venerdì 15 luglio 2016

Yahweh, Dio della guerra

Yahweh, il Dio giudaico-cristiano, tanto amato, è in realtà un Dio della guerra. L’immagine rassicurante veicolata dalla tradizione canonica del Dio Padre buono e compassionevole stride con il profilo del brutale assassino protagonista del racconto veterotestamentario. Ad affermarlo è la ricercatrice e saggista Stefania Tosi.

Stefania, cominciamo con una domanda generale per contestualizzare l’argomento. Quante Bibbie esistono e quanto sono attendibili?
È il libro più conosciuto, best-seller internazionale, baluardo di rettitudine morale. Tutti ne abbiamo sentito parlare e probabilmente ne possediamo una copia. Tuttavia è il libro che nessuno legge.
La genesi della Bibbia è stata lenta e controversa. Solo dopo lunghi secoli di tradizione orale ha conosciuto una prima forma scritta e tutti sappiamo che le tradizioni orali sono naturalmente soggette ad alterazioni del contenuto e del significato, anche non in modo intenzionale. La carenza di documenti e fonti impediscono di ricostruire e datare con la dovuta scientificità l’evoluzione del testo, il quale non è stato concepito come un unicum, ma redatto in più tempo e da più mani. Nell’Introduzione generale alla Bibbia, il primo volume del Corso di studi biblici, testo utilizzato da seminaristi e preti, si afferma che «l’Antico Testamento non ci fornisce dati storicamente attendibili per l’epoca pre-monarchica, in cui si forma l’entità etnico-nazionale di Israele»; anche la Chiesa, dunque, ammette la “scarsa attendibilità storica” degli scritti biblici. (F. Rinaldo, Introduzione generale alla Bibbia -Logos. Corso di studi biblici-, Elledici, Torino 2006.)
Infatti si può parlare di un eterogeneo mix dalle origini oscure e pagane. Non bisogna infatti dimenticare la forte influenza della cultura mesopotamica sulla stesura di alcuni degli episodi più celebri, dalla Creazione al diluvio universale. Il momento in cui possiamo supporre sia avvenuta la contaminazione culturale è il VI secolo a.C., quando re Nabucodonosor II sottomise il regno di Giuda dando origine alla cattività babilonese e offrendo l’occasione per un contatto diretto con la sfera socio-culturale babilonese. È dopo questo evento che si suppone siano state redatte le prime versioni della Bibbia. Se avete deciso di leggere la Bibbia (ottima decisione) la prima cosa consiste nel procurarsene una copia. La varietà dell’offerta è ampia e ad oggi disponiamo di una decina di versioni della Bibbia in lingua italiana. Si possono trovare anche versioni digitali e in dialetto. I libri riconosciuti come Sacra Scrittura sono chiamati ‘canonici’, da kanon, norma, in quanto normativi per la fede. La Bibbia si distingue in ebraica e cristiana: la versione ebraica è composta da 39 libri, la versione cristiana è composta da 73 libri. Ovviamente la prima Bibbia è stata scritta in lingua ebraica (eccetto alcune parti in aramaico) e si presentava come una sequenza interminabile di consonanti, senza divisioni di sorta. L’effetto era dunque di questo tipo:
ghd
L’Ebraismo suddivide le Scritture in tre sezioni: 1: Torah. 2: Neviim (Profeti). 3: Ketuvim (Scritti). Con il termine Torah, tradotto col termine greco Pentateuco, s’intende la raccolta dei primi cinque libri della Bibbia, cioè Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio. Il cosiddetto Antico Testamento dei cattolici è identico alla Bibbia dell’Ebraismo, ma comprende sette libri in più e alcuni testi aggiuntivi.
Attualmente si contano sette canoni biblici: ebraico, samaritano, cristiano ortodosso, cattolico, protestante, cristiano copto, cristiano siriaco. La maggiore differenza tra i canoni ebraici e samaritano, e quello cristiano riguarda il Nuovo Testamento, non riconosciuto dai primi due. Bisogna menzionare la Septuaginta, la Bibbia dei Settanta redatta in greco ad Alessandria d’Egitto verso il III secolo a.C., in cui troviamo libri non presenti nel canone ebraico. La Chiesa ortodossa orientale utilizza tutt’ora la Bibbia dei Settanta per la liturgia.
La definizione del canone ufficiale, che identificava i soli libri che dovevano essere nella Chiesa, è stata decisa nel 363 d.C. durante il Concilio di Laodicea.
Tutte le bibbie sono attendibili, tenuto conto del principio di faziosità alla radice dell’esegesi biblica stessa. Diversi termini ebraici antichi vengono volutamente tradotti in modo errato per far coincidere il significato con l’idea di Dio. Facciamo un esempio: El Shaddai la cui traduzione più accreditata dagli esegeti biblici è “Dio della steppa” viene reso come “onnipotente”.
Chi era Abramo veramente?
La figura di Abramo, come quella di ogni patriarca, è avvolta dal mistero. Non esistono prove di alcun tipo che ne attestino l’esistenza e la veridicità. La United Synagogue of Conservative Judaism, che rappresenta un milione e mezzo di ebrei tradizionalisti, nel 2002 si spinge oltre affermando nella nuova Torah commentata: «Abraham, the Jewish patriarch, probably never existed» (lett. «Abramo, il patriarca ebreo, probabilmente non è mai esistito»).
Gli stessi dubbi sorgono per Mosè e per l’Esodo. Come afferma il professor Lee Levine, della Hebrew University di Gerusalemme “nella storia egiziana non esiste riferimento alcuno ad un soggiorno del popolo di Israele e le scarne testimonianze son o del tutto trascurabili e indirette”. Se ciò venisse dimostrato, allora si potrebbe stracciare tutto l’Antico Testamento.
Per due storici ebrei, Messod e Roger Sabbah, riprendendo un’ipotesi avanzata da Freud, Abramo era un faraone. L’infondatezza dei fatti e l’irreperibilità di fonti permettono di avanzare ogni sorta di ipotesi sugli eventi biblici. L’unico fatto certo è che Abramo sia l’anello di congiunzione tra le tre religione monoteistiche: ebraismo, cristianesimo e islamismo. Forse in pochi lo sanno, ma Abramo per i musulmani è il Padre di tutti i Profeti. Nella sura 3 è detto: “Abramo non era né giudeo, né nazareno, ma puro credente e musulmano.”
Più importante di chi fosse davvero Abramo, conta l’idea trasmessa nei secoli circa il patriarca cui appare Dio con un’allettante offerta: la terra dal fiume Nilo all’Eufrate apparterrà al a discendenza di Abramo (come detto e ripetuto in GN 15:18, DT 1:7, 11:24, GS 1:4.). Lo ribadiamo, i racconti dei patriarchi sono storie indipendenti, originariamente nate tra le tribù seminomadi della Mesopotamia. Gli Ebrei le utilizzarono cucendole insieme in un grande melting polt. Il pasticcio è servito. Gli scribi, lavorando a più mani, in tempi dilatati e su tradizioni orali già antiche, hanno dato vita ad una vera e propria mitopoiesi, divenuta Verità sacrosanta per miliardi di persone.
Chi erano gli Elohim? Quanti erano? Che caratteristiche avevano e quali prove abbiamo a sostengo del fatto che non siano frutto del mito ma furono esseri in carne ed ossa?
Il termine Elohim è intraducibile. Non esiste biblista al mondo che abbia azzardato una traduzione. Infatti nelle bibbie interlineari il nome Elohim, è il plurale della parola ebraica elohah, viene lasciato nella sua grafia originale.
Essendo un plurale a volte è seguito da un verbo coniugato al plurale (1 Samuele 28:13; Genesi 20:13) ma sono presenti versi in cui è coniugato al singolare. Inoltre circa l’identità le teorie si sprecano: alieni di questo o quel pianeta, rettiliani, emissari di Zeta Reticulis. Gli Elohim vanno ascritti al pantheon delle divinità generatrici, al pari dei Titani per i Greci, dei Neteru per gli Egizi.
La Bibbia non fornisce grandi dettagli riguardo agli Elohim. Non ne specifica l’aspetto, il numero o la gerarchia. Sono citati Baal, Kamosh, Astarte, Dagon, Moloch . Non a caso Eusebio di Cesarea nel III secolo d.C. ebbe a dire che «la maggior parte delle teogonie sparse nel mondo sono venute dai Fenici e dagli Egizi. »
Chi era Yahweh e chi Mosé? Che rapporto c’era tra loro due?
L’affermazione potrà risultare azzardata ma la Bibbia non è il testo della Salvezza, le sue pagine non contengono le rivelazioni su come guadagnarsi il Paradiso e né su come mondare l’anima dai peccati. Il testo più amato dai cristiani è prima di tutto una grande antologia di guerra in cui sono celebrate le gesta spietate dei patriarchi -Mosè, Giosuè, Davide- e le battaglie compiute nel secolare tentativo, sotto l’egida di Yahweh, di accaparrarsi la fantomatica ‘terra promessa’. Nel Libro della Genesi, del Deuteronomio e di Giosuè il dio degli Israeliti pronuncia queste parole: “Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate.” E’ la promessa che non verrà mai neanche lontanamente mantenuta e che costerà la vita a decine di migliaia di uomini, donne e bambini. La marcia di Yahweh è infatti arrossata dal sangue dei popoli che pretende di sterminare per insediare la sua tribù seminomade. L’esortazione divina è chiara: gli abitanti di villaggi e città devono essere tutti sterminati, passati a fil di spada e nei loro confronti non deve trovare spazio la compassione. Ogni popolazione è da schiacciare, e gli Ittiti, gli Amorrei e i Cananei devono essere trattati come nemici e votati allo sterminio.  Il disprezzo di Yahweh nei confronti della vita umana è freddo come il ferro delle spade.
Non è un caso se l’epiteto di Yahweh più frequente nell’Antico testamento è proprio ‘Signore degli eserciti’. Questo attributo è attestato da alcune fonti scritte: un graffito della seconda metà dell’VIII secolo presso Khirbet el-Qom, località vicina ad Ebron, reca la scritta “Maledetto sia Harif/Hagaf figlio di Hagab da Yahweh degli eserciti” e alcuni ostraca aramaici della comunità giudea di Elefantina del V secolo a.C. riportano il medesimo appellativo ripetuto tre volte. Il Dio d’Israele è prima di tutto un combattente, a dispetto dell’esegesi biblica che pretende di minimizzare il soprannome con un’edulcorata metafora cosmologico-creaturale secondo la quale il ‘Signore degli eserciti’ sarebbe da intendersi come un generico ‘dio dell’universo’. Tuttavia le schiere sotto il comando di Yahweh non sono angioletti innocui e paffuti ma almeno 650.000 uomini ben addestrati e armati, pronti a tutto pur di compiacere l’iracondo Comandante supremo che sgomita per emergere e guadagnarsi un posto d’eccellenza tra i grandi dell’epoca, gli Egizi e i Babilonesi.  Brama di fama e potere accentuano l’indole vendicativa e nevrotica di Yahweh che riesce ad imporre il suo comando solo con metodi brutali; in Esodo 15:3 viene così descritto: “La tua destra annienta il nemico, tu scateni la tua ira, spavento e terrore piomberà su di loro [i nemici, nda].” L’irascibile divinità colpisce anche il suo stesso popolo: il fuoco di Yahweh divorò i duecentocinquanta uomini che avevano offerto incenso (Numeri 16:35). Yahweh sterminò con un morbo quattordicimilasettecento dissidenti israeliti (Numeri 17:14 ) e «mandò dei serpenti fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì.» (Numeri 21:6). E sempre una pestilenza divina sterminò ventiquattromila persone (Numeri 25:9).
Tutto ciò è scritto in modo chiaro nel testo biblico e non sono necessari interpretazioni di ispirazione divina o medianiche illuminazioni, è sufficiente un’attenta lettura critica che la dottrina osteggia in modo sempre più energico. E infatti viene detto che leggere la Bibbia “alla lettera”, senza la giusta guida, espone ai rischi di una cattiva comprensione della Parola di Dio e alla caduta in pericolose riflessioni autonome. L’immagine rassicurante veicolata dalla tradizione canonica del Dio Padre buono e compassionevole stride con il profilo del brutale assassino protagonista del racconto veterotestamentario. Eppure gli episodi terrificanti e reiterati sono incontestabili. Anche se la verità dei fatti non piace, la soluzione non è negarla o chiudere gli occhi. Eppure la Chiesa ribadisce che la Bibbia è un testo giusto e santo, sebbene a tratti forte e difficile; non tutti possono leggerlo e soltanto pochi sono in grado di accostarsi alle grandi verità contenute e riuscire a comprenderle. In realtà sotto l’ombra dell’amorevole preoccupazione per il destino delle anime dei peccatori, si cela la censura preventiva del sapere. E già, perché i lettori potrebbero “equivocare” e scorgere la verità: la Bibbia è un libro violento e sanguinario, altro che testo d’amore! Questo contrasta con il falso messaggio buonista da secoli veicolato dalla Chiesa. Davvero si vuole far creder che gli autori biblici abbiano volutamente scelto di nascondere il messaggio salvifico dentro una selva di oscure immagini sanguinose? Le migliaia di morti della città di Sicon, di Og, di Libna, di Lachis e di Ai non sono interpretabili secondo visioni allegoriche ma dati di fatto che testimoniano tutta la ferocia del Signore degli eserciti. Le imprese di Mosè e Giosuè sono emblematiche:
-   Sotto la guida di Yahweh e con spada di Mosè, gli Israeliti votarono allo sterminio ogni città, uomini, donne e bambini della città di Sicon e non vi lasciarono alcun superstite.
-   Sotto la direzione di Yahweh Giosuè distrusse l’intera città di Gerico e votò allo sterminio tutto quanto c’era in città: uomini e donne, giovani e vecchi, buoi, pecore e asini. Gli Israeliti passarono a fil di spada ogni creatura che respirasse, saccheggiarono poi la città, destinando però l’argento, l’oro e gli oggetti di bronzo e di ferro a Yahweh e, infine, diedero fuoco alla città.
Questi sono i racconti biblici di herem – distruzione totale - che ritornano diverse volte a danno di Gerico, Makkedà, Lakish, Gezer, Eglon, Ebron, Debir e Hazor.  E’ la dura legge del Dio di Israele. Non pace e amore, ma guerra e morte per tutti coloro che si oppongono al suo disegno megalomane. Egli scende in battaglia e combatte, sprona e incita, scaglia frecce e folgori. In tutto l’Antico testamento Yahweh è percepito come un potente guerriero, ma non è invincibile infatti da solo non può sconfiggere i nemici che gli ostacolano la strada verso il successo e la gloria. Per questo al fine di portare avanti il suo piano di conquista necessita di un esercito umano e di un valoroso generale.
Il suo generale è Mosè. Ma chi è davvero? Lo storico delle religioni Mircea Eliade ammetteva che: «i tratti della sua personalità ci sfuggono completamente. Per il semplice fatto che egli è divenuto una figura carismatica e leggendaria, la sua vita si uniforma al modello di tanti eroi».
In effetti siamo abituati a immaginarlo mentre divide le acque del Mar Rosso per fuggire dai crudeli egiziani o mentre regge le Tavole della Legge. È un anziano con il bastone, mite, quasi fragile. Que sta è l’immagine che la tradizione biblica ci ha trasmesso. Mosè, invece, è prima di tutto un soldato, di più, è il generale di Yahweh. A lui è affidata la masnada eterogenea, fuoriuscita dall’Egitto, affinché sia civilizzata e militarizzata, per diventare una schiera di combattenti in grado di compiere la conquista della Terra promessa, posta a nord del territorio di Madian. Il popolo eletto deve essere riformato e addestrato. Yahweh sceglie un uomo di polso, con il quale, a modo suo, arriva a stringere una sorta di amicizia e una salda collaborazione. Mosè è il primo vero braccio armato di Yahweh, inflessibile e determinato, e insieme al fratello Aronne, forgerà l’armata di Dio.
Yahweh fece uscire dalla terra d’Egitto una grande massa di gente promiscua parte con loro, con greggi e armenti in mandrie molto grandi, e affidò a Mosè l’addestramento dei soldati. La formazione di un esercito segue norme rigide di obbedienza incondizionata, disciplina e sottomissione. Chi si oppone verrà divorato dal fuoco o inghiottito dalla terra.
Nell’accampamento presso il monte Sinai Mosè si adopera per compiere la grande opera e forgiare le truppe. Le tende delle tribù sono disposte in modo ordinato secondo uno schema che preciso; al centro, la tenda del Convegno o Tabernacolo dove Yahweh incontra i fedelissimi e dispensa ordini e punizioni. Non cerca l’approvazione né del popolo, né del suo generale, esige ubbidienza. Meglio essere temuti che amati, sentenzierà Machiavelli.
Presso il Tabernacolo il dio consulta i suoi generali (come Mosè o Davide) e decide la strategia prima della battaglia (1 Samuele 23,2; 2 Samuele 2,1: 5,19. Altre volte, invece, vi è l’intermediazione dei sacerdoti (Ahimelek, 1 Samuele 22,10; Abiatar, 1 Samuele 23, 9-12: 30, 7-8) che per mezzo di strumenti speciali come l’ephod (1Samuele 23,6-9; 30-7) o l’arca dell’Alleanza interloquiscono con il dio e ne ricevono le indicazioni. Nello spazio fra le ali dei due cherubini, il propiziatorio, Yahweh ivi appariva nella nube e parlava (Esodo 25, 22; Levitico 16,2).
Che cos’è l’Arca dell’Alleanza? In Ebrei 9,3‐4 è detto che al suo interno sono conservati tre oggetti importanti: le Tavole delle Leggi, il vaso della manna e il bastone di Aronne. Non si tratta però solo di un ‘contenitore’. L’Arca è una cassa di legno d’acacia interamente ricoperta d’oro puro, guida le marce del popolo, deve distare almeno 2000 cubiti (Giosuè 3, 4), viene trasportata per mezzo di stanghe e durante le soste è collocata all’interno del Tabernacolo nell’accampamento. Essa è reliquario, comunicatore e arma prodigiosa. Infatti sembra essere dotata di poteri soprannaturali che si manifestano in particolari frangenti; può emettere bagliori accecanti in grado di annientare i nemici (Levitico 10, 1 e in Numeri 3, 4), per esempio le mura della mitica Gerico cadono proprio grazie alla potenza distruttiva dell’Arca.
Il popolo d’Israele vede e parla con il suo dio faccia a faccia, un evento frequente che non sembra né straordinario né fuori dal comune. Ed è testimone delle armi eccezionali di cui dispone. Eppure il popolo è pronto ad abbandonare Yahweh per adorare altre divinità.
E il condottiero divino ne è consapevole. Ciò lo devasta e ossessiona perché perdere gli Israeliti equivale a perdere la sua forza militare. Come avrebbe allora potuto dimostrare la sua grandezza e schiacciare tutti i nemici?
Sebbene egli sia considerato il Dio onnipotente, non è in grado senza aiuti esterni di realizzare il suo egocentrico progetto di conquista. Ma gli Israeliti con quale altro divinità avrebbero potuto stringere un’alleanza? In teoria nessuno. «Yahweh ehad!», gridava il popolo d’Israele, «Solo Yahweh!», perché era l’unica divinità che si potesse adorare? L’unico non equivale a il solo; sappiamo che esistevano altre divinità, rivali di Yahweh.
All’epoca del Bronzo nella terra di Canaan vi sono diversi dei della guerra: Moloch, Kamosh, Baal, Milcom. E tutti praticano lo herem – lo sterminio - a danno delle popolazioni nemiche. Yahweh pertanto non è né solo e né unico. Secondo la dottrina tali divinità altro non erano che fantocci ma, mi domando, com’è possibile che il Dio, creatore del Cielo e della Terra, si senta in difficoltà davanti a idoli artefatti, ne tema il confronto e debba contendere con essi il primato di fedeltà? Possibile che gli Israeliti non vedessero la differenza tra il dio vero e delle statuette? Il silenzio degli fantocci risultava preferibile al diretto rapporto con Dio? Si tratta di meri idoli oppure di esseri che camminavano e parlavano?
In effetti accadeva che il popolo d’Israele sovente abbandonasse il suo dio della guerra perché essergli fedele significava subirne gli attacchi isterici, essere divorati dal fuoco, vivere come nomadi in terre desolate, patire la fame e sacrificare la vita in mille battaglie per ottenere una terra che forse non si sarebbe mai vista. Il dio della guerra non portava una lieta novella, ma una precaria esistenza intrisa di sangue. Per questo diverse volte, come raccontato nel Libro dei Giudici, gli Israeliti abbandonarono Yahweh per onorare Astarte, Milkom e Baal-Peor. Allora il dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, si accendeva d’ira e la morte era garantita.
Apostati! Idolatri! Gridava Yahweh agli Israeliti, lasciando che fossero depredati e annientati dai nemici. Ma nulla valeva a trattenerli dal compiere tradimento. Persino il re più saggio e giusto della Terra, Salomone, nel X secolo a.C. giudicò conveniente non precludersi alcuna possibilità e ingraziarsi altri dei guerrieri, e considerò l’eventuale rappresaglia isterica di Yahweh un prezzo accettabile.
Dopo quasi 700 anni di battaglia, dopo migliaia di morti e massacri indicibili, il piano di conquista di Yahweh, dio della guerra, affonda sotto i colpi della spada del re umano Nabucodonosor. Nei secoli di battaglie solo manciate di terra sono state conquistate dagli Israeliti e il vasto territorio che avrebbe dovuto comprendere il Nilo e l’Eufrate è rimasto una distopica chimera.
Nel 587 a.C. il re babilonese annienta il regno di Giuda, rade al suolo Gerusalemme e ne deporta la popolazione a Babilonia.  Non ci saranno più eserciti Israeliti o giudei per più di quattro secoli e il nome del dio guerriero sarà sempre meno pronunciato.
La dottrina, come detto, sconsiglia una lettura autonoma delle Sacre Scritture, perché le obiezioni che spontaneamente si presenteranno, dopo aver letto di sterminio d’intere città, saranno manifestazione di una mente non pronta a capire il vero e profondo significato della Bibbia e della Parola di Dio. Ma non è così. Le pagine grondano brutalità e non vi è nulla di metaforico o escatologico. Ogni affermazione riguardo a presunti messaggi circa la Salvezza è puro inganno testuale. Yahweh non menziona peccati pregressi, né redenzioni o future resurrezioni. Ogni sua parola è detta hic et nunc, in previsione della prossima battaglia, del prossimo villaggio da aggredire e del bottino da spartire. Questo è il volto cupo di Yahweh, il guerriero protagonista dell’Antico testamento.
Qual è il legame tra il Re Hammurabi e le vicende di Yahweh e Mosé?
Il codice scritto nel II millennio a.C. dal re babilonese è stato fonte d’ispirazione per l’episodio biblico dei Dieci comandamenti. Infatti o temi veterotestamentari sono, specie per libri quali Genesi, la riproduzione di miti ben noti e diffusi, in particolare di origine sumero-orientale. Citando il decalogo, possiamo affermare che la mano di Dio in fase di stesura sia stata senz’altro influenzata da un testo in particolare. Alcuni secoli prima, nella città di Babilonia, il re Hammurabi fece incidere su pietra un vasto codice di leggi che pose nei santuari delle più importanti città dell’impero, affinché fosse visibile a tutti. La stele, alta più di due metri, ha la forma di un cippo; nella parte inferiore sono incise in caratteri cuneiformi le leggi; nella parte superiore è invece rappresentato l’incontro tra Hammurabi e il dio Shamash, divinità solare della giustizia. È il dio ad aver “consegnato” il codice al sovrano babilonese, un po’ come Yahweh avrebbe fatto secoli dopo con Mosè. Nel prologo del corpus legislativo leggiamo che il dio principale di Babilonia, Marduk, comandò a Hammurabi di dare giustizia al po polo del paese, e di fargli avere un giusto governo; così il re pose di- ritto e giustizia sulla bocca del paese e fece prosperare il suo popolo. Al pari di Mosè, Hammurabi si presenta come il fedele esecutore della volontà divina, ma con cinque secoli d’anticipo.
L’immagine rassicurante veicolata dalla tradizione canonica della divinità buona e compassionevole stride con il profilo del brutale assassino protagonista del racconto veterotestamentario. Eppure gli episodi terrificanti e reiterati, sebbene scuotano coscienze e animi, sono incontestabili, inconfutabili e descritti in modo chiaro e inoppugnabile. Anche se la verità dei fatti non piace, la soluzione non è negarla o chiudere gli occhi. Essa non svanisce o muta sostanza soltanto perché ignorata.
Tali affermazioni su Yahweh forse produrranno nel lettore sgomento e imbarazzo. Sicuramente un certo malessere.
La Chiesa deve aver fatto lo stesso pensiero e aver convenuto che fosse “cosa buona e giusta” apporre un velo a “quel nome”. Il 29 giugno del 2008 la Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei Sacramenti ha infatti reso Yahweh innominabile. Infatti è stata emanata una direttiva in cui:
•          nelle celebrazioni liturgiche, nei canti e nelle preghiere, il nome di Dio nella forma del tetragramma yhwh non deve esse- re né usato né pronunciato;
•          per la traduzione dei testi biblici in lingua moderna, destinata all’uso liturgico della Chiesa, dev’essere seguito quanto già pre- scritto nel n. 41 della Istruzione Liturgiam authenticam, cioè che il tetragramma divino venga reso col suo equivalente Ado- nai/Kyrios: “Lord ”, “Signore”, “Seigneur”, “Herr”, “Señor”, ecc.
•          Traducendo, in contesto liturgico, testi in cui siano presenti, uno dopo l’altro, sia il termine ebraico “Adonai” sia il tetra- gramma yhwh, il primo deve essere tradotto con “Signore” e il secondo con “Dio”.
In pratica, Santa romana Chiesa ha censurato il suo nome… 

L’ambizioso guerrafondaio, seminatore di stupri, lapidazioni e massacri è decisamente troppo scomodo e ingombrante. Meglio traslarlo nel più rassicurante e neutro “Dio”. Un nome lindo e casto, dalla fedina penale immacolata e senza accuse pendenti di genocidi. Tuttavia un nome non basta a cambiare identità né tantomeno la realtà della storia.
In 8 parole, come descriveresti Yahweh in base all’Antico Testamento (es. iracondo, Is. 5, 8-10)?
Yahweh è violento, iracondo, vendicativo, isterico, insicuro, indifferente alle sofferenze umane, crudele, geloso:
•      «Yahweh prenderà piacere a farvi perire e a distruggervi» (Dt 28, 63).
•      «Io muterò i fiumi in luoghi aridi, darò il paese in balia di gente malvagia, per mano di stranieri desolerò il paese e tutto ciò che contiene. Io, Yahweh, ho parlato» (Ez 30, 12).
•      «La mia ira e il mio furore si riversarono e divamparono come fuoco nelle città di Giuda e nelle strade di Gerusa- lemme, ed esse divennero un deserto e una desolazione, come sono ancora oggi» (Ger 44, 6).
•      «Un Dio geloso e vendicatore è il Signore, vendicatore è il Signore, pieno di collera» (Na 1, 2).
•      «Passò a fil di spada ogni essere vivente che vi era, votandolo allo sterminio; non risparmiò nessun vivente e appiccò il fuoco ad Asor» (Gs 11, 11).
•      «Dovrai passare a fil di spada gli abitanti di quella città, la dovrai votare allo sterminio con quanto contiene e dovrai passare a fil di spada anche il suo bestiame» (Dt 13, 16).
•      «Un fuoco uscì dal Signore e divorò i duecentocinquanta uomini che offrivano l’incenso» (Nm 16, 35).
•      «Yahweh disse a Mosè: “Prendi tutti i capi del popolo e fa’ appendere al palo costoro, davanti al Signore, in faccia al sole, e si allontanerà l’ira ardente del Signore da Israele”» (Nm 25, 4).
•      «Nessuno uomo che abbia qualche deformità si avvicinerà a [me] Yahweh: il cieco, lo zoppo, chi ha un difetto, una frattura al piede o alla mano, né il gobbo, né il nano né chi ha un difetto nell’occhio, la rogna, la scabbia o i testicoli ammaccati» (Lv 21, 16-20).

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