio perché è conscio della superiorità del potere divino e perché bisogna prestar fede alle tradizioni delle città. 

Le pubbliche cerimonie della Madre degli dèi avevano già attratto l'interesse di poeti quali Lucrezio e Catullo, per via del loro carattere drammatico; successivamente, anche di Porfirio. Nel caso di Giuliano, sono soprattutto l'antichità del mito e la diffusione del culto a costituire la ragione della scelta di questo tema per un testo destinato a sostenere la restaurazione della tradizione antica. Infatti, "nella prospettiva di una riunificazione religiosa dell'Impero, questo culto si presentava sì come una religio asiatica, ma comune all'Oriente più remoto, alla più antica tradizione ateniese, alla religione romana fin dalla seconda guerra punica" (J. Fontaine, Introduzione a "Giuliano Imperatore, Alla Madre degli Dèi e altri Discorsi", Fondazione Lorenzo Valla, Mondatori, Milano 1990). 

Dall'esegesi giulianea del mito in questione risulta che nomi quali CibeleRheaDemetraDeo ed epiteti quali Magna Mater deum Idea designano un principio che è simultaneamente Origine, degli "dèi intellettuali", e Provvidenza, che conserva tutti gli esseri soggetti a nascita e morte. Quanto ad Attis, si tratta della causa demiurgica di tali esseri, sicché il protagonista maschile del mito, in ultima analisi, non rappresenta altro che il Logos; in quanto tale, Attis è identificabile con il Sole. "Quando nominiamo Attis, intendiamo e diciamo il Sole" (Arnobio, "Contro le Nazioni"). "Il Sole sotto il nome di Attis" (Macrobio, "Saturnali"). 

Nel mito troviamo dunque simboleggiato il processo per cui il Logos, dopo essere disceso nella materia, ritorna alla sua essenza primitiva. 

Nell'ultima parte dell'orazione possiamo vedere le implicazioni pratiche derivanti dalla dottrina contenuta nel mito. Oltre che sui riti catartici, Giuliano si sofferma sulle interdizioni alimentari, riprendendo così un argomento che è già stato trattato da Plutarco, da Porfirio e da Giamblico e sul quale ritornerà egli stesso nei Discorsi contro i Galilei, rinfacciando ai cristiani il fatto di cibarsi di tutto, compresa la carne "escrementizia" del maiale. 

L'Inno alla Madre degli dèi si conclude con una fervida preghiera, nella quale, oltre a domandare per sé la conoscenza delle cose divine, la perfezione teurgica e morale, una morte gloriosa e una ascesa tra gli dèi celesti, Giuliano formula una richiesta che riguarda l'Impero, auspicando che la Madre degli dèi voglia concedere il successo politico e militare e la liberazione dalla peste dell'empietà.

Giuliano e la Mater Deorum Claudio Mutti


HAGGIAD-EL-ESSORED

"Pertanto, così parla il Signore Jahve: Eccomi, io pongo una pietra in Sion, una pietra scelta, angolare, preziosa, da fondamento; chi vi crede non vacillerà. Io dispongo il diritto come misura e la giustizia come livella".
(Isaia, 28,16-17)

"Gesù disse: Indicami la pietra respinta dagli edificatori! Essa è la pietra d’angolo"
(Vangelo di Tommaso).
"Egli è la pietra"
(Atti 4,11).

L’espressione simbolica della pietra d’angolo ha un duplice significato: è la pietra posta a fondamento di una costruzione, che unisce e rende stabili due muri al loro punto d’incontro, ma è anche la pietra angolare che non sta nelle fondamenta, ma, al contrario, sulla sommità, dove completa l’edificio e al contempo lo tiene unito. È, analogicamente, l’alfa e l’omega, il principio e la fine, la pietra grezza e la pietra digrossata, l’apprendista e la pietra cubica, l’Uomo che aspira a trasformarsi ritualmente in Tempio, proiezione su scala microcosmica del "tempio spirituale".

"E voi stessi come pietre vive costruitevi a somiglianza di un tempio spirituale"
(San Pietro, Prima Epistola 2, 5).

"La tua pietra, o chimico, è nulla; io possiedo la pietra angolare, la mia tintura aurea, pietra di tutti i savi"
(Angelus Silesius).



La stessa pietra nera della Mecca, incastonata all’interno della veneratissima ka’ba, denota sostanzialmente la stessa origine dell’assai più antico "ago di Cibele”; si badi bene: femminile, non maschile! Anzi, la pietra nera di Cibele ne fu l’antesignana... A raccontarla tutta, pare suffragata l’esistenza nella cultura araba preislamica di un’antichissima “dea Kaabah”..

Guido Araldo, Il culto di Cibele a Roma




Haggiad-el-essored”, la pietra nera dell’Islam, un frammento di un meteorite, è incastonata nell’angolo orientale della “Ka’ba” o “Beit-Allah”, la "Casa di Dio", alla Mecca, il cui pellegrinaggio, nel profondo significato arabo, indica "aspirazione" ed è il simbolo del passaggio alla vita immortale. L’arabo “Beit-Allah” traduce l’ebraico “Beet-El”, il betilo di Giacobbe, la pietra del fulmine, anch’esso luogo d’incontro tra cielo e terra, il potere di ciò che frantuma e distrugge. 




Il betilo o (bétile - bethel) è una pietra a cui si attribuisce una funzione sacra in quanto dimora di una divinità o perché identificata con la divinità stessa. 

Il termine (latino "Baetylos", greco "Baitylos") deriva infatti dall'ebraico Beith-El che significa "Casa di Dio". 

Le forme del betilo possono essere molto varie (conica, piramidale, antropomorfa, cilindrica, prismatica, triangolare, ecc.); sono collocati di norma in posizione verticale. 

I più famosi bethel al mondo sono i "Moai", i monoliti dell'Isola di Pasqua (recentemente si è scoperto che le teste hanno anche un corpo chaffonda per metri in profondità. La scoperta è stata fatta da un team di scienziati coordinati dall’archeologa Jo Anne Van Tilburg)


Isola di Pasqua, corpi sotto le teste 26 maggio 2012

L'origine dei betili è legata probabilmente agli antichi popoli orientali. Si sa che venivano innalzati dai Sumeri, fra le popolazioni che vivevano in Mesopotamia, dai Semiti, dai Siro-Palestinesi e che probabilmente si diffusero in tutta Europa con le migrazioni e le conquiste di queste popolazioni (Wikipedia - Betilo). 

Nel capitolo XXVIII° della Genesi si legge che Giacobbe, volendo riposare prese una delle pietre che stavano per terra e, ponendola sotto la testa, si addormentò e "...vide in sogno una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; e vide anche alcuni angeli che vi salivano e vi scendevano. E in cima alla scala vi era il Signore, che gli diceva :"Io sono il Signore, il Dio di Abramo, tuo padre, e il Dio di Isacco. La terra sulla quale sei coricato la darò a te e alla tua discendenza". 

Svegliatosi e intuendo il potere della pietra, Giacobbe prese la pietra che aveva usata come guanciale, la eresse come una stele e versò olio sulla sua sommità e pronunciò queste parole: "Questa pietra, che ho innalzato come tempio, sarà chiamata Casa di Dio".




All'interno del Foro Romano, in prossimità dell'area del “Comitium”, a ridosso dell'estremità nord-orientale dei Rostri, si trova l' “Umbiliculus Urbis Romae” (l'Ombelico della Città di Roma), il luogo ove per definizione stessa il Cielo si ricongiungeva alla Terra e Roma all'Universo. 

È qui che, il 24 agosto, i Romani celebravano nel periodo arcaico l'apertura del “Mundus Patet”, subito dopo la festa dei “Volcanalia” e prima di quella degli “Opiconsivia” (25 agosto). 

Il “Mundus” era un edificio sotterraneo con un pavimento semicircolare, a forma di conca. L' “Umbeliculus” corrisponde al centro della circonferenza, e collocava per ciò la città eterna al centro del Mondo. In sezione verticale, le due conche, idealmente unite da un asse - l'asse del mondo - definiscono rispettivamente le realtà celestiali e infernali; il piano di intersezione tra le due semicirconferenze è quello terrestre al cui livello, e al cui centro, veniva nuovamente a essere collocata Roma, che per questo motivo poteva regiarsi del titolo di “Caput Mundi”.

«Abi, nuntia [...] Romanis, caelestes ita velle ut mea Roma caput orbis terrarum sit» (Tito LivioAb Urbe condita libri, I, 16)

L'espressione latina caput mundi, riferita alla città di Roma, significa capitale del mondo noto, e si ricollega alla grande estensione raggiunta dall'impero romano tale da fare - secondo il punto di vista degli storiografi imperiali - della città capitolina il crocevia di ogni attività politica, economica e culturale mondiale.

«ipsa, caput mundi, bellorum maxima merces, Roma capi facilis [...]» (Marco Anneo LucanoPharsalia, II, 655-656).
Nel verso del sigillo di Federico Barbarossa vi era scritto: «Roma caput mundi regit orbis frena rotundi» (Wikipedia - Caput mundi).


«QUI HUNC (LOCUM VIOLAVERIT) SACER SIT [...] REGI CALATOREM [...] IUMENTA CAPIAT[...] IUSTO».
«Chi violerà questo luogo sia maledetto [...] al re l'araldo [...] prenda il bestiame [...] giusto».

Il posizionamento del “Lapis Niger” (“Pietra Nera”) nella stessa sede è tutt'altro che casuale e, unitamente alla leggenda che ne fa la presunta tomba di Romolo, chiama in causa elementi fondamentali inerenti i "riti tradizionali del costruire".

Il Lapis Niger corrisponde ad un'area quadrata in marmo nero che una transenna di lastre di marmo bianco separava dal resto della pavimentazione, augustea, in travertino. La scoperta, avvenuta alla fine dell'Ottocento, venne subito associata con un passo dello scrittore Festo, nel quale si accennava ad una "pietra nera nel Comizio" (“lapis niger in Comitio”) indicante un luogo funesto, nel quale si doveva riconoscere la tomba di Romolo o quantomeno il luogo dove il primo re di Roma venne ucciso. 

Lo scavo al di sotto del pavimento in marmo nero portò successivamente alla scoperta di un complesso monumentale arcaico. L'antichità dei caratteri, ancora vicini a quelli greci calcidesi dai quali deriva l'alfabeto latino, permettono di datare le iscrizioni al VI secolo a.C., epoca anteriore all'inizio della Repubblica. Seppur di difficile traduzione (fino alla dimostrazione dell'autenticità della Fibula prenestina, questa è sembrata essere la più antica iscrizione latina mai rinvenuta, ndr), le iscrizioni rivestono un'importanza fondamentale, in quanto documentano che questo era un luogo sacro, ai violatori del quale si minacciano pene terribili. 

L'aspetto del monumento, un altare con una statua, fa pensare ad un piccolo santuario; se a questo aggiungiamo che il tutto sembra dedicato ad un re, non si può non ricordare che Dionigi di Alicarnasso, scrittore greco dell'età di Augusto, menzionava la presenza di una statua di Romolo nel “Volcanale” (il santuario di Vulcano) accanto ad un'iscrizione "in caratteri greci".

LUPERCALIA antica festa di San Valentino

MAGIKA ROMA (ALIENS IN ROMA 2.001)

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