sabato 4 aprile 2015

THE JESUS MYTH 7: Anacalypsis


Gli evangelisti si contraddicono sul tempo in cui Gesù visse, sulle sue predicazioni e sul giorno dell'ultima cena, su quello della sua morte, sulle apparizioni dopo la morte e, a farla breve, su quasi tutti i fatti. Ci sono poi stati 49 vangeli compilati dai cristiani del primo e del secondo secolo che si contraddicono tutti ancora di più. Alla fine sono stati scelti i quattro che conosciamo, ma se anche essi andassero tutti d'accordo, gran Dio che assurdità, che miseria, che cose puerili assurde ed odiose! (Voltaire, Il Sermonde dei Cinquanta)

Non esiste alcuna prova storica dell'esistenza di una singola persona chiamata Gesù, leader spirituale di una setta ebrea. 
La predicazione di Gesù si inquadra in un periodo di profonda crisi spirituale, preludio di quella politica ed economica: il tradizionale paganesimo greco non sembrava più in grado di soddisfare l'ansia di significato di fronte al mistero della vita e della morte, come appare dal diffondersi di culti misterici, come quelli dionisiaciorfici ed eleusini in Grecia, quelli di Adone in Siria, quelli di Cibele in Asia minore, quelli di Mitra in Persia, quelli di Osiride in Egitto.

MEGALESIA (Dies Sanguinis) Misteri della Pasqua Pagana 4 aprile 2015

Le dottrine soteriologiche di questi culti venivano illustrate attraverso riti iniziatori riservati ai "misti", gli iniziandi. Erano culti di salvezza, seppur esoterici, che avevano conosciuto una diffusione notevole tra i popoli soggetti a Roma. La diffusione del mitraismo fu di proporzioni tali che fu superata solo da quella della Buona Novella. Particolarmente importante nella propagazione di questi culti fu il ruolo dei militari asiatici, chiamati a difendere le frontiere dell'Impero romano sul Danubio, sul Reno, sul vallo di Adriano.[1]

Verso il 50 a.C. il senato romano deliberò una loro decisa repressione. Particolarmente brutale fu la repressione dei culti dionisiaci, in particolare dei Baccanali.
Riguardo alle origini delle prime sette cristiane, l'assenza di scritti ebraici e greci sull'argomento rendono complessa una valida indagine storico-critica. Quelli posteriori all'epoca delle origini, corrispondente agli anni successivi al 30, ne riferiscono in maniera imprecisa o dispregiativa. Ciò che conosciamo del suo fondatore, Gesù, detto "il Cristo", della sua vita, dei suoi detti e dei suoi insegnamenti proviene quasi esclusivamente dai vangeli e dalle lettere del Nuovo Testamento.

È molto probabile che il Cristianesimo sia nato dalla fusione tra i culti misterici, già frutto di un sincretismo, e il messianismo ebraico, avvenuta nel corso dei primi secoli dell’impero. Rispetto ai culti misterici, il Cristianesimo era una dottrina che si rivolgeva a tutti, non solo per iniziati o legata alle condizioni e agli usi di specifiche etnie. Il suo richiamo universale rifletteva un dato oggettivo: l’unificazione politica e sociale del bacino mediterraneo.

Elementi quali la nascita virginale, in una grotta, la attribuzione della paternità del messia a dio, la resurrezione, si incontrano in decine di altre fedi. 


«La volontà dei Deva fu compiuta; tu concepisti nella purezza del cuore e dell’amore divino. Vergine e madre, salve! Nascerà da te un figlio e sarà il Salvatore del mondo. Ma fuggi, poiché il re Kansa ti cerca per farti morire col tenero frutto che rechi nel seno. I nostri fratelli ti gui-deranno dai pastori, che stanno alle falde del monte Meru... ivi darai al mondo il figlio divino» (E. Shurè, I grandi iniziati, ed. Bur.).





La religione Indù contempla l’incarnazione del dio Vishnu, che decide di farsi carne sulla terra, sotto le spoglie umane di Krishna, e costui nasce da una madre vergine, Devaki, la quale è costretta a nascondersi perché il re Kansa teme la venuta, evidentemente profetizzata, del salvatore, e vuole ucciderlo; la nascita del fanciullo divino avviene fra i pastori.


Le similitudini tra il personaggio Cristiano ed il messia Indiano Krishna sono innumerevoli, particolarmente quando vengono inclusi i testi dei primi Cristiani ora considerati apocrifi. Si dovrebbe notare che uno spelling Inglese iniziale di Krishna era “Christna”, che rivela la sua relazione con “Cristo”. Ancora, nel Bengala, Krishna viene riputato “Christos”, che è lo stesso che “Cristo” in Greco come i soldati di Alessandro il Grande chiamavano Krishna. Si dovrebbe notare anche che, come per Gesù, Budda e Osiride, molti hanno creduto e continuano a credere in un Krishna storico. La seguente è una lista parziale delle corrispondenze tra Gesù e Krishna:
 · Krishna nacque dalla Vergine Devaki (“La Divina”) il 25 Dicembre (Graves).
· Suo padre terrestre era un falegname (Leedom)
· La sua nascita fu segnalata da una stella nell’est e con la presenza di angeli e pastori, nel qual tempo gli fu fatto dono di spezie.
· Egli fu perseguitato da un tiranno (Kansa) che ordinò il massacro di migliaia di infanti.
· Egli operò miracoli e meraviglie, risuscitando i morti e guarendo lebbrosi, sordi e ciechi.
· Krishna utilizzò le parabole per insegnare al popolo sulla carità e l’amore, ed egli “visse povero e amava i poveri” (Jacolliot).
· Egli fustigò il clero, accusandoli di “ambizione ed ipocrisia… La tradizione dice che cadde vittima della loro vendetta” (Blavatsky).
· Il “discepolo amato” di Krishna fu Arjuna o Ar-jouan (Giovanni).
· Egli fu trasfigurato davanti ai suoi discepoli.
· Egli diede ai suoi discepoli la capacità di fare miracoli (Pike).
· Il suo cammino fu “cosparso di rami” (Jacolliot).
· In alcune tradizioni egli morì su una pianta o fu crocifisso tra due ladri.
· Krishna fu ucciso intorno all’età di 30 anni (Graves) ed il sole si oscurò alla sua morte (Jackson).
· Egli sorse dai morti e salì al cielo “alla vista di tutti gli uomini” (Leedom).
· Egli fu raffigurato su una croce con i buchi dei chiodi sui suoi piedi, come anche con un emblema di un cuore sulle sue vesti (Graves).
· Egli fu chiamato il “Pastore di Dio” e considerato il “Redentore”, “Primo Nato”, il “Portatore di Peccato”, “Liberatore”, “Parola (Verbo) Universale” (Blavatsky).
· Egli era ritenuto il “Figlio di Dio” e il “nostro Signore e Salvatore”, che venne sulla terra per morire per la salvezza dell’uomo (Jacolliot).
· Egli era la seconda persona della Trinità
· Si sostiene che i suoi discepoli attribuirono a lui il titolo di “Jezeus”, o “Jeseus”, che significa ”essenza pura” (Jacolliot).
· Krishna dovrà tornare per giudicare i morti, cavalcando un cavallo bianco, e a condurre la battaglia contro il “Principe del Male”, che desolerà la terra (Jacolliot).
La storia di Krishna come registrata nelle antiche leggende Indiane e nei testi penetrò l’Occidente in varie occasioni. Una teoria sostiene che l’adorazione di Krishna sia giunta fino in Europa così anticamente che l’800 A.C., probabilmente portata dai Fenici. Higgins asserisce che il culto di Krishna in Irlanda va anche più indietro (nel tempo), e indica molta evidenza linguistica ed archeologica di questa antica migrazione. Krishna fu reinserito nella cultura Occidentale in varie occasioni, incluso da Alessandro il Grande dopo l’espansione del suo impero ed il suo soggiorno in India. Si sostiene anche che il suo culto fu reintrodotto durante il primo secolo D.C. da Apollonio di Tiana, che portò in Occidente una copia fresca della storia di Krishna per iscritto, ove raggiunse Alessandria, in Egitto. Graham riferisce il racconto:
L’argomento si svolge in questo modo: Nell’antica India c’era un saggio molto grande chiamato Deva Bodhisatoua. Tra altre cose egli scrisse un racconto mitologico di Krishna, a volte scritto Chrishna. Intorno al 38 o 40 DC., Apollonio mentre viaggiava all’Est trovò questa storia a Singapore. Egli la considerò così importante che la tradusse nella sua lingua, cioè, Samaritano. In questa (traduzione) egli fece diversi cambiamenti secondo la sua comprensione e filosofia. Al suo ritorno la portò ad Antiochia, ed ivi morì. Circa trenta anni dopo la trovò un altro Samaritano, Marcione. Anch’egli fece una copia con ancora più modifiche. Portò questa a Roma intorno al 130 DC., ove egli la tradusse in Greco e Latino (Graham).
Così abbiamo le origini chiare del Vangelo del Signore di Marcione, che egli sostenne fosse il Vangelo di Paolo. In aggiunta alla storia del vangelo, gli insegnamenti moralistici che si sostiene siano stati introdotti da Gesù erano stati stabiliti molto prima da Krishna. Queste similarità costituiscono il motivo per cui il Cristianesimo ha fallito nel fare breccia in India, nonostante gli sforzi per secoli, poiché i Bramini hanno riconosciuto il Cristianesimo come una imitazione relativamente recente delle loro tradizioni molto più antiche, che essi hanno anche considerato superiori. Higgins riferisce:
L’erudito gesuita Baldaeus osserva che ciascuna parte della vita di Cristna [Krishna] ha una stretta somiglianza alla storia di Cristo; ed egli prosegue mostrando che il periodo nel quale si suppone siano stati fatti i miracoli era durante il Dwaparajug, che egli ammette sia finito 3.100 anni prima dell’era Cristiana. Sicché, come dice Cantab, se c’è significato nelle parole, il missionario Cristiano ammette che la storia di Cristo fu fondata su quella di Crishnu [Krishna] (Higgins).

Anche il Budda presenta caratteristiche che sono comuni al personaggio del Cristo:(38)
  • Budda è nato dalla vergine Maya, che era considerata come la regina dei cieli (38aa)
  • Secondo la tradizione, Maya e Suddhodana si erano sposati giovani, ma non avevano avuto figli. Maya aveva fra i 40 e i 50 anni quando la notte di una festa (Uttarasalhanakkhatta) ricevette in sogno un elefante bianco munito di sei zanne, che la trafisse al fianco. A partire da quel giorno, quattro guardiani divini vegliarono costantemente su di lei. Durante tutta la gravidanza osservò un periodo di castità. Dopo dieci mesi lunari decise di andare a casa dei genitori per essere assistita dalla madre nella parte finale della gravidanza, ma durante la strada, mentre si trovava a Lumbini, partorì il figlio Siddharta, in piedi e aggrappata ai rami di un fico, dallo stesso fianco che era stato trafitto
  • Ha eseguito miracoli e prodigi, guarito gli infermi, nutrito 500 uomini con un piccolo canestro di pani ed ha camminato sulle acque (38b)
  • Predicò la castità, la tolleranza, la temperanza, la compassione, l'amore e l'uguaglianza tra gli uomini
  • Si è trasfigurato sulla cima di un monte
  • È asceso al Nirvana o paradiso
  • Budda fu considerato il buon pastore,(39) il falegname,(40) l'infinito e sempiterno (40a)
  • Fu chiamato il salvatore del mondo ed anche la luce del mondo.
HORUS d'Egitto 



Le leggende di Horus precedono di migliaia di anni quella di Gesu ma hanno parecchie cose in comune. La figura di Horus e quella del suo padre Osiride sono, nel mito, sovente scambiate. (Mio padre ed io siamo una cosa sola) (41)
  • Horus è stato generato dalla vergine Iside, il 25 Dicembre, in una stalla;(42) la sua nascita fu annunciata in oriente da una stella e fu assistita da tre importanti personaggi (43)
  • Da ragazzo insegnò nel Tempio e fu battezzato all'età di 30 anni (44)
  • Ebbe 12 discepoli
  • Compì miracoli e resuscitò un uomo chiamato El-Azar-us
  • Camminò sulle acque
  • Si trasfigurò sulla cima di un monte
  • Fu crocifisso, chiuso in una tomba e resuscitato
  • Fu chiamato la via, la verità, la luce, il messia, il figlio di dio, il figlio dell'uomo, il pastore di dio, l'agnello di dio, il verbo ecc. ecc.
  • Egli fu il pescatore e la sua figura fu associata a quella dell'agnello, del leone e del pesce (Ichthys) (45)
  • Il suo sopranome era Iusa il prediletto figlio di Ptah, il Padre (46)
  • Horus fu chiamato il KRST ovvero l'unto molto tempo prima che i cristiani ne copiassero la storia (47)

Nelle catacombe di Roma ci sono dei dipinti di Horus bambino tra le braccia della vergine madre Iside - il prototipo della Madonna con Bambino (48)- e la stessa struttura organizzativa del Vaticano è costruita similmente a quella del papato di Mitra. (49) La gerarchia cristiana è del tutto identica a quella (ben più antica) della precedente versione mitraica.(50) In pratica, tutti gli elementi del rituale cattolico, dall'ostia all'acqua santa, dall'altare alla liturgia, sono ripresi dalle primitive religioni misteriche pagane.(51)

La storia di Mitra precede la leggenda cristiana di almeno 600 anni. Secondo Wheless, il culto di Mitra fu, nell'età appena precedente l'era cristiana, la religione più popolare e la più diffusa tra i pagani di quel tempo. Mitra ha in comune con il Cristo le seguenti caratteristiche: 
  • Mitra è stato partorito da una vergine il 25 Dicembre
  • Egli fu considerato un grande predicatore itinerante ed un maestro
  • Aveva 12 compagni o discepoli
  • Ha fatto dei miracoli
  • E' stato sepolto in una tomba dopo tre giorni è risorto
  • L'evento della sua resurrezione veniva celebrato ogni anno
  • Mitra era chiamato il pastore di dio
  • Egli fu considerato come la via, la verità e la luce, il redentore, il salvatore, il messia
  • La sua figura fu assimilata a quella del leone e dell'agnello
  • Il suo giorno consacrato era la domenica, il giorno del signore, centinaia di anni prima della venuta di Cristo
  • Mitra aveva la sua principale celebrazione in quella che più tardi fu detta Pasqua, nel tempo della sua resurrezione
  • La sua religione comprendeva l'eucaristia o cena del signore.(52)

Osiris, the Egyptian Saviour, was crucified in the heavens. To the Egyptian the cross was the symbol of immortality, an emblem of the Sun, and the god himself was crucified to the tree, which denoted his fructifying power.
"Horus was also crucified in the heavens. He was represented, like...Christ Jesus, with outstretched arms in the vault of heaven."
Thomas W. Doane, Bible Myths and Their Parallels in Other Religions
There is much more to the subject of Pagan gods and goddesses on a cross or in cruciform, serving as crucifixes. The images and descriptions of deities in cruciform include Osiris, Isis and Horus. If other gods were shown on a cross or in cruciform, or associated otherwise with a sacred cross, then Christ's depiction on a cross is not unique

If the Pagan personified savior-cross existed first, the whole notion of Christ's redeeming power through the cross becomes derivative. Rather than representing "history," it is more probable that Christ's "crucifixion" constitutes a mythical motif created in order to associate him with the already revered cross and image of a divine figure in cruciform. 

We must therefore conclude that the figure of Christ on a cross or in the shape of a cross is a johnny-come-lately in the world of religious iconography, and the story of the crucifixion appears more likely a contrivance based on this important imagery, as well as on Jewish "messianic prophecies" or blueprints, instead of an improbable "historical" tale. Indeed, the crucifixion reveals itself to be another pre-Christian mythical motif with a largely astrotheological meaning.

In reality, non-Christian gods were represented in cruciform centuries before Christ was portrayed likewise; the first depiction of Jesus on a cross in art did not occur until the fifth century AD/CE. As stated by the Catholic Encyclopedia ("Cross and the Crucifix"):
"The sign of the cross, represented in its simplest form by a crossing of two lines at right angles, greatly antedates, in both the East and the West, the introduction of Christianity. It goes back to a very remote period of human civilization....
Along with this interesting evidence concerning the profound importance of the sacred cross in pre-Christian religion, as well as its association and identification with Egyptian gods, we find another "Christian" motif in Egypt, with Horus represented on the cross at the vernal equinox between two "thieves" in a pre-Christian artifact.



L'ankh (☥), conosciuto anche come chiave della vita e croce ansata, è un antico simbolo sacro egizio che essenzialmente simboleggia la vitaCome simbolo dell'unione dei due principi cosmici sta ad indicare anche l'unione mistica tra il cielo e la terra, ovvero il contatto tra il mondo divino e il mondo umano, nonché l'unione dei due principi intesa come generatrice dell'esistenza. 

La denominazione chiave della vita, oltre che un richiamo alla forma del simbolo stesso, sta ad indicare anche il significato escatologico del simbolo: l'ankh è anche infatti vita eterna, grazie alla quale l'uomo riesce a superare la morte, per giungere alla rinascita.

In quanto simbolo della vita e dell'immortalità, il suo significato è estensibile a quello di simbolo dell'universo, dato che il cosmo è pura vita, pura esistenza ed eterno alternarsi di cicli regolatori, oltre che costantemente generato dall'alternarsi di principi in eterna opposizione.

Tutto Ciò dimostra che la natività di Gesù, in realtà, ha radici molto antiche in una numerosa serie di tradizioni del tutto analoghe o quasi coincidenti. Le stesse feste cristiane sono chiaramente di derivazione«pagana»

In Grecia e in diverse località dell’Asia occidentale, specialmente in Siria, si celebrava in primavera, all’incirca nel periodo che poi fu caratteristico della Pasqua cristiana, la morte e la resurrezione di Attis: «nel giorno del sangue, si piangeva per Attis, sulla sua effigie che veniva poi sepolta… ma, al cader della notte, la mestizia dei fedeli si mutava in allegrezza. Una luce brillava subitamente nelle tenebre, si apriva il sepolcro, il dio era risorto dai morti… il mattino seguente, 25 marzo, considerato l’equinozio di primavera, la divina resurrezione veniva celebrata con esplosioni di gioia» (J. G. Frazer, Il ramo d’oro, ed. Newton, Roma 1992)

MEGALESIA (Dies Sanguinis) Misteri della Pasqua Pagana 4 aprile 2015

Lo stesso si può dire di Mitra, divinità persiana il cui rituale aveva avuto una straordinaria diffusione nell’impero romano, tanto da annoverare tra i suoi fedeli lo stesso imperatore Costantino. Anche Mitra moriva e risuscitava e la sua nascita era omologata a quella di numerosi altri dèi solari siriani ed egiziani, che venivano partoriti dalla madre vergine nella notte del 25 dicembre.

Un altro caso di evidente somiglianza teologica con Gesù è quello che riguarda il greco Dioniso, che moriva e scendeva negli inferi, per poi risuscitare. Qui troviamo un altro sorprendente elemento di parallelismo col cristianesimo, il rito della teofagia (il fedele che si ciba della carne e del sangue del dio): «durante la festa, i suoi fedeli ritenevano senza dubbio di fare a pezzi il dio stesso, cibandosi della sua carne e bevendone il sangue»

BACCHANALIA

L’opera di Frazer è decisiva nel dimostrare che pressoché ogni elemento dottrinario della figura di Gesù è stato mutuato da questi culti, spesso contro l’impostazione classica della religione degli ebrei. Si pensi a Gesù che annuncia ad un’assemblea pasquale di giudei che il pane è la sua carne e il vino il suo sangue, e che i discepoli devono cibarsi della carne e del sangue del loro maestro sacrificato, visto come incarnazione divina. Questo sarebbe suonato non solo insolito, ma orrendamente sacrilego. Per gli ebrei il sangue costituisce un forte elemento di impurità, che non è permesso toccare senza poi eseguire pratiche purificatorie; una delle prescrizioni più rigorose del cibo kosher consiste proprio nell’assicurarsi che l’animale ucciso sia stato ben dissanguato. Al contrario, varie discipline iniziatiche del mondo ellenistico e poi romano contemplavano riti teofagici.

STORIA DEL CRISTIANESIMO PRIMITIVO Dal Gesù storico al Cristo della fede

Nella sua opera Nuovo Testamento e Mitologia, del 1941, Rudolf Bultmann prospettò una demitizzazione del messaggio evangelico. Egli non voleva tanto rendere scientifico il messaggio neotestamentario, quanto far rilevare che il linguaggio mitico dei Vangeli trasmette una verità che non è immediatamente accessibile al pensiero scientifico. Di conseguenza, il Gesù storico deve essere nettamente separato dal Cristo del kerigma (l'annunciazione).

Secondo Bultmann, il linguaggio mitologico non è più comprensibile oggi all'uomo moderno, e la fede non può essere ridotta a un mero prendere per vera una serie di fatti miracolosi. Bultmann vorrebbe dunque spogliare il messaggio evangelico dal linguaggio mitologico e renderlo comprensibile all'uomo moderno. A tale scopo egli utilizza il metodo storico-critico e recepisce, dall'esistenzialismo di Martin Heidegger, il principio dell'interpretazione esistenziale, in base al quale il mito deve essere interpretato in base alla comprensione di sé dell'uomo che il mito medesimo intende comunicare.

Seguendo la idea proposta da vari autori della Scuola di storia delle religioni, come Hans-Joachim Schoeps, difende la teoria dell'ellenizzazione del giudeo-cristianesimo primitivo, che sarebbe stata realizzata da Paolo di Tarso sotto l'influenza delle religioni misteriche e dello gnosticismo. Secondo Bultmann, Paolo svincola Gesù di Nazaret dal suo ambito profetico giudeo e lo riveste del concetto di divinità presente nel redentore delle religioni misteriche.


Rudolf Bultmann - Wikipedia
"La vita di Gesù o Esame critico della sua storia ("Das Leben Jesu kritisch bearbeitet" (1835) di David Friedrich Strauss, allievo di Hegel, identifica tutte le manifestazioni soprannaturali contenute nel racconto evangelico come "miti" (in opposizione a "concetti"). Ridotti a mito, i Vangeli perdono di conseguenza verità storica e si riducono ad essere un racconto creato sulla base delle impressioni che la figura di Gesù Cristo ebbe sui primi cristianiL'unione tra Dio e l'uomo, nella figura di Cristo, esprime semplicemente l'idea di unione tra finito e infinito, che Strauss ritiene possibile solo nel concetto di umanità.
A seguire, Bruno Bauer formulò la famosa tesi della non-storicità del Cristo e del cristianesimo come prodotto derivato della cultura ellenistica (già constatata alla fine del Settecento da Gibbon, in "Declino e crollo dell’Impero romano". Gibbon sostenne che il Cristianesimo contribuì alla caduta dell'Impero diffondendo il pacifismo e la credenza di una vita migliore dopo la morte, smorzando il tradizionale spirito marziale romano). 

Bauer traccia il cammino e l’evoluzione delle idee cristiane dall’ellenismo e dallo stoicismo, facendo derivare la dottrina del logos giovanneo (il "verbo fatto carne") da fonti e scritti neoplatonici, negando, in Herr Dr. Hengstenberg, che il cristianesimo sia emerso direttamente dall’ebraismo.

Nella sua visione, i fatti narrati nei Vangeli sono i prodotti della coscienza religiosa, piuttosto che di cronache fattuali. A differenza di Strauss, per Bauer, il mito precede e costituisce la comunità. La possibilità che alla radice del moto cristiano vi sia una personalità storica (Gesù) è completamente eliminata: Bauer vi sostituisce la fantasia creatrice del protoevangelista contenuta ne il Vangelo di Marco.

È l'ipotesi nota come "priorità marciana" , secondo la quale il Vangelo secondo Marco sarebbe stato il primo tra i tre vangeli sinottici ad essere composto e gli altri due, il Vangelo secondo Luca e il Vangelo secondo Matteo, avrebbero utilizzato Marco come una delle loro fonti. È l'ipotesi accettata dalla maggioranza degli studiosi del Nuovo Testamento [1] secondo cui gli autori del Vangelo secondo Luca e del Vangelo secondo Matteo utilizzarono una fonte andata perduta dei detti di Gesù, l'ipotetica Fonte Q. Un numero minore di studiosi sostengono che la fonte documentaria per la "tripla tradizione" non fu Marco, ma una sua versione preliminare (detta Ur-Markus o proto-Marco) oppure una revisione successiva al Marco poi conservatosi e detto deutero-Marco, o entrambe.

Alcuni studiosi sostengono che la Fonte Q, un'ipotetica fonte comune dei Vangeli di Marco e Luca, possiede molti punti in comune con la filosofia cinica [13][14]. Studiosi dediti alla ricerca del Gesù storico, come Burton L. Mack e John Dominic Crossan del Jesus Seminar, affermano che nel I secolo d.C. la regione della Galilea era una zona in cui gli ideali ellenistici e le tradizioni giudaiche erano entrate in contatto. La città di Gadara, poco distante da Nazaret, era nota per essere una zona di diffusione centrale del cinismo, e Mack ha descritto Gesù come "un individuo tipo-cinico alquanto normale". Per Crossan, Gesù era più che altro un saggio cinico proveniente dalla tradizione ellenistico-giudaica piuttosto che il Cristo o il Divino Redentore di Israele[15]

Altri studiosi sono in disaccordo con le idee di Mack e Crossan e pensano invece che Gesù non sia stato influenzato in maniera così significativa dal cinismo, anzi ritengono che la tradizione ebraica dei Profeti abbia avuto un'importanza assolutamente maggiore [16].
Secondo Bauer, solo una critica evangelica negativa, rivolta al mito più che alla storicità, può portare al coronamento della redenzione cristiana dalla servitù della natura; il mito cristiano, che pure vorrebbe essere questa redenzione, secondo Bauer, in ultima analisi asservisce l'umanità al Cristo. Il mito subentra alla natura, nel tiranneggiare e tener prigioniero l'uomo. La critica negativa dei Vangeli, riconoscendo nel mito una creazione umana, spezza l'idolo e attua una più elevata libertà.
Per le opere scritte tra il 1840 e il 1842, Bruno Bauer fu radiato dall'insegnamento. Il suo violento libello (Il cristianesimo svelato) fu distrutto a Zurigo prima ancora d'essere pubblicato. 




Le idee di Bauer ritorneranno nel 1968 in Ateismo nel cristianesimo di Ernst Bloch, in cui si incontrarono il marxismo e il cristianesimo, fondendosi nella “religione dell’Esodo e del Regno”, come dice il sottotitolo.

Soltanto un ateo può essere un buon cristiano

Dal marxismo giudaico di Ernst Bloch giunse l’appello ai cristiani a non credere ai falsi dei e agli idoli della ricchezza e del potere, ma ad appropriarsi della critica profetica della religione e a farsi chiamare “atei” come i primi cristiani che rifiutavano il culto dell’imperatore romano. 

Dalla sua eredità cristiana giunse la speranza messianica e l’appello ai marxisti e ai socialisti a pensare al di là di una “società senza classi”. Al posto della speranza nell’aldilà appare la speranza storica in avanti, al posto del cielo il Regno che tutto redime.
Jürgen Moltmann, L’Ateismo nel cristianesimo di Ernst Bloch

Engels accettò la tesi di Bauer, ribadendo la non storicità del racconto evangelico. 

Kautsky, anche su suggerimento di Engels, approfondì la materia e giunse a una conclusione leggermente diversa: le falsificazioni presenti nei Vangeli devono indurre a pensare all’esistenza di un movimento religioso di carattere rivoluzionario, la cui storia è stata rivista più e più volte per mascherarne il reale contenuto politico.

Karl Kautsky, per il quale Gesù Cristo fu "un lottatore politico della resistenza, un rivoluzionario sociale", è stato il teorico più importante della Seconda Internazionale, L'opera fondamentale di Kautsky, "L'origine del cristianesimo", fu edita in Italia nel 1970 da Samonà e Savelli.

In 1909, school teacher John Eleazer Remsburg published The Christ (Retitled The Christ Myth in a 2007 NuVision Publications reprint) which made a distinction between a possible historical Jesus ("Jesus of Nazareth") and the Jesus of the Gospels ("Jesus of Bethlehem"). Remsburg's thought that there was good reason to believe that the histoical Jesus existed, but that the "Christ of Christianity" was a mythological creation[103] Remsburg compiled a list of 42 names of "writers who lived and wrote during the time, or within a century after the time" who Remsburg felt should have written about Jesus if the Gospels account was reasonably accurate but who did not.[104] The Remsburg List was improved upon in an article in Free Inquiry magazine in August 2014, citing 126 writers shortly after Jesus whom the author thought should have written about Jesus, but did not.[105] The supporting evidence was presented in the appendix to the author's book.[106]
The British archaeologist and philologist John M. Allegro later argued in 1970 that Christianity began as a shamanistic cult. In his books The Sacred Mushroom and the Cross (1970) and The Dead Sea Scrolls and the Christian Myth (1979), Allegro put forward the theory that stories of early Christianity originated in an Essene clandestine cult centred around the use of hallucinogenic mushrooms, and that the New Testament is the coded record of this shamanistic cult.[117][118] Allegro further argued that the authors of the Christian gospels did not understand the Essene thought. When writing down the Gospels based on the stories they had heard, the evangelists confused the meaning of the scrolls. In this way, according to Allegro, the Christian tradition is based on a misunderstanding of the scrolls.[119][120] He also argued that the story of Jesus was based on the crucifixion of the Teacher of Righteousness in the scrolls.[121] Mark Hall writes that Allegro suggested the Dead Sea Scrolls all but proved that a historical Jesus never existed.[122]
Allegro's theory of a shamanistic cult as the origin of Christianity was criticised sharply by Welsh historian Philip Jenkins who wrote that Allegro was an eccentric scholar who relied on texts that did not exist in quite the form he was citing them. Jenkins called the Sacred Mushroom and the Cross "possibly the single most ludicrous book on Jesus scholarship by a qualified academic".[123] Based on the reactions to the book, Allegro's publisher later apologized for issuing the book and Allegro was forced to resign his academic post.[119][124] A 2006 article discussing Allegro's work called for his theories to be re-evaluated by the mainstream.[125] In November 2009 The Sacred Mushroom and the Cross was reprinted in a 40th anniversary edition with a 30-page addendum by Carl Ruck of Boston University.[126]

Christ myth theory From Wikipedia

In AnacalypsisAn Attempt to Draw Aside the Veil of the Saitic Isis or an Inquiry into the Origin of Languages, Nations and Religions, pubblicato postumo nel 1836, Godfrey Higgins - archeologo, massone, umanista membro della Società degli Antiquari di Londra, autore di vari libri esoterici - dichiara: "i miti degli Indu, degli Ebrei, dei Greci sono alla base tutti gli stessi; sotto l'apparenza di storie sono accorgimenti per perpetuare un'unica dottrina" [79]; gli editori Cristiani "sia per furfanteria che per follia, li hanno corrotti tutti". [80] 

Secondo Higgins, tutti i miti sono riconducibili ad un antico ordine religioso segreto che chiama "Pandeismo" (equivalente al "Panenteismo", la credenza in un Dio immanente e trascendente). Tra le molte teorie esposte nel libro vi è anche quella secondo cui i i Druidi Celti e gli Ebrei siano originari dell'India e che il nome biblico Abraham sia in realtà una variazione di Brahma, il dio creatore Indu, prima Persona della Trimurti (chiamata anche Trinità indù, composta da Brahma, Vishnu e Shiva)

Secondo Higgins l'origine di tutte le religioni è antidiluviana, proviene da una sorgente perduta che rappresentava tutti i caratteri come allegoriche rappresentazioni dello Zodiaco e che aveva come deità primaria il Sole. Questa dottrina si sarebbe perduta perché corrotta dall'ignoranza, probabilmente voluta, dell'allegoria dei simboli.


17th-century fresco from the Cathedral of Living Pillar in Georgia depicting Jesus within the Zodiac circle

La teoria di Higgins incontra le teorie secondo cui la Bibbia sia basata sull'astrologia.  I popoli antichi che osservavano i movimenti dei corpi celesti, li avrebbero personificati, creando storie che si sono tramandate nel tempo. In questa logica, il Cristianesimo sarebbe, come il Paganesimo, una religione astrologica
«Da molto tempo i Caldei hanno condotto osservazioni sulle 'stelle' e primi tra tutti gli uomini hanno indagato nella maniera più accurata i movimenti e la forza delle singole stelle; per questo essi posso predire molto il futuro degli uomini. »
I Caldei, popolazione semitica che invase Babilonia, erano sapienti, specialmente astrologi e divinatori. I resti dell'antica scienza dei Caldei si possono ritenere contenuti nella letteratura babilonese delle iscrizioni cuneiforrmi. 

Assurbanipal (685 a.C. – 627 a.C.)

Gli scavi eseguiti dalla metà del secolo scorso nel perimetro dell'antica Nìnive, hanno riportato alla luce oltre 4000 tavolette e frammenti di tavole, cioè mattoni di terracotta ricoperti di caratteri cuneiformi, che facevano parte della Biblioteca del re ASSURBANIPAL (668-626 a.C.). Tra i ritrovamenti figura anche la famosa Epopea di Gilgamesh.
Molti di essi erano rotti, ma grazie all'usanza dei Caldei che conservavano i loro documenti in duplice copia, si è potuto ricostruire un fondamentale trattato di astrologia redatto da SARGON L'ANZIANO il re d'Akkad in persona, intorno al 4000 a.C.
In questo antico e dettagliato trattato si trovano frequenti riferimenti ad altri testi, di un'epoca ancor più lontana, ad una "tavoletta che non esiste più".
Queste indicazioni dimostrano che il periodo sumerico non corrisponde alla nascita storica dell'astrologia, ma alla traccia più antica che ne possediamo.
Per i sacerdoti caldei gli esseri celesti esercitavano la loro influenza mediante la forza delle stelle, perciò associarono pianeti, segni, stelle e costellazioni con particolari divinità, come testimoniano sculture ed amuleti o talismani che venivano adoperati nelle preghiere rituali.
Il Re Assurbanipal rivolge questa preghiera all'Ente di Luce di Orione:
"Parla, e che i grandi dèi siano con te!Levati, dà il tuo oracolo!Accetta la mia levata di mano, ascolta la mia prece!Sciogli il mio incantesimo, annulla i miei peccati!"




Astrologia dei Sumeri e dei Babilonesi


Nell'antica Roma, dove, in seguito alle guerre puniche e ai fiorenti commerci marittimi giunsero a Roma notevoli influenze dall’Oriente, e si iniziò a diffondere l’astrologia anche presso le masse, e non più solo nelle scuole ermetiche, gli astrologi venivano chiamati semplicemente ”caldei”. 
Nella tradizione cristiana i magi [1] sono alcuni astronomi e sacerdoti zoroastriani [3] che, secondo il Vangelo di Matteo, seguendo "il suo astro [4] " giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, il "re dei Giudei
L’esegesi storico-critica, a partire dal XIX secolo, ha proposto dei criteri per distinguere i fatti storici probabilmente accaduti da altri racconti creati dalle primitive comunità cristiane o dagli evangelisti stessi. In questa prospettiva, un gran numero di biblisti contemporanei sottolinea che, non ci si trova di fronte ad una cronaca, ma ad una composizione didascalica, midrashica: una "costruzione" letteraria.
"I tre re pagani vennero chiamati Magi non perché fossero versati nelle arti magiche, ma per la loro grande competenza nella disciplina dell'astrologia. Erano detti magi dai Persiani coloro che gli Ebrei chiamavano scribi, i Greci filosofi e i latini savi" —Ludolfo di Sassonia (m. 1378), Vita Christi.
Magi traslitterazione del termine greco magos era un titolo riferito specificamente ai sacerdoti dello Zoroastrismo tipici dell'Impero persiano
La tradizione popolare cristiana li ha spesso identificati come i tre saggi [14] o i tre re e ha assegnato loro i nomi di Melchiorre, Baldassarre e Gaspare. Esistono comunque tradizioni alternative che portano i magi in visita a Gesù in numero minore (due) o maggiore (fino a dodici) [15]
I Magi sarebbero arrivati presso la mangiatoia di Betlemme con piena coscienza dell'importanza religiosa e cosmica della nascita del Cristo.
Dei tre doni che essi portavano con sé, da questo punto di vista, il più importante era l'ultimo, la mirra. Si tratta di una pianta medicinale da cui si estrae una resina gommosa, che veniva mescolata con oli per realizzare unguenti a scopo medicinale, cosmetico e anche religioso: la parola Cristo significa proprio unto, consacrato con un simbolico unguento, un crisma, per essere re, guaritore e Messia di origine divina.
Per tutte queste ragioni, il racconto dei Magi gode di un particolare rispetto presso le popolazioni cristiane. Nel calendario liturgico dei cattolici e di altre Chiese cristiane, la visita dei Magi a Gesù bambino viene commemorata nella festa dell'Epifania, il 6 gennaio. La Chiesa ortodossa e altre Chiese di rito orientale (che nell'Epifania ricordano il Battesimo di Cristo nel Giordano) commemorano la venuta dei Magi nel giorno stesso del Natale.
Nel 321 Costantino emanò un editto che minacciava tutti i Caldei, Magi, e i loro seguaci con la morte. L'astrologia scomparse dall'Europa occidentale cristiana. Solo scuole arabe di apprendimento, in particolare in Spagna dopo che i Mori avevano conquistato la penisola iberica, accettarono questa saggezza dei tempi classici, e fra gli arabi divenne incentivo per la ricerca astronomica pura.
Tuttavia, entro  la contrapposizione tra sofisti da un lato e socratici e platonici dall’altro, inizia quel processo di fissione tutto occidentale tra astronomia e astrologia, che vedrà nell’opera di Tolomeoil Tetrabiblos, (o Quadripartitum perché composta di quattro libri), il suo inesorabile principio, separando nei secoli a venire lo studio di queste due materie.

Tolomeo fu “allievo” di Ipparco, e nonostante i suoi intenti fossero anche quelli di dare carattere unitario allo studio delle stelle, separò la misurazione del loro movimento dall’influsso sull’uomo, pur asserendo che le cosiddette stelle fisse avevano persino una importanza maggiore delle stesse 12 costellazioni sul destino umano.

Stabilì  le categorie attuali di attribuzione rispetto ai “Pianeti signori dei Segni”, gli elementi (aria acqua terra fuoco) e presentò varie chiavi interpretative dell’oroscopo individuale, predisponendone ed incrementandone il successivo impiego per diversi fini. La sua teoria geocentrica dell’universo influenzerà la cultura occidentale per i successivi 14 secoli.

La divisione di astronomia e astrologia che in occidente stava operandosi non avvenne affatto nel mondo orientale, e ciò può essere dovuto anche all’avvento dell’era cristiana e all’influsso di certa deteriore cultura romana, benchè tutta la teologia cristiana si basi innegabilmente sul rapporto tra Uomo e Cielo, e reciproci rapporti, testimoniati nel temporaneo invio di un Figlio sulla Terra, che al cielo fa poi ritorno. Indubbio messaggero celeste, e corrispondente materiale e corporeo di una verità  superiore e celata, senza dubbio da interpretare.

La diffusione delle scuole neoplatoniche in tutto l’Impero Romano di poco successive all’opera di Tolomeo, testimoniava una volontà di integrare e rendere unitari gli insegnamenti di Platone arricchendoli di tutti gli ulteriori contributi greci ed ellenici, e soprattutto di riunire le molteplici esperienze mistico-religiose giunte a confronto diretto, sotto una paternità filosofica armonica.

Opere come quelle di Porfirio ad esempio, nel suo “Utrum Stellae Aliquid Agant” rappresentano una riabilitazione delle conoscenze astrologiche antiche  e un eroico tentativo di salvare l’eredità del pensiero greco, facilitando così l’inserimento dell’astrologia nel nascente paesaggio teologico cristiano.

Analoghi intenti si ravvisano in Plotino (205-270 d.C.), maestro di Porfirio, che riconosce il profondo legame esistente tra cielo e terra, e cerca di liberare l’astrologia da credenze fatalistiche e dal mero determinismo delle influenze pagane sofferte nel decadente impero romano, ponendo  implicitamente l’accento sul libero arbitrio che l’uomo possiede, arricchendolo di facoltà morali sufficienti a non sottostare passivamente all’influenza degli astri, ma servendosene anzi per il proprio miglioramento, in quanto essi interpreti delle volontà divine.

Questa sfumatura è importante, e rivela una fine conoscenza dei significati superiori  impiegati  nella Cabalah ebraica e una libertà ideologica e interiore dovute alla sua innata statura morale e intellettuale, tipica di molti filosofi di cui ci è pervenuto successivamente il pensiero.

Elementi di cabalismo sommati a conoscenze pitagoriche si riscontrano infatti numerosi e inconfondibili nelle scuole misteriche in tutto il periodo greco dei primi secoli, e verranno ripresi nei secoli successivi da eminenti astrologi come ad esempio Robert Fludd, nel suo Philosophia Sacra (1626).


Christian Astrology, written in 1647 by the English astrologer William Lilly, is considered to be one of the most important seminal works of western astrology. William Lilly successively treats the rules of western astrology, horary astrology and 'Nativities', about erecting and analysing a birth chart in natal astrology. Lilly named it "Christian" to avoid hassles.[1] He wrote the book when he was ill and had to stay at home. Running away from the plague in London, he spent a year in the countryside to study, reflect, and write Christian Astrology.[2]
Lilly himself explains that he was influenced among others by Ptolemy's Quadripartitum (Tetrabiblos)De occulta philosophia by AgrippaDe Astronima Tractarus 10 by Guido Bonatti120 Aphorismi of John DeeMedicina Catholica by Robert FluddEpitomes Astronomiae by Johan Kepler and ParacelsusDe Meteoris, all of which are mentioned in the appendix of Christian Astrology.



L'individuo zodiacale in cui si riflette il macrocosmo secondo l'astrologia rinascimentale


The Devil's Chaplain

"God and the Devil... to be but one and the self-same being... Hell and Hell-fire... are, in the original, nothing more than names and titles of the Supreme God."

Higgins era consapevole della somiglianza tra il suo Pandeismo e il Deismo - secondo cui esiste un ente supremo ordinatore dell'universo ma riconosce solo la ragione come teologia e rifiuta la religione -  nato in epoca illuministica. 

CULTO DELLA RAGIONE E DELL'ESSERE SUPREMO 

Higgins cita il Reverendo deista Robert Taylor, perseguitato per le sue opinioni religiose, che nel suo "Diegesis" aveva sostenuto che tutte le istituzioni gerarchiche cristiane fossero una copia stretta di quelle degli Esseni d'Egitto. Taylor, esponente dei Freethinkers, i liberi pensatori, quei deisti che si contrapponevano al dogmatismo religioso, in particolare quello cristiano, fu ospitato in un edificio fatiscente sulla riva sud del Tamigi, dove si riunivano gli atei repubblicani: indossata la veste "canonica", mise in scena dei melodrammi predicando dei sermoni blasfemi, in cui paragonava Dio al Diavolo - che causarono grande indignazione e gli valsero il soprannome di "Il cappellano del Diavolo", 


Kersey Graves, author of the 1875 book The World's 16 Crucified Saviours, derived "many of the most important facts collated in [her] work" from the Anacalypsis.[10]
Starting in the 1870s, English poet and author Gerald Massey (1828–1907) became interested in Egyptology and reportedly taught himself Egyptian hieroglyphics at the British Museum.[83] In 1883, he published The Natural Genesis where he asserted parallels between Jesus and the Egyptian god Horus. His other major work, Ancient Egypt: The Light of the World, was published shortly before his death in 1907. His assertions have influenced various later writers such as Alvin Boyd KuhnTom Harpur and D.M. Murdock. Harpur argues that Massey has been largely ignored by scholars,[81] and despite criticisms from Stanley Porter and Ward Gasque, Massey's theories regarding Egyptian etymologies for certain scriptures are supported by noted contemporary Egyptologists.[84]
Vsevolod Solovyov, author of the 1895 book, A Modern Priestess of Isis, was alleged to have plagiarized extensively from Higgins, among others. The same investigator also alleged similar plagiarism in Madame Blavatsky's 1888, work, The Secret Doctrine.[11]

Twentieth century author Alvin Boyd Kuhn and contemporary author Tom Harpur, both proponents of the Christ myth theory, reference Higgins in their writings, particularly in Harpur's 2004 best-seller, The Christ Myth.
In 1900, Scottish MP John Mackinnon Robertson argued that Jesus never existed but was an invention by a first-century messianic cult.[92][93] In Robertson's view, religious groups invent new gods to fit the needs of the society of the time. [92] Robertson argued that a solar deity symbolized by the lamb and the ram had been worshiped by an Israelite cult of Joshua for long and that this cult had then invented a new messianic figure, Jesus of Nazareth.[92][94][95] Roberson argued that a possible source for the Christian myth may have been the Talmudic story of the executed Jesus Pandera which dates to 100 BCE. [92][96] Robertson considered the letters of Paul the earliest surviving Christian writings, but viewed them as primarily concerned with theology and morality, rather than historical details. He viewed references to the twelve apostles and the institution of the Eucharist as stories that must have developed later among gentile believers who were converted by Jewish evangelists like Paul.[92][97][98]

IL SALVATORE

Dai racconti su quell’epoca abbiamo diverse testimonianze di «cristi» (termine greco che traduce l’ebraico «messia», ovvero l’unto, l’eletto, il salvatore, definizione tradizionale di ogni re di Israele) che, messisi a capo di una rivolta, sono finiti uccisi dalle spade romane. 

Così scrive Svetonio, riferendosi ad un fatto che risale al 49d.C.: «egli [l’imperatore Claudio] scacciò da Roma i giudei che, istigati da Cristo, erano continuamente in lotta» (Svetonio, Claudius, XXV, citato in K. Kautsky, L’origine del cristianesimo, ed. Samonà e Savelli 1970). 

E Tacito, riferendosi all’epoca neroniana: «furono puniti i cristiani, un gruppo di persone dedite ad una superstizione nuova e malefica. Quel nome essi derivarono da Cristo, che sotto il regno di Tiberio fu mandato a morte dal procuratore Ponzio Pilato. Quella funesta superstizione, soffocata per breve tempo, riprendeva ora vigore diffondendosi non solo in Giudea, luogo d’origine di quel male, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluiscono tutte le atrocità e le vergogne, trovandovi grande seguito» (Tacito, Annales, XV, citato in K. Kautsky, L’origine del cristianesimo) «orbene se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un Vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema» (Lettera ai Galati 1,8).

icona (arte) di San Paolo, inizio del XVIII secolo, monastero Kizhi, Carelia.

La rottura storica decisiva, nell’evoluzione del cristianesimo, avvenne tra Shaul, l’intellettuale noto come San Paolo, e i dirigenti scampati al massacro del movimento apostolico. Negli Atti degli Apostoli questa lotta è ben delineata. La fazione di Shaul sta ormai prevalendo e i vecchi dirigenti, molti dei quali probabilmente parenti del fondatore della setta, tra essi Giacomo, secondo la tradizione «fratello di Gesù», sono catturati e uccisi dai romani. 

Paolo compie una revisione profonda dell’idea originaria. La base storica della revisione è ovvia: lo scontro frontale con i romani aveva condotto gli ebrei alla rovina. Ma per mettersi dalla parte del più forte occorreva rinunciare al nazionalismo e all’odio verso la superiore cultura ellenica. Al contrario era decisivo abbracciarla. Questo veniva favorito dalla convergenza tra la sorte toccata alla Palestina e il più generale sviluppo della società schiavile. 

Nella sua fase finale, la repubblica romana combatté contro continue rivolte di schiavi, alcune delle quali prolungate nel tempo e in grado di occupare intere regioni dell’Italia e di altri paesi. Queste rivolte, proprio come quella degli ebrei, finirono in uno spaventoso bagno di sangue, il più famoso dei quali, in seguito alla rivolta di Spartaco, vide una fila ininterrotta di ribelli crocifissi che si estendeva per buona parte del meridione d’Italia. Le condizioni degli schiavi peggiorarono sotto l’impero, la loro liberazione divenne più rara. Questa sconfitta storica della classe oppressa diede impulso a una serie di culti misterici, in cui la perduta liberazione materiale veniva compensata nella vita ultraterrena. 

Tutte le leggende mediterranee che si prestavano a questi culti si diffusero a macchia d’olio nella popolazione. In Israele esse si fusero con le dottrine nazionalistico-religiose preesistenti. Il personaggio chiave di questa reinterpretazione non avrebbe potuto essere un ebreo palestinese, nato e cresciuto nell’atmosfera di lotta anti-romana, doveva necessariamente essere un ebreo della diaspora, un civis romanus, benestante, con un orizzonte culturale che lo collocasse a cavallo fra l’universo ebraico e quello ellenistico. Esattamente come il fariseo tarsiota Shaul. Fu così che alcune idee profetiche del nazionalismo ebraico fecero da culla per l’ideologia di riscatto prima e di sublimazione poi della classe schiavile di tutto l’impero.

Ovviamente, le tesi di Paolo si prestavano politicamente ad un compromesso politico con il potere romano, mentre le tradizioni ebraiche lo escludevano. Così sin dalla predicazione di Paolo, la storia originale della setta viene riscritta in senso escatologico. Nel tempo, le interpretazioni dissonanti vennero cassate; ecco perché la stragrande maggioranza delle lettere neotestamentarie conservate sono quelle di Paolo o della sua corrente. Ideologicamente, la dottrina paolina prevede una totale accettazione dello status quo, giustificata da una concezione pessimista circa l’uomo. Riprendendo alcune dottrine orfiche circa la naturale inclinazione al male dell’uomo, Paolo propose una versione del mito del peccato originale come dimostrazione che ogni azione dell’uomo è condannata alla sconfitta e che l’unica speranza di liberazione e di felicità appartiene ad un altro mondo. Questa sistemazione ideologica (contenuta con particolare chiarezza nella Lettera ai Romani), non è che un riflesso del reale stato di cose presenti all’epoca: chi aveva tentato di realizzare la liberazione e la felicità in Palestina era stato fatto a pezzi..

Quando guardiamo al testo evangelico dobbiamo tenere in considerazione tutti questi aspetti. Non solo i Vangeli sono una fusione di diverse correnti culturali e ideologiche, tra cui il profetismo e il messianismo ebraico, i culti messianici di varia origine, le diverse filosofie diffuse all’epoca nell’impero romano (in primo luogo, il neo-platonismo e lo stoicismo); ma questa fusione si realizzò in un contesto di reazione politica e ideologica, in cui gli obiettivi di liberazione concreta delle masse oppresse erano stati duramente sconfitti. Per questo, non deve sorprendere se nei Vangeli troviamo che non vi è una sola caratteristica della vita di Gesù che non sia stata ripresa da altre tradizioni. Allo stesso tempo non deve stupire il fatto di trovare palesi contraddizioni tra questi racconti e la tradizione ebraica o addirittura alcuni aspetti anti-ebraici, come la famosa invocazione del Vangelo di Matteo. Al contrario, si trattava di un passo necessario da parte di chi cercava di marcare nettamente le distanze con i movimenti rivoluzionari che avevano condotto Israele alla disfatta.

Le frequenti contraddizioni nel racconto evangelico derivano proprio dall’opera d’innesto di elementi extra-giudaici nella struttura originaria. Si pensi al fatto che Gesù, con alcune esplicite e inequivocabili esortazioni, invita a non propagare il suo insegnamento presso i gentili, e dichiara che la sua funzione è strettamente riservata ai figli di Israele; mentre altrove invita a porgere il suo insegnamento a tutti gli uomini. In secondo luogo, possiamo ricordare i numerosi inviti di Gesù alla pace, alla non violenza e al perdono incondizionato, contraddetti in altra sede da invettive rabbiose, minacce violente, ultime sopravvivenza dell’originale posizione del movimento.

«Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!... Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre» (Luca , XII, 49-53) 

e anche:

«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Matteo X, 34).

Paolo operò una revisione complessiva delle tradizioni messianiche attingendo a diverse fonti intellettuali. Il periodo di reazione sociale e politica prese ideologicamente la forma di un nuovo tipo di religione messianica. 

Lo vediamo già nella Apocalisse di Giovanni scritta poco dopo quegli eventi da un personaggio che aveva senza dubbio partecipato alla rivolta e che probabilmente aveva visto il sacco di Gerusalemme. Qui si riversa la rabbia, l’amarezza, la vera e propria follia disperata che attanaglia le comunità ebraiche in esilio in un insieme di racconti confusi, onirici, in cui, con una complessa simbologia, si scagliano anatemi contro Roma (e non contro il «diavolo», come poi deciderà la chiesa). È in questo ambiente che il messaggio originale zelota-essenico, connesso al profetismo tradizionale ebraico, viene fuso con le correnti soteriologiche orientali e le filosofie dell’impero.

Già prima che la presa di Gerusalemme ponesse le basi per una rivisitazione del messianismo ebraico, i culti di salvezza avevano conosciuto una diffusione notevole tra i popoli soggetti a Roma, tanto che verso il 50 a.C. il senato romano aveva deliberato una loro decisa repressione. Particolarmente brutale fu la repressione dei culti dionisiaci. Liberato dalle sue componenti guerriere ed isolazioniste, il messaggio messianico era pronto per fondersi con le religioni a sfondo salvifico ormai diffuse. Spesso si trattava di culti già sincretici, ovvero religioni che univano culti orientali a elementi giudaici e di popoli anche al di fuori dell’orbita romana. Quello che tutte queste forme avevano in comune era il ruolo centrale dello schiavo. Il fedele era lo schiavo e dio il padrone che lo liberava. Dalla fusione tra questi culti e il messianismo ebraico, avvenuta nel corso dei primi secoli dell’impero, emerse la religione cristiana, una dottrina che si rivolgeva a tutti, non più legata alle condizioni e agli usi di specifiche etnie.

Elementi quali la nascita virginale, in una grotta, la attribuzione della paternità del messia a dio, la resurrezione, si incontrano infatti in decine di altre fedi. 

Occorre infine osservare che un certo monoteismo inizia a farsi largo in forma autonoma anche in Grecia e a Roma. La figura di Zeus-Giove diviene infatti il padre degli dèi, una figura unica chiaramente distinta dal resto del pantheon. Ma la struttura sociale della Grecia classica non permise lo sviluppo necessario al monoteismo. Anche la letteratura greco-romana registra alcuni spunti in questo senso. Kautsky nota: «Il monoteismo inizia a farsi strada. Possiamo trovarne echi anche precedenti, come una scena di Plauto in cui uno schiavo, chiedendo un favore, dice: ‘C’è un Dio, come sai, che ascolta e vede quello che facciamo; e a seconda di comemi tratti, tratterà tuo figlio lì. Se ti comporti bene tornerà a tuo vantaggio’. (Captivi , attoII, scena II)». (L’origine del cristianesimo).

Nacque dunque una religione del tutto diversa dal messianismo originale ebraico. Il figlio di dio che risorge non è più il messia degli ebrei ma il salvatore celeste degli schiavi che parla a tutti i popoli oppressi dell’impero. Allo stesso tempo, non parla più di guerra ma di sottomissione, come vuole Paolo di Tarso che sottolinea «indifferenza di fronte alla schiavitù, ubbidienza alle autorità costituite, inferiorità della donna rispetto all’uomo». 

Questo nuovo messianismo mistico e non più politico fa quindi pendere la bilancia verso l’acquiescenza e la passività. I cristiani sono pronti per essere integrati nella società romana. Da qui in poi la loro storia si fonde con quella dell’impero, le vecchie correnti avventiste e guerriere vengono definitivamente eliminate e l’avvento del regno di dio, da concreto programma politico, si trasforma in una vaga promessa sull’oltretomba.

Cristianesimo primitivo. Dalle origini alla svolta costantiniana Enrico Galavotti

Secondo il filosofo Celso, che intorno all’anno 178 d.C. compose un trattato polemico contro il cristianesimo (Il discorso veritiero), le comunità cristiane assomigliavano alle associazioni misteriche. Gli apologeti cristiani di quel periodo e, in generale, gli scritti dei Padri della Chiesa mostravano, piuttosto, i tratti originali del cristianesimo e le sue differenze con i misteri pagani; gli apologeti spiegavano le somiglianze esterne tra i due fenomeni religiosi come una demoniaca imitazione dei sacramenti cristiani ad opera dei misteri pagani [1].

Agli inizi del secolo XX, come conseguenza delle nuove conoscenze scientifiche e storiche del mondo antico e anche dei presupposti epistemologici della teologia protestante liberale, si ricominciò a considerare il cristianesimo primitivo come una religione misterica dell’antichità. Il teologo protestante Adolf von Harnack (1851-1930) affermò categoricamente: “Anche il cristianesimo è una religione misterica” [2]. Secondo gli specialisti della “scuola della storia delle religioni” (religionsgeschichtliche Schule), i culti misterici svolsero un ruolo importante in tre aspetti della configurazione del cristianesimo primitivo:

1. Il mito della morte e del ritorno alla vita di un dio salvatore, che si colloca nel nucleo centrale di quei culti, ha influito in maniera essenziale sull’immagine mitica di Cristo, morto e resuscitato, forgiata nel cristianesimo primitivo. L’essenza dei misteri e del Cristianesimo è la possibilità di salvezza soterica e di immortalità per mezzo di un dio salvatore [3].

2. I sacramenti cristiani derivano geneticamente dai riti semi-sacramentali dei culti misterici - iniziazione, abluzioni, unzioni, banchetti sacri. I sacramenti della Chiesa non poggiano sul messaggio di Gesù né sull’ebraismo palestinese, ma sono il prodotto di un processo di ellenizzazione che, secondo Heitmüller [4], cominciò già prima dell’apostolo Paolo e, per Harnack [5], nel secolo II.

3. L’obbligo del segreto, prescritto in tutti i culti misterici, influì sulla nascita della prassi cristiana della disciplina arcani [6] che si sviluppò soprattutto durante tutto il IV secolo e all’inizio del V [7].

Riassumendo, la scuola della storia delle religioni presenta il cristianesimo nascente come una setta messianica dell’ebraismo che, come conseguenza del processo di ellenizzazione subìto, si trasformò presto in una religione misterica di salvezza.

A questa serie di considerazioni fece eco il teologo cattolico Odo Casel (1886-1948), che considerava gli antichi culti misterici come una sorta di predecessori del cristianesimo. Questi avevano svolto una funzione provvidenziale avendo preparato una serie di concetti e di pratiche che non si trovavano nemmeno nell’Antico Testamento, ma che furono usati per sviluppare la prassi sacramentale cristiana [8].

Con il successivo sviluppo dell’investigazione storica, oggi si sostengono delle posizioni più moderate nel confrontare le relazioni tra culti misterici e cristianesimo primitivo, e si è tornati a sottolineare l’originalità del cristianesimo rispetto ai misteri del paganesimo [9]. Tra le altre questioni, è notevole che i testi letterari del cristianesimo nascente non testimonino nessuna frattura profonda tra le comunità giudaico-cristiane e quelle greco-cristiane come se le prime fossero una setta dell’ebraismo e le seconde una religione misterica pagana. Gli specialisti del Nuovo Testamento e della letteratura cristiana dei secoli I e II sostengono che tra giudaico-cristiani e greco-cristiani ci fu più continuità che divergenza, nonostante l’indubbio processo di ellenizzazione di questi ultimi [10].

Tuttavia, ancor oggi non pochi studiosi di Storia Antica e di Filologia Classica continuano a classificare il cristianesimo primitivo tra i culti misterici dell’antichità: “Sì, si può affermare che il cristianesimo è una religione sincretista e misterica[11]. “Il cristianesimo prometteva una salvezza simile a quella offerta dalle religioni dei misteri […]. Prometteva anche, come i misteri, una nuova nascita e l’immortalità del credente” [12]. E se Jaime Alvar non include il cristianesimo tra i culti misterici, lo fa per pura convenzione, poiché in realtà lo considera una religione chiaramente orientale e con aspetti misterici, molti dei quali simili in maniera sospetta a quelli delle altre religioni orientali (Attis, Mitra, Cibele, i riti frigi, ecc.) [13]; di fatto afferma: “Fino a che non diventa l’unica religione dello Stato (romano), (il cristianesimo) potrebbe condividere dei tratti comuni con gli altri misteri, tanto da restare catturato sotto la stessa etichetta” [14]

Il Cristianesimo primitivo fu uno dei culti misterici dell’antichità? di Albert Viciano


IL CRISTIANESIMO PRIMITIVO NELLA STORIOGRAFIA RUSSA



Come noto, la storiografia ateistica russa a indirizzo mitologico (che sino a qualche anno fa era prevalente) non solo non ha mai considerato la letteratura cristiana una fonte storica sicura per conoscere le origini del cristianesimo, ma ha sempre messo anche in dubbio l'autenticità di tutte le fonti non-cristiane, da quelle romane di Tacito, Svetonio e Plinio il Giovane, a quelle ebraiche di Giuseppe Flavio, Filone Alessandrino, Mara ecc.

Sulla scia della critica radicale di studiosi come A. Kalthoff, P. Jensen, A. Drews, P.L. Couchoud, J.M. Robertson e altri, essa ha sempre sostenuto l'impossibilità di poter determinare con sicurezza persino l'esistenza storica di Gesù. Sono noti i nomi degli studiosi russi della scuola mitologica: Vipper, Ranovic, Kovaliov, Kryvelev... Persino Kautsky, che pur non negava l'esistenza del Cristo, anzi, contrariamente a Engels, lo definiva un ribelle rivoluzionario, non attribuiva alle fonti extra-evangeliche alcun peso.

Questa storiografia ha sempre sostenuto che la causa delle falsificazioni cristiane sarebbe da attribuire al silenzio degli autori giudei e greco-romani su Gesù Cristo negli anni compresi, all'incirca, fra il 70 e il 120. Nessuno in effetti può smentire che le fonti storiche del I secolo tacciono del tutto sulla persona e l'attività di Cristo, anche quando si tratta di documenti ufficiali e semiufficiali, o di opere storiche e filosofiche del tempo.

Le interpolazioni dei copisti cristiani quindi sarebbero un prolungamento del lavoro redazionale già intrapreso col Nuovo Testamento, al fine di dimostrare il dogma relativo alla passione, morte e resurrezione di Cristo. Necessità che divenne attuale particolarmente dopo il Concilio di Nicea (325) per combattere i diversi eretici.

All'inizio quindi vi sarebbe stato solo un culto divino del Cristo, del tutto astratto e non molto diverso da altri culti misterico-ellenistici del tempo, e solo in seguito ci si sarebbe preoccupati di dare al Cristo-Dio una fisionomia anche umana. Dimodoché quanto più la fonte cristiana è antica, tanto più è povera in essa la biografia terrena di Cristo (vedi ad es. l'Apocalisse di Giovanni, che già Engels riteneva scritta verso il 68-69 d.C.).

Questa tesi, seppur in maniera più sfumata, venne ripresa e diffusa in Italia soprattutto da A. Donini. M. Craveri, di cui Teti editore di recente ha pubblicato Un uomo chiamato Gesù, è stato il primo, da noi, ad aver fatto una panoramica (breve) della storiografia ateistica ex-sovietica, relativamente allo studio della figura di Gesù Cristo e delle origini del cristianesimo, con il saggio Gli studi sovietici sulle origini del cristianesimo, apparso nella "Nuova rivista storica" nel 1968.

Le altre tre ricerche, che stranamente non citano quella di Craveri, sono di due sacerdoti cattolici: Ermis SegattiIl senso di Gesù e della comunità primitiva nella ricerca biblica dell'ateismo sovietico ("Rivista Biblica Italiana", XXIV-XXV/1976-77); id., L'ateismo. Un problema nel marxismo (ed. Piemme 1986); e Jozef RajcakGesù nella ricerca sovietica contemporanea (ed. Piemme 1985).

Craveri, nel saggio succitato, ha messo sinteticamente in luce che fino al 1958 gli studiosi russi (o ex-sovietici) avevano affrontato il problema delle origini del cristianesimo "più con la preoccupazione di dare conferma alle opinioni espresse in proposito da F. Engels", il quale, a sua volta, aveva aderito alle conclusioni di B. Bauer e della "Scuola di Tubinga", orientata verso l'interpretazione mtologica e la demitizzazione. A partire da quella data, con Kovaliov, inizia invece la messa in discussione di alcune tesi ufficiali del marxismo.

Craveri ritiene che lo storico del cristianesimo più importante e più fedele alla lezione engelsiana sia stato A.B. Ranovic, il quale però comprese meglio di Engels l'efficacia pratica del movimento cristiano, basata sostanzialmente sull'idea dell'uguaglianza morale di tutti gli uomini (davanti a dio), cioè l'idea del riscatto universale dal peccato dell'egoismo.

Bene ha fatto Craveri ad affermare che, nonostante ciò, anche a Ranovic, come a Engels, è "sfuggito l'appello alla fratellanza, alla caritas, all'aiuto reciproco, che pure ha costituito uno dei cardini della predicazione cristiana e ha reso possibili, almeno nelle prime comunità, indubbie forme di riscatto, non solo spirituale, per i fedeli bisognosi".

Nessuno dei due inoltre (Engels lo fece solo in riferimento all'Apocalisse di Giovanni) ha mai sottolineato a sufficienza che "tra le principali cause dell'affermarsi del cristianesimo [vi era] la certezza, che i suoi "profeti" cercavano d'inculcare, nell'imminenza di un'effettiva, concreta realizzazione, su questa terra, di quel "regno" di giustizia e di benessere, più tardi trasferito in cielo".

Craveri inoltre contesta, giustamente, la tesi sostenuta dai due marxisti, secondo cui il cristianesimo riuscì a diffondersi a livello mondiale perché, a differenza delle altre religioni, "non conteneva particolari forme di rito, sacrifici e cerimonie". Non si deve infatti dimenticare che il cristianesimo - quello soprattutto di Paolo - è nato come "religione" e, per quanto i suoi riti, all'inizio, fossero meno complicati di quelli ebraici o di altre religioni misterico-orientali, essi costituivano pur sempre il "guscio mistico" che avvolgeva la fede dei credenti.

Il rapporto tra fede e sacramenti è sempre stato fondamentale nel cristianesimo, anche se nei vangeli solo col presupposto della fede si può scorgere l'esistenza di qualche sacramento istituito da Cristo. Essi infatti lo descrivono intento a discutere e non a pregare o a fare riti particolari. "Gesù in persona non battezzava". E il battesimo del Precursore - imitato inizialmente dai seguaci di Gesù - non aveva certo un valore sacramentale.

In ogni caso il cristianesimo non ebbe la meglio sulle altre religioni semplicemente perché queste erano limitate da confini di tipo etnico-nazionalistico. Nel corso dell' "impero" romano, non della "repubblica", tutte le religioni trapiantate in Occidente - ad eccezione di quella ebraica - pretendevano d'avere un carattere universale. Quella parte di ebraismo che volle avere questo carattere si trasformò appunto in cristianesimo. L'ebraismo più conservatore, invece, continuò a subordinare il proprio universalismo alla riuscita politica del messianismo nazionalista.

Il cristianesimo non divenne universale dopo il crollo delle religioni fondate sulla polis, e non lo divenne neppure attraverso la semplice mediazione filosofica delle opere di Seneca e di Filone Alessandrino. L'universalismo era un processo intrinseco all'ideologia cosmopolita del principato romano, che coinvolgeva, come tale, tutte le religioni e tutte le filosofie.

Per quanto riguarda il cristianesimo, esso maturò in quegli ambienti ebraici che, rassegnati all'idea di non poter realizzare alcuna liberazione politico-religiosa a livello nazionale dall'imperialismo romano, pensarono di potersi imporre sulla cultura ellenistica (religiosa e filosofica) adottandone il carattere universale e facendo leva sul proprio "spirito collettivistico".

In tal senso è limitativo sostenere - come fa Ranovic - che l'originalità del cristianesimo stava nel suo carattere di "religione universale". Quando il cristianesimo abbatteva "tutte le vecchie barriere etniche e le differenze di casta tra gli uomini" non era, in questo, molto diverso dall'orfismo o dal mitraismo

Quando Paolo sosteneva che in Cristo non c'era più "né giudeo né greco", stava semplicemente chiedendo ai giudeo-cristiani di considerare i greco-cristiani uguali a loro. Non aveva inventato una nuova formula cosmopolita per il mondo ellenistico. La differenza, dalle altre religioni e filosofie, stava nel fatto che il cristianesimo cercava di essere coerente nella prassi coi principi affermati in sede teorica.

Ma la critica di Craveri è efficace soprattutto laddove contesta a Ranovic l'idea che Gesù sia stato, in principio, una "creatura mitologica celeste" (come nell'Apocalisse), successivamente umanizzata e storicizzata (come nelle Lettere di Paolo e nei vangeli). Ranovic ignora completamente - dice Craveri - "gli approfonditi studi moderni di esegesi neotestamentaria, accampa grossolanamente la tesi comparativistica di fine Ottocento, secondo la quale la redazione dei Vangeli e il conseguente culto di Gesù Cristo sono frutto della contaminazione di leggende pagane, culti misterici e reminiscenze bibliche".

Molto più indovinata è l'analisi di Ranovic sul modo in cui il cristianesimo democratico si è involuto, trasformandosi in religione di stato.

Craveri fa anche notare che gli studi di Ranovic posero le fondamenta per la "giovane scuola sovietica", a indirizzo mitologico, la quale accentuò ancor più la tesi che l'origine del cristianesimo va cercata non in Palestina ma nella diaspora ebraica.

Il primo che mise in forse questa tesi, sostenendo esattamente il contrario, fu - dice Craveri - lo storico S.I. Kovaliov, in un saggio apparso nel 1958. Craveri tuttavia sembra concedere troppo alla pretesa "rottura" di Kovaliov. È vero infatti che questi paragonò il cristianesimo a "una delle tante forme dei culti misterici orientali", dimostrando così che l'universalismo, e persino il monoteismo, erano un'esigenza comune, sentita in tutto l'impero; ed è altresì vero ch'egli ha scorto nel maggiore democraticismo del giudeo-cristianesimo (rispetto alle altre religioni) un elemento decisivo nella lotta contro "la religione ufficiale del popolo romano conquistatore".

Ma è anche vero che Kovaliov continuò a considerare il Cristo un mito storicizzato, non attribuendo ai vangeli alcun valore come fonti storiche. Sicché è difficile pensare che con lui si sia usciti dall'angusto ambito della "giovane scuola sovietica".

Egli, sosteneva che la mancanza di fonti non cristiane sulla nuova religione, durante il I secolo e l'inizio del II, andava spiegata col fatto che il cristianesimo, agli inizi, fu "un fenomeno così insignificante da non meritare l'attenzione degli scrittori pagani". In tal modo però Kovaliov si precludeva la via alla comprensione della censura che la stessa chiesa cristiana aveva operato sul messaggio e sull'attività politica del Cristo.

Craveri, tuttavia, fa giustamente notare che "se il cristianesimo ha avuto le sue prime origini in territorio palestinese, diventa meno incredibile l'esistenza di un profeta predicatore, di nome Gesù". Certo, questa può essere considerata una "conquista" dell'ateismo scientifico, ma si tratta ancora di ben poca cosa.

Lo dimostra il fatto che altri grandi storici, come A.P. Kazdan e M.M. Kublanov, che hanno voluto proseguire gli studi di Kovaliov, si sono limitati a vedere "l'origine del mito di Cristo nelle concezioni messianiche della setta di Qumran, poi complicate dalle dottrine filosofiche filoniane e stoiche", dando così per scontata la spoliticizzazione del Cristo, e ribadendo, implicitamente, la preoccupazione apologetica di dimostrare la superiorità del socialismo scientifico rispetto al cristianesimo.

È evidente che se si considera il cristianesimo come una pura e semplice religione e non anche come il tentativo di deformare un messaggio che religioso non era, non si avrà alcuna difficoltà a paragonarlo ad una delle tante religioni orientali dell'epoca, o all'ebraismo ellenistico, o all'essenismo qumranico.

Più interessante, in tal senso, è la posizione del filologo tedesco G. Hartke, citato da Craveri perché molto studiato in Russia. Egli sostiene che "siccome la letteratura del Nuovo Testamento è l'unico documento in nostro possesso per la ricostruzione delle origini del cristianesimo, tutto il problema si riduce ad un esame critico di ciò ch'essa ci offre".

I suoi studi andrebbero ripresi soprattutto là dove afferma che certi passi del vangelo di Giovanni sono più autentici o più antichi di quelli di Marco, e che i versetti d'ispirazione gnostica, abbondantemente presenti nel quarto vangelo, sono interpolazioni posteriori. Come, d'altra parte, sono stati aggiunti, in un secondo momento, tutto il gruppo di versetti in cui Gesù non è più considerato "uomo-messia" ma "Logos divino", nonché le composizioni di sapore gnostico che dividono il genere umano in "figli della luce e delle tenebre".

Il torto di Hartke, sottolineato da Craveri, è stato quello di aver avuto la pretesa di ricostruire una vita "storica" di Gesù e una cronologia "sistematica" della redazione del N.T. a partire dalle stesse fonti cristiane. Alla fine Hartke è caduto in ingenuità non meno grossolane di quelle della scuola mitologica. Qui infatti è bene precisare, a scanso di equivoci, che aldilà di una "critica" delle fonti cristiane non è possibile andare, in quanto la verità storica è stata soffocata da duemila anni di menzogne.

DALLA SCUOLA MITOLOGICA A QUELLA STORICA

Ingenuamente J. Raicak, nell'Introduzione al suo libro Gesù nella ricerca sovietica contemporanea, dopo aver riconosciuto "l'importanza capitale dell'ateismo sovietico nel mondo contemporaneo", si chiede il motivo per cui "il numero delle pubblicazioni sovietiche su questo argomento sia molto esiguo" in Europa occidentale e soprattutto in Italia, e crede di trovarlo nella scarsa conoscenza della lingua russa.

In realtà le ragioni sono di tipo ideologico e politico. Il mondo cattolico (ma sarebbe meglio dire "cristiano in generale") non ha mai avuto, ovviamente, alcun interesse a divulgare testi ateistici che presumono d'essere scientifici sulla storia del cristianesimo: le poche volte che l'ha fatto, ha sempre scelto di pubblicare le parti più facilmente criticabili.

L'area facente capo al marxismo occidentale (in Italia al gramscismo) ha sempre temuto (un'eccezione significativa è stata appunto quella di Donini) che la divulgazione di una pubblicistica così chiaramente determinata in direzione dell'ateismo, potesse compromettere il dialogo politico col mondo cattolico.

Infine tutte le correnti marcatamente anticlericali: laicisti, anarchici, trotzchisti, maoisti ecc., pur essendo ideologicamente favorevoli all'impostazione ateistica della storiografia sovietica, hanno preferito, per ragioni meramente politiche, cioè per ragioni di rozzo anticomunismo o antisovietismo, non misurarsi sul terreno del confronto culturale, restando legate, sostanzialmente, alle vecchie posizioni mitologiste della Sinistra hegeliana e della "Scuola di Tubinga", riprese poi dal positivismo.

La ricerca di Rajcak è comunque interessante perché mette in luce come, dopo circa sessant'anni di assoluto dominio dell'indirizzo mitologico, si vada facendo strada presso gli studiosi russi (Rajcak intende riferirsi al periodo compreso dal 1975 al 1982) "un più marcato interesse per una probabile esistenza storica dell'uomo Gesù". Da un lato infatti essi, come la migliore scuola mitologica, affermano - dice Rajcak - che "l'oggetto primario della ricerca sovietica non è la questione dell'esistenza storica di Gesù Cristo"; dall'altro però sono indotti ad ammettere che "la questione dell'esistenza storica di Gesù Cristo non è indifferente agli studiosi marxisti, poiché essi sono convinti che la soluzione scientifica di questo problema darà un colpo decisivo al cristianesimo".

Riguardo al genere letterario dei vangeli si sta cominciando ad ammettere che molti racconti, non contenenti "nulla di soprannaturale", possono essere considerati "storici". La scuola mitologica, in questo senso, era stata molto categorica: i vangeli non sono che testi leggendari, teatrali, vere e proprie raccolte di favole, inventate da cima a fondo.

Quanto, in tale mutamento di prospettiva, abbiano influito la scoperta dei rotoli di Qumran, è facile intuirlo. Il primo a rivedere alcune classiche tesi della scuola mitologica fu - come già si è detto - lo storico Kovaliov, il quale dovette costatare che quei rotoli bimillenari attestavano la presenza di gruppi molto vicini non solo agli Esseni e agli Ebioniti, ma anche a quella che è la figura idealizzata di Gesù nella letteratura neotestamentaria. Kovaliov, in sostanza, pur senza chiedersi in che modo la chiesa cristiana aveva operato una falsificazione ai danni del movimento originario di Gesù, finì con l'accettare la versione che il cristianesimo, come religione, sorse in Palestina, in stretta relazione con problemi e movimenti di natura specificamente ebraica.

Generalmente i rappresentanti russi della scuola storica ammettono che gli autori principali (non ovviamenti gli unici) dei vangeli siano Matteo, Marco, Luca e Giovanni, di origine palestinese (ad eccezione naturalmente di Luca), e concordano nella periodizzazione della vita degli evangelisti (che non si discosta, in sostanza, da quella ufficiale della tradizione cristiana). Viceversa, la storiografia mitologica solo sulla ebraicità di Giovanni Battista sosteneva di non avere dubbi: essa infatti nel Precursore ha sempre visto una specie di prototipo del personaggio standard del messia.

Quanto alle fonti dei vangeli i pareri della scuola storica non sono molto omogenei: 1) N.M. Nikol'skij, A.P. Kazdan, Z. Kosidovskij e I. Svencickaja sostengono che tali fonti sarebbero - dice Rajcak - "le tradizioni orali riguardanti un predicatore ebreo di nome Gesù, le quali, accanto ai racconti leggendari o mitici (p. es. i miracoli), contengono un vero nucleo storico"; 2) per gli ultimi due storici, "i vangeli si formarono in un lungo periodo di tempo dopo la morte di Gesù, da una parte sulla base della tradizione orale, dall'altra in forza della 'creatività tendenziosa' dei loro autori"; 3) M.M. Kublanov sostiene che "sugli autori dei vangeli esercitarono un forte influsso il pensiero del filosofo alessandrino Filone, le concezioni dualistiche del mondo proprie dei qumraniti e degli iraniani e le idee messianiche anticotestamentarie degli ebrei": oltre a ciò, egli è convinto che "il vangelo di Giovanni dipenda in gran parte da quello di Marco, ma anche da un'altra fonte detta "Q", non pervenuta ai nostri giorni". Su questo le tesi della scuola mitologica non sono molto diverse, se non per il fatto che tendono ad accentuare l'influenza dei racconti mitologici greco-romani, babilonesi, siriani, egiziani e indiani.

Molto significativa è l'affermazione di Kazdan secondo cui le contraddizioni contenute nei vangeli potrebbero anche essere "un argomento a favore del nucleo storico di essi, poiché provengono dalle differenti tradizioni orali che si conservarono nelle diverse comunità cristiane primitive e si riferivano ai fatti storici".

Con Nikol'skij si è anche arrivati a considerare i miracoli come "semplici guarigioni psichiche o neurotiche", escludendo quindi la possibilità di altri eventi prodigiosi come la trasfigurazione, la resurrezione di Lazzaro, la moltiplicazione dei pani o la tempesta sedata.

Interessante altresì è l'opinione di Kovaliov in merito alle fonti non cristiane su Gesù. Egli sostiene che quelle di Plinio il Giovane e di Tacito non devono essere liquidate con troppa sicurezza. La scuola mitologica - come noto - le ha sempre ritenute inattendibili, semplicemente perché voleva restare legata a una concezione dello sviluppo, senza mediazioni, della figura di Cristo, che va dal mito della sua divinità (già descritto nelle Lettere paoline più antiche) sino alla rappresentazione umana delineata nei vangeli.

Kosidovskij (che non è russo ma polacco) ritiene invece che "non esistono alcune ragioni fondate per negare la storicità di Gesù, dato che nella Palestina di quel tempo i predicatori, i profeti e i messia di quel genere erano un fenomeno quotidiano". A suo parere cioè si può considerare tranquillamente come verità storica il fatto che Gesù fosse il figlio di un carpentiere, che avesse vissuto a Nazareth fino al momento in cui, sotto l'influsso del Battista, iniziò a predicare in Galilea e a Gerusalemme, raccogliendo attorno a sé molti seguaci, e infine il fatto che, mettendosi contro il potere religioso e civile, venisse crocifisso come un pericoloso disturbatore dell'ordine pubblico. Dopo la sua morte avvenne qualcosa che spinse i suoi seguaci a credere che era risorto".

Kazdan, in questo senso, ha precisato che uno studioso marxista può anche ammettere l'esistenza storica dell'uomo-Gesù, ma, a differenza di un teologo, dovrà sempre rifiutare che si tratti di un "figlio di dio" che portò all'umanità un messaggio originale.

Sintomatico è il fatto che in questa critica alle posizioni estreme della scuola mitologica, la scuola razionalista non abbia fatto altro che recuperare le tesi fondamentali del teorico più importante della IIa Internazionale, K. Kautsky, per il quale Gesù Cristo fu "un lottatore politico della resistenza, un rivoluzionario sociale".

Questo significa che nell'area ideologica marxista vi è sempre stato un indirizzo favorevole alla storicità di Gesù. Esso è stato tenuto per molti anni ai margini della storiografia sovietica ufficiale semplicemente perché risultava politicamente scomodo nel contesto delle relazioni conflittuali che dividevano il socialismo dal capitalismo.

Come esempio concreto di questa possibilità si può prendere in esame l'interpretazione storicista di Nikol'skij, che Segatti riporta piuttosto estesamente nei suoi due lavori già citati. Nikol'skij (1877-1959) sostiene che "l'escatologia... per gli uomini del I secolo giocava un ruolo pari per importanza alla dottrina del socialismo e del comunismo per la società attuale"(Riv.Bib.It., XXV/1977, p.169).
Parlando dei vangeli sinottici, egli è convinto ch'essi rappresentino "l'immagine più vicina ai concetti e sentimenti autentici delle masse che si aggregarono per prime nella comunità cristiana". "In generale l'oggetto dei vangeli è l'annuncio del regno di dio come fatto imminente... Tutto l'agire di Gesù è contro il padrone di questo mondo (gerarchie dominanti, preti, farisei, romani)... La gente stenta a crederlo poiché lo ritiene uno dei tanti sovvertitori che si sono già presentati sulla scena della storia. Ma egli si dichiara l'ultimo di tutti i tempi. E, anche se vinto, Gesù apparirà di nuovo e allora sarà l'unico signore del futuro regno del bene".

Il regno futuro appartiene ai "miserabili e ne sono esclusi i ricchi". Ma dai sinottici - prosegue Nikol'skij, che però non s'avvede come l'escatologia post-pasquale sia stata già un modo di falsificare il messaggio del Cristo - è difficile individuare a quali "miserabili" ci si riferisca. Stando alla comunità post-pasquale di Gerusalemme sarebbero i poveri giudeo-cristiani, conformemente all'escatologia giudaico-nazionalista; stando invece alle comunità giudaico-ellenistiche della diaspora, che aspirano a un superamento del principio nazionalistico e puntano sull'essenzialità della fede cristiana, sarebbero i poveri tout-court, credenti nella messianicità di Gesù.

"Quanto al tempo, pare che l'aspettativa fosse di assoluta imminenza, [anticipata] dall'inasprimento della persecuzione dei discepoli e dalla trasformazione del cristianesimo in forza mondiale irresistibile. Dalla convinzione congiunta dell'imminenza della fine e della sua ineluttabilità derivò il rigore stoico e la severità dei costumi cristiani. In un tale clima, la distruzione di Gerusalemme da parte di Tito poteva lasciare supporre che la venuta del regno stesse per scoccare".

Tuttavia, afferma Nikol'skij (riassunto sempre da Segatti), i primi cristiani "non costruirono alcun sistema sociale alternativo, poiché il cambiamento avviene non attraverso un processo costruttivo di trasformazione sociale, bensì attraverso uno sconvolgimento cosmico di tipo miracolistico".

Infatti, il momento in cui i cristiani furono disposti a seguire Gesù in qualità di "messia-re" in una insurrezione armata (e cioè durante la sua predicazione in Galilea, cfr Gv 6,1ss.), non si è più ripetuto, con altri capi cristiani, dopo la sua morte. Anzi, con il processo di divinizzazione del Figlio dell'uomo, con la sua mancata parusia e con la mondializzazione del cristianesimo, l'escatologia dei primi cristiani - dice Nikol'skij - ha perduto la sua forza propulsiva.

"Già si prefigura in questo stadio lo sviluppo successivo: visto che dall'alto non si decide a venire nulla, sarà necessario trovare una via di compromesso con questo mondo. Cominciano ad entrare in forma predominante i ricchi nelle comunità cristiane, ed essi non sono affatto interessati a cambiare le cose".

Il grande merito della scuola mitologica russa (o ex-sovietica) è stato quello di aver dimostrato che le fonti storiche del cristianesimo primitivo portano il credente ad avere una fede incompatibile con la ragione. Questa scuola, tuttavia, se può aver indotto molti credenti di "buon senso" a dare maggiore peso alle motivazioni della ragione piuttosto che a quelle della fede, ha anche indotto, a causa della sua unilateralità, molti altri credenti a un fideismo ancora più cieco nei riguardi delle loro fonti storiche originarie, pregiudicando così la possibilità di un dialogo e di un approfondimento culturale in direzione dello storicismo umanistico.

In effetti, il torto principale della scuola mitologica, che pur aveva giustamente appurato la presenza di contraddizioni insostenibili nelle fonti neotestamentarie, è stato quello di aver svalutato, col pregiudizio di chi fa d'ogni erba un fascio, le fonti cristiane nel loro complesso, ritenendole del tutto fittizie.

Essa si è lasciata eccessivamente influenzare da determinati stereotipi, provocando così quello che in psicologia viene definito "effetto alone", cioè dalla constatazione di un aspetto negativo si è passati a negativizzare il tutto. Si può forse avere la pretesa di sostenere, a priori, un criterio col quale stabilire con esattezza ciò che può essere considerato una "fonte storica credibile"? No, non si può, semplicemente perché l'attendibilità di una fonte è sempre il frutto di una paziente e laboriosa ricerca.

Peraltro è sempre molto difficile appurare tutte le ambiguità implicite in una qualunque fonte storica, anche se, col passare del tempo (e paradossalmente), gli uomini tendono ad avvicinarsi sempre più alla verità dei fatti storici del passato. Dice infatti J. Huizinga: "Ogni fase di civiltà, dal Medioevo in poi, si ricostruisce un'immagine nuova dell'antichità greco-romana", e questo sulla base delle stesse fonti scritte! (La scienza storica, ed. Laterza, p.30). "Per raggiungere un accordo due storici  - ha detto H.I. Marrou - devono arrivare ad avere le stesse categorie mentali, le stesse affinità, delle identiche basi culturali" (La conoscenza storica, ed. Il Mulino).

Se uno storico, in coscienza, ritiene inverosimile l'esistenza di Gesù Cristo, probabilmente non la riterrebbe verosimile neppure se avesse sotto mano un carteggio diretto tra Seneca e Pilato che avesse per oggetto il processo a Gesù, in quanto non potrebbe fare a meno di sospettare che si tratti di un falso d'epoca. "Un gran numero di falsificazioni spesso apparenti - ha scritto J. Topolski - ha affinato il criticismo degli storici, conducendo a volte all'ipercriticismo" (Metodologia della ricerca storica, ed. Il Mulino).

Il fatto è che non esiste una prova inconfutabile della verità di un'esistenza, di una teoria, di un'esperienza... Neppure il soggetto interessato è in grado di dirci di se stesso una verità maggiore di quella che altri possono dire di lui. Con la moderna burocrazia si può addirittura rischiare che un cittadino vivente, al cospetto di un'anagrafe che abbia smarrito i suoi documenti, non possa neppure dimostrare la propria esistenza in vita!

Se mettessimo a confronto i vari dipinti che ritraggono la figura di Cristoforo Colombo, chi potrebbe affermare con sicurezza, vedendo una così grande diversità di fattezze, ch'egli sia veramente esistito? Si pretende insomma un senso storico-scientifico negli scritti del passato, quando neppure oggi siamo in grado di possederlo. Potrebbe mai accadere che un marxista consideri le testimonianze dirette di Trotski sulle rivoluzioni russe più attendibili di quelle di Lenin? No, eppure Trotski fu un protagonista attivo di quegli avvenimenti, e cercò di riportarli puntualmente in una serie di scritti che ancora oggi, dai suoi seguaci, vengono considerati più veridici di quelli di Lenin.

Con questo naturalmente non si vuole sostenere che è impossibile stabilire una verità storica, o che tutto è relativo, che non esiste scienza ma solo opinione. Semplicemente la verità non s'impone da sé, altrimenti tutti vi crederebbero. Vi è sempre un margine di fraintendimento, o nel fatto storico stesso o nella sua comprensione. Pascal diceva, con acume, che nella vita vi è a sufficienza per credere e nel contempo per dubitare. Questo forse significa che, come ripeteva Kierkegaard, la verità sta nella soggettività? No, significa soltanto che la verità implica una ricerca continua, ininterrotta, in cui il coinvolgimento personale non è un aspetto secondario. Quando si dice che la verità storica è il processo di adeguamento alla comprensione dell'istanza umana di liberazione, di cui vanno smascherati i tradimenti, si sottintende, ovviamente, che lo storico non può sentirsi estraneo a tale istanza.

Se si parte peraltro dal presupposto che non si può dedurre l'esistenza di un Gesù storico dall'idea mitica di un Cristo divino o, viceversa, che il Cristo divino non può essere una conseguenza del Gesù storico, si finisce col non capire più le radici storiche della creazione di quello stesso mito. Si finisce cioè col non capire fin dove è stata possibile l'invenzione e fin dove invece era impossibile.

La scuola mitologica russa, in tal senso, s'è lasciata fuorviare dal testo dell'Apocalisse di Giovanni. Ritenendolo scritto prima dei vangeli (prima della distruzione di Gerusalemme avvenuta nel 70), e costatando che in esso non esiste alcuna descrizione storica di Gesù, essa si è sentita in dovere di sostenere il carattere mitico del Cristo morto e risorto, successivamente umanizzato nei vangeli. In realtà è del tutto irrilevante sapere quando l'Apocalisse sia stata scritta. Ciò che più importa notare è che anch'essa, come ogni altro testo del N.T., ha operato una censura sul Cristo storico. Essa l'ha trasformato in un essere divino (il primo a farlo in realtà è stato Paolo), proponendosi come obiettivo quello di far credere alle comunità cristiane che la liberazione dall'imperialismo romano sarebbe dipesa unicamente da lui. Le comunità avrebbero dovuto soltanto attendere in modo "etico-religioso" la sua venuta imminente.

La scuola mitologica s'è preoccupata di negare ogni credibilità alle "ragioni" della fede, La scuola storica, invece, dovrà provare che la "fede" (quella umana) può avere delle ragioni assai diverse da quelle che il cristianesimo, monopolizzando il concetto di "fede", ci ha tramandato.

Il compito della scuola storica è senza dubbio più difficile e di lunga durata, ma è destinato ad ottenere risultati più convincenti. Naturalmente non ci si può limitare ad un affronto di tipo intellettuale del fenomeno religioso, poiché qui si ha appunto a che fare con un "fenomeno sociale" e non con una semplice "opinione". Occorre pertanto superare l'esperienza della fede religiosa con un'altra qualitativamente migliore, quella dell'umanesimo laico e socialista.

Se la scuola mitologica avesse affrontato con più obiettività il problema delle contraddizioni neotestamentarie e quello delle alterazioni, interpolazioni e omissioni cristiane ai danni delle fonti non-cristiane, avrebbe facilmente scoperto che le falsificazioni non sono servite ai cristiani per dimostrare l'esistenza del "loro" Cristo, la verità della "loro" religione, ma piuttosto per negare ciò da cui il "loro" Cristo e la "loro" religione erano nati.

Avrebbe cioè scoperto che l'assenza di testimonianze su Cristo da parte delle fonti pagane è dipesa non solo dal fatto che il movimento di Cristo ebbe scarsa risonanza nell'impero romano del I secolo, non solo dal fatto che quel silenzio era una delle armi usate dal potere dominante per combattere la popolarità della nuova religione, ma anche dal fatto che gran parte delle testimonianze furono distrutte dalla stessa chiesa cristiana. Sicché il silenzio degli autori non-cristiani va considerato non come causa bensì come effetto delle falsificazioni volute dalla chiesa.

La chiesa, se vogliamo, aveva ogni interesse a far sparire le prove dell'esistenza storica (fisica) di Cristo, proprio perché questa esistenza escludeva l'idea di un messia, cioè di un leader politico, assolutamente pacifico e non-violento, mero "redentore" dell'umanità schiava del peccato originale. Essa aveva bisogno di propagandare le tesi mitologiche di Paolo per poter realizzare un compromesso politico col potere dominante, allontanandosi definitivamente dalle tradizioni della società ebraica. La falsificazione è iniziata subito, prima ancora della stesura dei vangeli, già nella predicazione di Pietro e Paolo. L'uso artificioso e tendenzioso di certe profezie veterotestamentarie ne è stata una delle prove più eloquenti.

Naturalmente se le manomissioni fatte nei testi pagani dovevano servire per negare al Cristo una qualunque fisionomia di leader politico, quelle fatte nei testi ebraici dovevano invece servire per affermare la natura divina della sua messianicità. Si pensi, ad es., al cosiddetto Testimonium Flavianum, dove i copisti cristiani si sono sforzati di far apparire Gesù il "Cristo" atteso da Israele, promesso dai profeti, vero "superuomo" perché "risorto" dopo tre giorni dalla sepoltura (come i profeti avevano previsto!). Qui non si è neppure in presenza di un'interpolazione, ma di una costruzione del tutto artificiale.

Con la scoperta dei rotoli di Qumran è emersa un'altra censura del cristianesimo primitivo: il N.T. non dice nulla degli Esseni (nonostante che il Battista provenisse da quegli ambienti) perché si doveva attribuire al Cristo l'origine degli aspetti sacramentali della nuova chiesa. E non è forse singolare che nei vangeli il Battista venga considerato come il "precursore" per eccellenza del Cristo (per giunta consapevole di esserlo), quando la storia del movimento di Gesù ha inizio proprio dal drammatico distacco dal movimento del Battista? Come mai alla chiesa non è mai parso contraddittorio che la prima persona ad aver saputo riconoscere immediatamente la grandezza di Gesù (che nei vangeli addirittura coincide con la sua "divinità"), non abbia poi deciso di diventare un seguace del movimento nazareno e abbia chiaramente rifiutato (come appare nel vangelo di Giovanni) di salire a Gerusalemme per compiere la cosiddetta "purificazione del tempio"?

Come noto, i responsabili principali di buona parte delle falsificazioni sono stati i monaci occidentali, i quali, in relazione alle testimonianze pagane sul Cristo, hanno praticamente "riscritto la storia", soprattutto per togliere alle eresie sorte in ambito cristiano il pretesto per opporsi alla nuova religione di stato. Qui inoltre non si deve dimenticare che la chiesa cristiana (sotto la guida del vescovo Teofilo) è all'origine dell'incendio che devastò la biblioteca del Museo d'Alessandria d'Egitto nel 391.

Ha dunque ragione la storiografia cattolica quando dice che le persecuzioni cristiane furono il frutto di un tragico "malinteso", ma bisognerebbe aggiungere che lo furono solo perché il potere romano non aveva capito subito che il cristianesimo paolino, sul piano politico, nonostante la sua irriducibilità ideologica, non aveva alcun carattere rivoluzionario.

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