domenica 13 novembre 2016

BACCHANALIA 2

Gilgamesh kills the Bull of Heaven, terracotta votive relief, 2250–1900 BC
«O toro divino, luce splendente che ris[chiara le tenebre] » (Enûma Eliš).
Nell'opera mitologica babilonese Enûma Eliš, il dio Marduk, divinità della famiglia Hammurabi, prende il posto del dio Enlil (nel racconto epico-religioso, corrisponde alla vittoria dell'ordine-bene-luce sul caos-male-oscurità). Dal dio Ea, su indicazione di Marduk, verrà creato il primo uomo, affinché questi possa servire gli dei con le sue offerte rituali. Da notare che l'uomo viene plasmato con le ossa ed il sangue. Marduk fa a pezzi Kingu e sua madre Tiamat, dea originaria; dalle loro ossa e sangue Marduk forma l'universo e gli esseri umani. 
Nandi , the bull which Lord Shiva rides, at Chamundi Hills. Mysore, India.

Il dio babilonese Marduk è considerato il toro di Utu (il sumero dio Shamash). Il destriero di Shiva, uno degli Dèi appartenenti alla Trimurti indiana, è il toro chiamato Nandi.

L'epopea sumera che narra la storia di Gilgamesh descrive l'uccisione da parte dell'eroe assieme a Enkidu del Gran Toro Celeste, nonché sposo di Ereshkigal, chiamato Gugalanna; questo crimine viene compiuto come atto di sfida agli Dèi. Fin ai primordi della civiltà storica in Mesopotamia il toro viene considerato come rappresentazione divina lunare, le sue corna raffigurano difatti la luna crescente (vedi Il mulino di Amleto di G. Santillana)

Nell'antico Egitto il toro viene adorato col nome di Apis, incarnazione in terra prima del dio creatore Ptah. Fu edificato un tempio nella città di Menfi per il suo culto, probabilmente insieme alla prima sede del potere governativo fondato da un Aha (3125; 3100 a.C), che in realtà non è altro che Nar-Mer (Menes), il primo re del quale si ha testimonianza storica dell'Antico Regno in Egitto. La nuova reincarnazione di Apis veniva identificata dai sacerdoti ogni qual volta il vecchio animale moriva, creando in tal modo una successione genealogica di tori sacri.

Dopo esser stato ospitato nel tempio a lui dedicato per tutti gli anni della sua esistenza, veniva in seguito imbalsamato e racchiuso in un grande sarcofago. Una lunga serie di questi sarcofagi in pietra monolitica venivano alloggiati nel Serapeo: son stati riscoperti in epoca moderna grazie agli scavi archeologici compiuti a Saqqara per merito di Auguste Mariette nel 1851.


Il toro veniva anche adorato come Mnevis, incarnazione di Atum-Ra ad Heliopolis.

La parola Ka in egizio è sia un concetto religioso indicante il potere e la forza vitale, sia la parola per indicare l'animale taurino.

Non si è ancora riusciti a ricreare un contesto specifico per i teschi di toro provvisti di corna (vedi Bucranio) conservati fin dall'8.000 a.C nella città-stato di Catal Huyuk. Il culto del toro sacro degli Hattians, i cui resti sono stati trovati accanto a quelli del cervo sacro ad Alacahöyük, è sopravvissuto nei rituali degli Hurriti e degli Hittiti, popoli che ne occuparono successivamente i territori.

La loro mitologia parla di Seri e Hurri, il dì e la notte, i due tori che portano il dio del tempo Teshub in groppa o trainando il suo carro divino.


Per i Greci il toro cretese è fortemente legato al mito riguardante Teseo: inizialmente il giovane eroe ha dovuto catturare il toro sacro che viveva indisturbato nella pianura vicino a Maratona, per poi affrontare l'uomo-toroToro di Minosse, chiamato anche Minotauro, un essere umano con la testa di toro che vive al centro del Labirinto. Nato a seguito dell'amore mostruoso della regina per un toro, viene fatto vivere all'interno del Labirinto fatto costruire dal re per nascondere la terribile vergogna familiare. Cresciuto in totale solitudine come un ragazzo selvaggio e feroce, incapace d'esser addomesticato, si ciba di carne umana.



La figura del toro è stato uno dei principali temi centrali all'interno della Civiltà minoica; teste e corna dell'animale sono state utilizzate come simboli nel palazzo di Cnosso. Affreschi e ceramiche raffigurano il salto del toro (Taurocatapsia), un sacro rituale in cui i partecipanti, giovani d'entrambi i sessi, dovevano riuscire a saltare il toro afferrandolo per le corna. Tarda incarnazione di ciò, assimilata dal mondo Greco, è quella rappresentante la figura del Minotauro imprigionato nel Labirinto.

La figura del toro Nandi, cavalcatura/veicolo del Dio della distruzione Shiva e suo principale Gana/seguace, può esser fatta risalire alla Civiltà della valle dell'Indo, dove l'agricoltura e la produzione casearia è stata sempre l'occupazione più importante.



Moloch è la divinità dei cananei e poi dei cartaginesi spesso raffigurata con le fattezze di un toro. Idoli a forma di vitello vengono indicati in molti passi delle scritture ebraiche (vedi Antico testamento), facendo in tal maniera notare che il suo culto era fortemente radicato in quelle terre.

In seguito il motivo della figura taurina divenne quello d'un demonediavolo cornuto in perenne conflitto con la fede in un unico Dio di Abramo e in contrasto con tutta la precedente tradizione.
Nella Bibbia il toro descritto non è solo quello dell'Esodo. Il toro alato compare come simbolo positivo nel sogno di Ezechiele  [2] e il toro (vitello) è menzionato anche da San Giovanni nell'Apocalisse [3] Il toro divenne poi simbolo dell'evangelista Luca.
Il toro, animale sacrificale per eccellenza, venne visto come simbolo di Cristo, sacrificatosi sulla croce per la redenzione dell'uomo; inoltre la sua attività di fecondatore venne anche accostata a Cristo, come sorgente della vita. Il toro quindi fu visto, nell'iconologia cristiana, come simbolo cristologico.[4]


A. Cattabiani (Planetario) evidenzia che:

“Il sacrificio del toro simboleggiava l’origine della creazione. Si narrava che Mitra, assimilabile all’Ariete, avesse cacciato e catturato il Toro per sacrificarlo: dal sangue della vittima colato sulla Terra erano nati gli animali e le piante utili agli uomini. Mitra era il dio solare che catturava la materia e la fecondava sacrificandola in modo da produrre la generazione e la rigenerazione universale.”

il capodanno del calendario mitraico cadeva proprio nell’equinozio primaverile

nel Bundahishn (nota: “Creazione”, libro composito, ma risalente per lo più all’VIII-IX sec. d.C.), il sacrificio del toro è presente due volte - il primo sacrificio (Cap.X, 1-4) del bue primigenio, creato da Ahura Mazda bianco e lucente come la luna, è compiuto dal dio stesso perché nell’animale si è insinuato Ahriman (il Maligno); dal suo seme traggono origine tutti i piccoli animali; poi il seme viene portato sulla luna e purificato; questo seme racchiude il “germe di ogni forma vitale”

il secondo sacrificio è nella parte del Bundahishn dedicata alla fine del mondo, ed è compiuto da Saoshyant (nota: Saoshyant è il "Salvatore" dello Zoroastrismo, colui che, nato da una vergine della genia del profeta Zoroastro, permetterà alle forze del Bene di trionfare sulle forze del Male. Vedi “La dama e l’Unicorno”); l’uccisione del toro qui è finalizzata a donare l’immortalità agli uomini (vedi NOTA 2);

Nei Rig-Veda, la prima manifestazione in forma animale del dio indiano Soma (nota: nello Zoroastrismo Soma equivale ad Haoma, la bevanda inebriante utilizzata nei sacrifici rituali) è il “toro” (vedi NOTA 3) (vedi NOTA 3bis) ; precisa Merkelbach:

“il dio indiano Soma è al tempo stesso toro e luna… nei rilievi ritraici romani il toro è trasportato sulla luna e accanto a lui, sulla barca lunare, è sovente raffigurato il miracolo della pioggia, che Mitra opera scagliando una freccia contro il “cielo” di roccia: sotto la barca lunare è inginocchiato un pastore , che tende la mano per raccogliere l’acqua piovana… il toro è bianco, è la luna, e da esso e dalla luna provengono la pioggia e il seme di tutte le cose.”
il taglio dell’albero dei culti in Frigia (esportati poi nell’antica Roma), l’uccisione periodica del Sacerdote o del Re (descritta da Frazer), il sacrificio di animali quali il toro, l’agnello, l’ariete (nei culti cibelici e mitraici) sono solo alcuni degli esempi innumerevoli che troviamo nel mito e nella storia.

Ma realmente il rito del “taglio dell’albero” ha lo stesso valore simbolico del “taurobolium”?


E animali come toro, ariete, cervo rimandano – contestualmente – ad un medesimo significato?


L’ariete sembra senz’altro essere posto in relazione al seme - agli aspetti solari/maschili/aggressivi; come può quindi assumere in sé funzioni (simboliche) peculiari del toro, animale lunare, associato alla sfera della Grande Madre e all’acqua?


Mi sembra che la risposta possa essere: la trasformazione. Mi spiego: una stessa figura, prendiamo il toro, inizialmente ha una valenza fallica/fecondante, che nel corso della vicenda mitica (sacrificio, viaggio sulla luna, ecc.) viene momentaneamente trasformata nel suo opposto (il toro è identificato con la luna), per poi tornare ad essere quella iniziale, ma “rinnovata”, purificata, integrata della polarità contraria (pioggia fecondante che scende dal cielo).

Frazer, ne “Il Ramo d’oro”, dedica diversi capitoli alla disamina dello spirito arboreo” e del suo significato. La sua tesi è che l’uomo primitivo attribuisse un'“anima” ("animismo") al mondo che lo circondava: dagli animali alle piante, dalla terra agli astri.


In particolare, nella storia religiosa dell’antica Europa e del Medio Oriente, il culto degli alberi ebbe una rilevanza notevole: come gli esseri umani, si riteneva che anche la vegetazione fosse dimora di uno spirito vitale, che andava trattato con rispetto e reverenza, onorato e consacrato, affinché dispensasse ininterrottamente i suoi benefici all’umanità.


Con il tempo l’identificazione dello “spirito arboreo” passò dal singolo albero ad un “dio della foresta” al quale, nel periodo primaverile, venivano celebrati rituali collegati con la morte-resurrezione (ad es. il taglio dell’albero, che rimanda al mito di Attis, o la bruciatura-sepoltura-uccisione di effigi realizzate con fiori, foglie, rami, ecc.).


Gradualmente lo “spirito arboreo” assumerà poi forma umana, ovvero un “re-divino”, o un sacerdote o un eroe divinizzato, incarnazione di un più complesso “spirito vitale”. Figure che, spiega Frazer, venivano uccise (talvolta anche di fatto) o ai primi segni di declino fisico o a scadenze fisse, ogni otto o dodici anni.


Ad esempio, nell’antica Sparta e nella Grecia minoica il sovrano veniva deposto ogni otto anni, o gli si rinnovava il mandato mediante la lettura dell’oracolo. Il nostro studioso ipotizza che il sacrificio di sette giovani e sette fanciulle, tributato ogni otto anni al re Minosse, fosse connesso proprio con il rinnovamento del potere regale del sovrano cretese.


Medesima funzione ha l’immolazione di animali quali il toro, l’agnello, l’ariete, ecc., ovvero “fermare” la vitalità al culmine della sua manifestazione (prima che il suo ricettacolo umano-animale-vegetale deperisca o venga corrotto da malattia e vecchiaia) affinché lo spirito resusciti e si manifesti in una forma più pura e incontaminata, più giovane e più vigorosa.



Iside-Hathor

La loro funzione è la stessa, cioè di animali sacrificati alla Grande Madre affinché ella possa perpetuare la sua azione generatrice; tale funzione sacrificale è la medesima di personaggi mitologici quali Attis, Tammuz, Atteone, il Minotauro, in parte anche Dioniso; essi rappresentano il “dio adolescente”, il “figlio-amante” della Grande Madre, ovvero un maschile non ancora “emancipato” dall’oscuro-ctonio dominio femminile, anzi, asservito ad esso; personaggi che riusciranno a liberarsi da tale dominio sono gli eroi solari come Teseo; i riti di fertilità quali “il taglio dell’albero” hanno sostanzialmente lo stesso significato del sacrificio di Attis, Tammuz, ecc. verso la Grande Madre.

Il Toro (appartenente alla sfera lunare della Grande Dea ) ed il Cervo (con caratteristiche solari) nell’ Età del Bronzo in Irlanda, come in Grecia e a Creta, erano entrambi sacri alla Grande Dea e, afferma Graves (“La Dea Bianca”), accomunati da un’identità di funzione. 


Nella Creta minoica il toro si conobbe come Minotauro, “Minosse-Toro”, ma c’era anche un “Minelaphos”, Minosse-Cervo, che era presente nel culto della dea-luna Britomarte, e persino un culto di Minotragos”, Minosse-capro.

Santarcangeli (Il libro dei labirinti) evidenzia come il “toro” fosse il principio maschile complementare alla Grande Madre ctonia, fecondatrice e regina degli Inferi, che dominava la civiltà cretese-egea. 
Santarcangeli inoltre fa un’affermazione importante: ”il Minotauro non è altro che Minosse, cioè la figura mitica principale dell’antica Creta sotto forma di toro”. Rileva anche che, pur rappresentando il principio maschile (e parrebbe semplice quindi collegarlo al Sole e alla Luce), il “toro” è strettamente associato alla Terra e alla vita su di essa; e soltanto per questa mediazione, al simbolo della fertilità. Scrive S.: ”La sua schiena nera, le corte zampe robuste lo fanno apparire come nascente dalla zolla; e quindi collegato col mondo sotterraneo, con le potenze ctonie, con le caverne.” 

Per Neumann (Storia delle origini della coscienza) il toro nella cultura cretese era strumento maschile della fecondità e al tempo stesso vittima della Grande Madre. Il suo capo e le sue corna (simboli caratteristici dei luoghi di culto cretesi accanto all’ascia a doppio taglio – labrys – che è il mezzo sacrale della sua immolazione) sono simbolici fallici sacrificati alla fecondità della Terra. Neumann, come Frazer, sostiene che il sacrificio del toro è compiuto in tempi successivi in sostituzione dell’evirazione-smembramento del sacerdote e che animali come cinghiale, toro, capro rappresentano dèi come Dioniso, Tammuz, Osiride, ecc.

In Egitto la testa del toro sacro Api veniva gettata nel Nilo, in analogia con il mito di Osiride, quando il dio viene tagliato a pezzi ma il suo fallo scompare nel Nilo.

L’uccisione del cinghiale sembra essere il più antico simbolo del figlio amante della Grande Madre, dea della fecondità che in questo caso viene rappresentata come una scrofa (si pensi ad Iside o alla Demetra eleusina).


Quando la rappresentazione della dea madre sotto forma di scrofa viene sostituita dalla mucca (ad esempio nel caso di Iside-Hathor), il cinghiale viene sostituito dal toro.


Anche lo psicologo junghiano è del parere che sia la mietitura che il taglio dell’albero: “sono l’equivalente dell’uccisione, della castrazione, dello smembramento nel rituale della fecondità”, rituale originariamente celebrato nel sacrificio stagionale ed annuale del re, trasferito poi nel sacrificio di uomini, sostituito con l’immolazione di animali, per giungere alla festa di rinnovamento del regno, in cui si ristabilisce ritualmente la stabilità e potenza del re:
“Dall’Egitto, dall’Africa e dall’Asia fino alla Scandinavia troviamo che i sacrifici umani servono a garantire il prolungamento della forza del re. Come in Egitto, anche a Creta il patriarcato avanzante, con la crescente concentrazione di potere nelle mani del re e dell’aristocrazia, sostituì il dominio sacrale della dea madre. In questo processo il regno annuale venne sostituito da un regno che in un primo tempo doveva lottare per prolungare la propria durata, ma che successivamente divenne un unico regno ininterrotto che celebrava ritualmente la propria stabilità con sacrifici sostitutivi e riti annuali di rinnovamento e di rigenerazione... Tanto Osiride quanto Bata (vedi NOTA 9) assumono la forma di albero e di toro. L'albero tagliato è il segno di Osiride... il cui culto è il culto di una divinità della vegetazione che muore e risorge." (E. Neumann, Le origini della coscienza)

Infine, mi pare interessante evidenziare i parallelismi che troviamo nell’allegorismo ecclesiastico: Cristo è cervo (gli esegeti cristiani sono stati attratti dalla diffusa credenza secondo la quale il cervo sente una profonda avversità per il serpente) o unicorno (animale che pure, nella leggenda, viene sacrificato) per mitezza-purezza e in quanto vittima sacrificale, ma è anche “toro” per potenza. 
Tertulliano, alludendo al Cristo, così scrive:”Di Toro è la Sua bellezza, corno dell’unicorno son le sue corna.” (Tertulliano, “Adversus judaeos”cap.10). Paragona inoltre la ferocia dell'unicorno al rigore del Cristo in quanto giudice, e il suo corno alla croce. (vedi NOTA 10) Ancora Tertulliano, nella “Risposta agli Ebrei” (vedi NOTA 11), cap.X, scrive: ”Per Giuseppe Cristo è inoltre benedetto da suo padre in questo modo: ”La sua gloria è quella di un toro; le sue corna, le corna di un unicorno"; Naturalmente non si intende nessun reale rinoceronte o minotauro. Ma Cristo è “toro” a causa di sue due caratteristiche, la ferocia e la Giustizia; e la gentilezza e la saggezza; Cristo-toro le cui corna sono le estremità della croce;…mentre il punto centrale della trave (nota: credo si intenda l’incrocio) è chiamato “unicorno”; Zaccaria “Per noi egli (Cristo) ha alzato un corno di salvezza nella casa di Davide”; Onorio di Autun (Speculum de mysteriis Ecclesiae), "«Per mezzo di questo animale (l’unicorno) viene rappresentato il Cristo, e per mezzo del suo corno la sua indomabile forza. Colui che si posò in grembo alla Vergine, fu catturato dai cacciatori; ovvero fu scoperto in forma umana dai suoi amatori»; Dionigi Areopagita, De coelesti hierarchia 15,8: il bue indica forza e potenza, capacità di “arare”, cioè di scavare solchi intellettuali che ricevono le piogge feconde del cielo; le corna sono simbolo della forza conservatrice e invincibile; Guillaume le Clerc di Normandia (XIIIe siècle), Bestiaire divin:” «Cette bête extraordinaire (l’unicorno), qui possède une corne sur la tête, représente Notre Seigneur Jésus-Christ, notre sauveur. Il est la licorne céleste qui est venue se loger dans le sein de la Vierge, qui est d'une si grande bonté. En elle, ilr evêtit forme d'homme, et c'est ainsi qu'il se montra aux yeux du monde » 

"E Zeus generò il dio dalle corna di toro e lo incoronò con corone di serpenti: perciò le menadi si pongono attorno alle chiome la preda che si nutre di bestie. Mostrati come toro o come serpente che appare con molte teste o come leone fiammeggiante a vedersi. Vieni, o Bacco, con volto che ride getta un laccio mortale intorno al cacciatore delle baccanti che si precipitò entro il gregge delle menadi" (Euripide, "Baccanti"). 


Dioniso-Zagreo, figlio di Zeus e Persefone-Demetra, smembrato ancora fanciullo dai titani inviati dalla gelosa Hera, moglie di Zeus. 

I titani si sparsero il volto di bianco caolino (xètanos), come faranno in seguito gli iniziati al dionisismo, e offrirono al dio bambino uno specchietto. Mentre era intento a contemplarsi, gli staccarono con una spada infernale la testolina poi lo sminuzzarono, lo cossero e lo divorarono. Per vendetta, Zeus incenerì con un fulmine i titani, e dalle loro ceneri nacque l'uomo, che cela dunque in sé le particelle del Dio.


Non solo il fanciullo Dioniso-Zagreo è raffigurato con due corna, ma anche quando viene fatto a pezzi dai Titani, assume la forma di toro

Dioniso è un altro Dio della resurrezione che, come l'egizio Osiride, è fortemente legato alla forma taurina; un inno a lui dedicato lo invita a giungere come toro infuriato. Vi è poi un mito arcaico che lo riguarda in cui viene macellato come vitello ed empiamente divorato dai Titani.


Secondo alcuni, le sparse membra di Dioniso furono per ordine di Zeus riattaccate insieme da Apollo che le seppellì sul Parnaso.

Secondo l'interpretazione neo-platonica, quando Dioniso si osserva allo specchio, entra in un regime dualista, quello umano, perdendo la sua condizione di originaria unità e perfezione divina, disperdendosi in mille pezzi, ovvero in una pluralità di forme. Il dionisismo sarebbe dunque la ricerca della condizione di unitarietà perduta, a cui l'uomo può aspirare perché ha in sé i frammenti del Dio.





"L'esuberante natura celebra i suoi Saturnali e nello stesso tempo la sua sagra di morte".



Nucleo del culto dionisiaco, fu l'affrancamento delle donne, dato che nei cortei bacchici (tiaso) cadeva la tirannide patriarcale, e gli uomini che vi partecipavano, spesso travestiti da donna, tendevano all'androginia. Il rituale si configura come una celebrazione dell'indifferenziato, con un meccanismo di tipo sacrificale. Secondo Bachofen, appartiene in origine al periodo del matriarcato.



Si narra che le devote di Dioniso, le menadi o baccanti, durante i riti dionisiaci, colte da "mania", in preda ad un furore estatico, accompagnate dal baccano dei tamburi, arrivavano a smembrare e divorare un cerbiatto vivo (c'è chi dice fosse un infante, oppure un uomo, comunque una vittima sacrificale). Il rituale doveva servire a rinsaldare il legame con la natura, il contatto con il dio interiore, a placare gli istinti animaleschi. Sempre Bachofen dice che "il diosinismo si fonda sulla carne e sull'uguaglianza universale, favorisce la democrazia ma anche la tirannide che ne discende. Esclude di netto la lotta interiore e l'espiazione. Genera il diritto materno e naturale che regge la comunanza di uomini e bestie. Il dionisismo solleva al di sopra della famiglia e della patria, crea una comunità universale di uguali (Elemire Zolla, "Il Dio dell'Ebbrezza", Einaudi Stile Libero, 1998). 



Ernesto de Martino, che cita i riti dionisiaci come precedenti del tarantismo salentino ("La Terra del Rimorso"), fa notare anch'esso la violenta secessione dalla comunità civile, la fuga verso le solitudini arboree ed acquatiche, il vagare in uno stato di allucinato furore, in fuga dall'ordine civile. Ma fa anche notare l'aspetto funzionale del menadismo, che nella società greca dell'epoca classica appare come una pratica festosa volta all'espiazione delle crisi conflittuali che colpivano il mondo femminile, in particolare le fanciulle. Lo stesso può dirsi per il tarantismo, che non è altro che una forma locale di menadismo. 



"Beato [makar] colui che ha un buon demone [eudaimôn] e conoscendo [eidôs] le iniziazioni [teletas] degli dèi vive santamente e introduce [thiaseuetai] la sua anima [psychan] nella schiera dionisiaca, infuriando [bakcheueôn] sulle montagne con sante [osiois] purificazioni [katharmoisin]" (Euripide, op.cit.). 
"Dolore suscita gioia mentre il giubilo strappa dal petto accenti pieni di affanno. Il dio, o lùsios, tutto libera da sé, tutto trasforma"


Caratteristico dell'orgiasmo dionisiaco è il subentrare di uno stato allucinatorio. L' "orgiasmo", la celebrazione del rito dionisiaco, porta a una liberazione dai vincoli, dalle condizioni dell'esistenza quotidiana, e ad un nuovo stato - lo stato del posseduto da Dioniso - chiamato "mania" o "follia", uno stato della coscienza che si contrappone a quello "normale", quotidiano. Talora, il risultato di questa mania è una visione, proprio come nell'apice della iniziazione ai Misteri Eleusini, dove "i posseduti dalla frenesia dionisiaca e coribantica giungono nell'estasi sino a vedere l'oggetto bramato". 








Il fallo, com'è noto, risulta uno dei simboli preminenti di Dioniso, e la sua raffigurazione compare sempre nelle processioni dionisiache, nei "komos", i cortei rituali, a piedi o talvolta su carri, durante il quale i partecipanti si abbandonavano ad un atmosfera di ebbrezza, ad espressioni di sfrenatezza e baldoria, sottolineate da canti, accompagnate dalla musica dell'aulos, della lyra e della cetra e condite da disinibite e giocose manifestazioni di oscenità e allusività a sfondo sessuale. È dunque evidente un legame tra Dioniso e il sesso. Ma è pure vero che Dioniso stesso non è mai rappresentato itifallicamente: cioè, il fallo si accompagna a Dioniso, ma Dioniso ne è tenuto separato. Appare dunque come un'allusione più profonda. Le baccanti, inoltre, rifiutavano ogni rapporto sessuale, risultavano invincibili di fronte agli attacchi violenti di satiri e uomini: tale è l'indicazione costante delle testimonianze dell'arte figurativa, e in particolare delle pitture vascolari.


In Euripide, Tiresia, difendendo Dioniso, dice «Dioniso non obbliga le donne ad essere caste. La castità dipende dal carattere, e quella che è casta di natura parteciperà alle orge senza corrompersi».



"Le tarantate ricordavano menadi, baccanti, coribanti e quant'altro nel mondo antico partecipava a una vita religiosa percossa dall'orgiasmo e dalla mania" ("La Terra del Rimorso", Il Saggiatore, Milano, 1961). 



La letteratura sul tarantismo ha fatto frequente riferimento al suo aspetto musico-terapeutico. Dal Seicento, tutta una serie di autori, a cominciare dal Kircher, aveva considerato il fenomeno soprattutto come un esempio di "iatromusica", e, ancora nel 1948, l'etnomusicologo Marius Schneider, direttore dell'Istituto di Etnografia Musicale di Berlino, aveva pubblicato un saggio sui riti medicinali, nel quale il tarantismo e la tarantella come danza delle spade avevano una parte importante. 



L'analisi degli antecedenti al tarantismo pugliese conduce De Martino verso la sfera della catartica musicale utilizzata ritualmente in occasione di disordini psico-somatici che erano messi in rapporto con la possessione da parte di numi, demoni, spiriti di morti. 




Il mito narra del musico-terapeuta par excellence, Orfeo, che mediante la sua musica sublime riesce a strappare l'amata Euridice, uccisa dal morso di un serpe, dal regno dell'Ade. De Martino si sofferma in particolare sulle pratiche del coribantismo, citate da Platone: "E tu Ione, sei uno di loro (di coloro che si lasciano ispirare solo da Orfeo o da Omero): sei posseduto da Omero. Partecipi ad uno stato di possessione come fanno i coribanti, i quali si rendono sensibili e rispondono solo a quella melodia del dio da cui sono posseduti, abbandonandosi a figure di danza e a parole". La tecnica a cui fa accenno Platone, in forma discorsiva non-musicale, si ritrova nell'esorcismo cristiano e nelle forme moderne delle sedute psicanalitiche. 



La catartica musicale greca può essere ricondotta al pitagorismo, che ha influenzato sia Platone che Aristotele, e si ritrova anche nella tragedia, come orientamento rituale della mania. "Le passioni (pathe) di entrambi (gli infanti e i posseduti dai Coribanti) si riducono in sostanza al pavore (deima) che procede da uno stato di fragilità e di inettitudine dell'anima. Quando dal di fuori si reca una scossa a stati di questo genere, il movimento padroneggia quello interno, che è di angoscia (phobos) e di delirio (mania), rendendo all'anima pace e calma. Tale movimento induce negli infanti il sonno, mentre gli altri che son fatti partecipare alla danza e alla cadenza del flauto, con il soccorso degli dei ai quali hanno ciascuno offerto un sacrificio che è stato gradito, sono ricondotti ad un comportamento, che per noi è frenesia, alla ragionevolezza e al buon senso" (Platone, "Leggi").


Nel "Fedro", Platone distingue due specie di mania, quella dovuta a malattie umane e quella ispirata da numi, e articola la mania divina in quattro sottospecie, la seconda delle quali è collocata sotto l'ispirazione di Dyonisos e chiamata "telestica", in cui la musica e danza assolvono una funzione rituale decisiva. "La mania telestica, la follia ritualmente orientata, la 'giusta pazzia', comportano dunque un movimento verso la ragionevolezza con la mediazione dell'entusiasmo cerimonialmente regolato, nel quadro di un certo orizzonte mitico di un nume che dà la crisi e al tempo stesso reintegra la ragione" (De Martino). 


Questa catartica musicale ebbe proprio nella Magna Grecia la sua patria elettiva. "Tu che prediligi l'illustre Italia", dice di Bacco il coro dell'Antigone

I pitagorici furono non solo teorici ma essi stessi "esorcisti". Pitagora praticava la "musica rigeneratrice" come i tarantini Archita, Aristosseno e Clinia. Da Aristosseno si recavano coloro che erano affetti da sciatica e "morbo sacro", ma con la musica curava anche l'eccitazione provocata dal vino. Caratteristica del tarantismo, concordemente attestato dai vari autori dal Seicento in poi, era la ripetizione frequente della crisi e della cura che si protraeva nel tempo. Il primo morso veniva curato a domicilio mediante l'apporto combinato di musica, danza e colori, ma ogni anno la crisi e la cura tendevano a rinnovarsi, riproducendosi in una serie periodica di "rimorsi" e di "svelenamenti". Oltre la ripetizione stagionale e calendariale, De Martino nota un'altra caratteristica, ovvero la schiacciante prevalenza della partecipazione femminile, che riconduce al dionisismo. 



Dionysos era il dio più importante della regione tarantina: nel corso delle Dionisie (le feste dedicate a Dioniso, ndr) tutta la città versava in uno stato di ebbrezza. La comparsa della flotta romana nel 282 sorprese i cittadini nell'euforia bacchica delle celebrazioni. Nel revival del II secolo, Taranto fu uno dei centri di origine del movimento, che si irradiò in tutta la Apulia e oltre. Il famoso scandalo dei Baccanali, che aprì un periodo di dure persecuzioni religiose, coinvolse largamente Taranto e l'Apulia, dove vi fu una lunga resistenza. 

Furono, con tutta probabilità, 30.000 tarantini, che Fabio aveva condotto a Roma come schiavi, a inaugurare il culto in onore di Bacco nel lucus Stimulae, alle pendici dell'Aventino, che di notte risuonava di timpani e di cembali e degli ululati delle baccanti che correvano al lume delle fiaccole verso la sponda del Tevere. Fu proprio il movimento di resistenza alla soppressione romana, soprattutto in Apulia, ad alimentare il carattere sociale delle rivolte che ebbero luogo ai tempi di Euno e di Spartaco


"I thiasi dionisiaci erano rivoluzionari perché riunivano gente di condizione sociale diversa, cittadini e forestieri, patrizi e plebei, uomini liberi e schiavi. I Padri potevano legittimamente temere una agitazione che aveva luogo e si diffondeva attraverso l'Italia contro lo Stato Romano e la sua costituzione politica e sociale." (A.Bruhl, "La Crisi dei Baccanali nell'Italia Meridionale", citato da De Martino). 



Con l'insediamento della Chiesa Cattolica e dei suoi "santi usurpatori", il fenomeno è stato ridotto a superstizione.

"Il Cristianesimo (penetrato in Puglia) dovette fare delle concessioni per guadagnare a sé la popolazione. I giorni festivi dell'antichità classica furono mantenuti, trasformati però in giorni commemorativi. Presso gli antichi luoghi di culto furono edificate le chiese e i santi assunsero funzioni ed attributi delle divinità pagane. Il Cristianesimo accettò anche alcuni elementi delle antiche usanze culturali, come le processioni. Ma non poteva approvare i riti orgiastici del culto di Dioniso. Proprio questi riti, che facevano appello agli istinti più primitivi, si rivelavano come i più radicati, e sopravvissero: possiamo immaginare che la gente si ritrovasse in segreto per abbandonarsi alle antiche danze e a tutto quanto ad esso era collegato. Ed ecco che, ad un certo momento, il senso della danza si trasformò: non sappiamo quando, ma certamente nel corso del Medioevo, poiché da tale epoca in poi i vecchi riti apparvero come sintomo di un morbo che fu giustificato. Chi si abbandonava a tali pratiche non era più un peccatore, ma solo una miseranda vittima della tarantola" (H.E.Sigerist, "The Story of Tarantism", citato ne "La Terra del Rimorso").



"O felice colui che, diletto agli dei, ne sa i misteri, che la sua vita rende pura e santa, partecipando al tìaso, con l'anima redenta, e va sui monti ricantando a Bacco, purificato ai suoi mistici riti; e l'orge della gran madre Cibele, scuotendo il Tirso celebra, e coronato d'edera la fronte, rende onore a Dioniso" (Euripide, Baccanti).


A partire da Pisistrato, si celebravano ad Atene quattro feste in onore di Dioniso. Le "Dionisie campestri", che si svolgevano in dicembre, erano feste dei villaggi e consistevano nel portare in processione un fallo di grandi dimensioni con accompagnamento di canti (falloforia). Molto di meno si conosce invece sulle feste "lenee", che si svolgevano in pieno inverno. Una citazione di Eraclito precisa che la parola "Lenai" e il verbo "far le Lenai" venivano usati come equivalenti di "baccanti" e di "fare la baccante".

Il dio era evocato mediante il "daduchos". Secondo una glossa di un verso di Aristofane, il sacerdote eleusino, «con una torcia in mano, esclama: Chiamate il dio! e gli astanti gridano: Figlio di Semele, Iacchos, dispensatore di ricchezze!».




Le "Antesterie" erano celebrate approssimativamente in febbraio-marzo, e le "Grandi Dionisie", d'istituzione successiva, in marzo-aprile. Tucidite considerava le Antesterie la più antica festa in onore di Dioniso. Era anche la più importante. Il primo giorno si chiamava "Pithoigia", apertura dei vasi d'argilla ("pithoi") nei quali si conservava il vino dopo il raccolto autunnale. Si portavano i vasi al santuario di "Dioniso della palude" per compiere le libagioni al dio, e in seguito si gustava il vino nuovo. Nel secondo giorno, "Choes" (le brocche), si svolgeva una gara di bevitori: una brocca veniva riempita di vino e vinceva chi ne trangugiava il contenuto il più velocemente possibile. Proprio come in certe gare delle Dionisie campestri (per esempio l' "askoliasmos", in cui i giovani cercavano di mantenersi il più a lungo possibile in equilibrio su di un otre oliato), anche questa competizione si articola nello scenario ben noto dei "certamen", le gare e i giochi di ogni specie (sportivi, oratori, poetici) che tende al rinnovamento della vita: l'euforia e l'ebbrezza anticipano in un certo qual modo la vita di un aldilà che non assomiglia più al triste mondo omerico.

Lo stesso giorno delle Choes, si formava un corteo che raffigurava l'arrivo del dio nella città: poiché si riteneva venisse dal mare, il corteo comprendeva una barca trasportata su quattro ruote di carro, in cui si trovava Dioniso con un grappolo d'uva in mano e due satiri nudi che suonavano il flauto. La processione comprendeva parecchi personaggi mascherati, e un toro sacrificale preceduto da un suonatore di flauto e da portatori di ghirlande che si dirigevano verso l'unico santuario aperto quel giorno, l'antico "Limnaion". Là si svolgevano diverse cerimonie, a cui partecipavano la "Basilimna", la Regina moglie dell'Arconte-Re, e quattro dame di alto rango. A partire da questo momento, la Basilimna, erede delle antiche regine della città, era considerata la sposa di Dioniso: saliva accanto a lui nel carro e un nuovo corteo, di tipo nuziale, si dirigeva verso il "Boukoleion" (letteralmente "stalla del bue"), l'antica residenza reale.

Aristotele precisa che la ierogamia tra il dio e la regina si consumava nel Boukoleion e che la scelta di questo luogo indica che l'epifania taurina di Dioniso era ancora ben nota. La Basilimna riceve il dio nella casa del suo sposo, l'erede dei re, e Dioniso si rivela in quanto re. È probabile che questa unione simboleggi il matrimonio del dio con la città nel suo complesso, con le conseguenze faste che si possono immaginare. Ma è un atto caratteristico di Dioniso, divinità dalle epifanie brutali, che richiede la proclamazione pubblica della sua supremazia. Non si conosce nessun altro culto greco in cui si ritiene che un dio si unisca con la regina.

I tre giorni delle Antesterie, soprattutto il secondo, quello del trionfo di Dioniso, sono però giorni nefasti, perché segnati dal ritorno delle anime dei morti, e insieme a loro dei "keres", portatori di influenze malefiche del mondo infero. A loro era consacrato l'ultimo giorno delle Antesterie in cui si pregava per i morti e si preparavano le "panspermie", poltiglie di diversi grani cereali che dovevano essere consumate prima del cader della notte.

Arrivata la notte, si gridava: «Fuori i keres/ Finite le Antesterie!». Lo sfondo rituale è ben noto, ed è attestato un po' ovunque nelle civiltà agricole. I morti e le potenze dell'oltretomba governano la fertilità e le ricchezze, e ne sono i dispensatori. «Dai morti - è scritto in un trattato ippocratico - ci vengono nutrimento, crescita e germe». In tutte le cerimonie a lui dedicate, Dioniso si rivela al tempo stesso il dio della fertilità e della morte. Eraclito diceva già che «Ade e Dioniso [...] sono un'unica e medesima persona».

Alle epifanie di Dioniso, si accompagnano anche vari miracoli: l'acqua che sgorga dalla roccia, i fiumi che si colmano di latte e miele. A Teos, nel giorno della sua festa, una sorgente fa sgorgare vino in abbondanza (Diodoro Siculo, III, 66, 2). A Elide, tre scodelle vuote, lasciate durante la notte in una camera sigillata, all'indomani vengono ritrovate piene di vino (Pausania, VI, 2, 6, 1-2). Il più famoso era quello delle "vigne di un giorno", che fiorivano e riproducevano uva in poche ore, miracolo che avveniva in diversi luoghi perché ne parlano parecchi autori.


Dioniso «straniero, un predicatore, un mago [...] dai bei boccoli biondi e profumati, guance di rosa, con negli occhi la grazia di Afrodite. Con il pretesto di insegnare le dolci e seducenti pratiche dell'evoé, corrompe le fanciulle», incita le donne ad abbandonare la loro casa e a correre, la notte, per i monti, danzando al suono dei timpani e dei flauti.

Nelle Baccanti di Euripide, un servo di Penteo, che le aveva sorprese all'alba sul Citerone, le descrive vestite di pelli di cerbiatto, coronate d'edera, cinte di serpenti, che recavano in braccio, allattandoli, cerbiatti o lupacchiotti selvatici. Abbondano i miracoli tipicamente dionisiaci: le baccanti toccano la roccia con i loro tirsi e subito ne scaturisce l'acqua o ne sgorga il vino; grattano la terra e trovano polle di latte, mentre i tirsi cinti d'edera stillano gocce di miele. «Certo - continua il servo - se tu fossi stato là, questo dio che tu disprezzi, ti saresti convertito a lui, rivolgendogli le tue preghiere, dopo un tale spettacolo».

Sorpreso da Agave, poco mancò che il servo e i suoi compagni venissero dilaniati. Le baccanti si gettarono allora sugli animali che pascolano nel prato e, «senza nessun ferro in mano» li fanno a brani. «Sotto l'opera delle mille mani delle fanciulle», tori minacciosi sono dilaniati in un batter d'occhio. Le Menadi si abbattono in seguito sulla pianura. «Vanno a strappar via i bambini dalle case. Tutto ciò che si caricano sulle spalle, pur senza esservi attaccato, vi aderisce senza cadere nel fango; anche il bronzo, anche il ferro. Sui loro boccoli il fuoco trascorre senza bruciare. Infuriati per essere stati assaliti dalle baccanti, si corre alle armi. Ed ecco il prodigio che tu, Signore, avresti dovuto vedere: le frecce che si lanciavano contro di loro non facevano sgorgare sangue, ed esse, scagliando il loro tirso, li ferivano...».

Non bisogna però confondere le feste dionisiache pubbliche con i riti misterici, notturni, sfrenati e selvaggi, riservati a pochi iniziati. Euripide presenta un culto segreto, specifico dei Misteri. «Che cosa sono, secondo te, questi Misteri?» s'informa Penteo. E Dioniso risponde: «La loro segretezza vieta di comunicarli a coloro che non sono baccanti». «Qual è la loro utilità per coloro che li celebrano?» - «Non ti è lecito apprenderlo, ma sono cose degne di essere conosciute».



Se il mondo è stato creato dallo “smembramento” di un unico “essere”, ciò significa che ogni creatura/ogni cosa manifestata è parte di un Tutto e che ogni singola parte è interconnessa con le altre e con l’Unità; cibarsi della vittima sacrificale (le raffigurazioni dei mitrei romani mostrano come sovente la carne dell’animale macellato fosse consumata in un banchetto rituale“assumeva il carattere di una comunione, dove il commensale diventa quasi partecipe della forza divina.” (Merkelbach)

Il Mistero era costituito dalla partecipazione delle baccanti all'epifania totale di Dioniso. I riti venivano celebrati di notte, lontano dalla città, sui monti e nelle foreste. Attraverso il sacrificio della vittima per squartamento ("sparagmos") e la consumazione della carne cruda ("omofagia"), si realizza la comunione con il dio, perché gli animali fatti a brani e divorati sono epifanie, o incarnazioni, di Dioniso. Tutte le altre esperienze - la forza fisica eccezionale, l'invulnerabilità al fuoco e alle armi, i prodigi (l'acqua, il vino, il latte che scaturiscono dal suolo), la dimestichezza con i serpenti e i piccoli delle bestie feroci - sono resi possibili dall'orgiasmo, dall'identificazione con il dio.

L'estasi dionisiaca significa anzitutto il superamento della condizione umana, la scoperta della liberazione totale, il raggiungimento di una libertà e di una spontaneità inaccessibili ai mortali. Che tra queste libertà ci sia stata anche la liberazione dalle proibizioni, dalle regole e dalle convenzioni di tipo etico e sociale, sembra essere certo; e questo spiega in parte l'adesione massiccia delle donne.

Ma l'esperienza dionisiaca raggiungeva livelli più profondi. Le baccanti che divoravano le carni crude ritornavano a un comportamento rimosso da decine di migliaia di anni. Lo studioso R. Eisler ha richiamato l'attenzione sugli Aissaua (Isawiya), che praticano l'omofagia rituale (chiamata "frissa", dal verbo "farassa", "sbranare"): dopo essersi identificati misticamente nei carnivori, di cui portano il nome (sciacalli, pantere, leoni, gatti, cani), gli adepti sventrano e divorano bovini, lupi, montoni, pecore, capre; la manducazione delle carni crude è seguita da una danza sfrenata di giubilo «per gioire ferocemente dell'estasi e comunicare con la divinità» (R. Brunnel). Sfrenatezze di questo tipo rivelavano una comunione con le forze vitali e cosmiche che si poteva interpretare soltanto come una possessione divina.

Il "coribantismo", che gli antichi del resto accostavano alle orge dionisiache, era una mania provocata dalla possessione dei Coribanti, e tale esperienza sfociava in una vera e propria iniziazione. Ciò che tuttavia contraddistingue Dioniso e il suo culto, non sono le crisi "psicopatiche", ma il fatto che esse fossero valorizzate in quanto esperienza religiosa: sia come una punizione sia come una grazia del dio.

Demostene, con l'intenzione di mettere in ridicolo il suo avversario Eschine, rivela in un suo celebre passo ("Sulla corona"), certi riti dei piccoli tiasi ("Bacchein") celebrati, nell'Atene del IV secolo, dai fedeli di "Sabazios", dio tracio omologo di Dioniso. Demostene si riferisce ai riti seguiti da letture di libri (probabilmente un testo scritto, contenente "hieroi logoi"), parla di "nebrizzare" (allusione alla pelle del cerbiatto, la nebride; si trattava forse di un sacrificio con la consumazione dell'animale crudo), di "craterizzare" (il bacile in cui si mescolavano l'acqua e il vino, la "pozione mistica"), di "purificazione" ("catharmos"), consistente nello sfregare l'iniziato con argilla e farina. Alla fine, l'accolito faceva rialzare l'iniziato dalla sua posizione prona o supina, e questi ripeteva la formula: «Sono sfuggito al male e ho trovato il meglio». E tutta l'assemblea esplodeva in "ololyge". All'indomani, si svolgeva la processione degli adepti, col capo coronato di finocchio e di fronde di pioppo bianco. In testa camminava Eschine brandendo serpenti e gridando: «Evoé, misteri di Sabazios!», e danzando al grido di "Hyés, Attés, Attés, Hyés" (Dioniso è conosciuto anche come il Dio dai molti nomi. In questo caso è chiamato con il nome di Attis, divinità centrale nel culto di Cibele).

Demostene parla anche di un cesto di forma di vaglio, il "liknon", il "vaglio mistico", la culla primitiva di Dioniso bambino. Sotto le forme più diverse si trova comunque, al centro del rituale dionisiaco, un'esperienza estatica di una frenesia più o meno intensa: la mania. Questa "follia" costituiva in qualche modo la prova della divinizzazione ("entheos") dell'adepto. L'esperienza era certamente indimenticabile, perché si partecipava alla spontaneità creatrice e alla libertà inebriante, alla forza sovrumana e all'invulnerabilità di Dioniso.

"Più ancora degli altri dèi greci, Dioniso sorprende per la molteplicità e la novità delle sue epifanie, per la varietà delle sue trasformazioni. È in perenne movimento; penetra ovunque, in tutti i paesi, presso tutti i popoli, in tutte le religioni, pronto ad associarsi a divinità diverse, anzi perfino antagoniste (per esempio Demetra, Apollo). È, senza dubbio, l'unico dio greco che, rivelandosi sotto aspetti differenti, affascina e attrae tanto i contadini che le élites intellettuali, i politici e i contemplativi, gli orgiastici e gli a sceti. L'ebbrezza, l'erotismo, la fertilità universale, ma anche le esperienze indimenticabili suscitate dal ritorno periodico dei morti, o dalla mania, dallo sprofondare nell'incoscienza animale o dall'estasi dell'enthousiasmos - tutti questi terrori e rivelazioni hanno un'unica origine: la presenza dei dio. La sua natura esprime l'unità paradossale della vita e della morte. Per questo, Dioniso costituisce un tipo di divinità radicalmente diverso dagli Olimpî. Era forse, tra tutti gli dèi, il più vicino agli uomini? In ogni caso ci si poteva avvicinare a lui, si giungeva a incorporarlo, e l'estasi della mania dimostrava che la condizione umana poteva essere oltrepassata.Questi rituali erano suscettibili di sviluppi inattesi. Il ditirambo, la tragedia, il dramma satirico sono, in modo più o meno diretto, creazioni dionisiache. È appassionante seguire la trasformazione di un rito collettivo, il "dithyrambos", implicante la frenesia estatica, in spettacolo e infine in genere letterario. Se, da un lato, certe liturgie pubbliche sono diventate spettacoli e hanno fatto di Dioniso il Dio del teatro, altri rituali invece, segreti e iniziatici, si sono evoluti in Misteri. Perlomeno indirettamente, l'orfismo è debitore alle tradizioni dionisiache. Più di tutti gli altri dèi olimpici, questo dio giovane non cesserà di gratificare i suoi fedeli con nuove epifanie, messaggi inattesi e speranze escatologiche".

Il ditirambo, «girotondo destinato, in occasione del sacrificio di una vittima, a produrre l'estasi collettiva con l'aiuto dei movimenti ritmici e di acclamazioni e grida rituali, si è potuto - proprio nel periodo (VII-VI secolo) in cui nel mondo greco si sviluppa la grande lirica corale - evolvere in genere letterario per l'accresciuta importanza delle parti cantate dall'exarchon, per l'alternarsi di brani lirici su temi più o meno adattati alla circostanza e alla persona di Dioniso» (Jeanmaire, op. cit.)



(Tratto da  Mircea Eliade, "Dioniso o le beatitudini ritrovate", in "Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. I: dall'età della pietra ai Misteri Eleusini, tr. it. Sansoni, Firenze 1979)


I Misteri Dionisiaci, rappresentando la morte e la seconda nascita di Dioniso ed il suo viaggio agli Inferi per liberare e resuscitare Semele, rappresentano il potere del Dio di salvare i mortali. Ma solo ai Mysti, detti Bacchi, è concessa la vita ultraterrena, nell'eterna gioia dei cortei e dei banchetti di Dioniso.

L'omofagia, cioè la comunione col Dio mediante carne di cucciolo cruda, rinnova il sacrificio di Dioniso e ne rende partecipi i fedeli, unendoli ad esso e rendendoli immortali. L'estasi, raggiunta non solo con il vino, ma soprattutto con l'eccitazione causata da danza e musica sfrenate e sensuali, permette all'anima di liberarsi dai limiti della materia e di congiungersi al Dio.


Le feste Oreibasie ed Agrionie celebrano l'epifania di Dioniso: un corteo di sole donne si avvia per i boschi o sale in montagna per svegliare il Dio addormentato. Il rito ha luogo di notte ed ha carattere orgiastico e sfrenato: le partecipanti si ubriacano, si spogliano, squassano i tirsi, urlano e si eccitano selvaggiamente; un capretto, o un cerbiatto o un altro cucciolo, viene smembrato vivo e divorato crudo. Il furore è tale che se qualche estraneo, uomo o animale, capita a tiro, rischia di essere fatto a pezzi e mangiato anche lui.

Altre festività alquanto smodate - più promiscue - erano i banchetti delle Fagesie e le orge notturne dei Baccanali e delle Nittelie.




È da notare che, sebbene erotismo e sessualità siano componenti importanti in tutta la liturgia, l'atto sessuale vero e proprio non è previsto dal rito. Le grida rituali sono "elelèn", "evohè" e "jacche".



Le Baccanti debbono saper suonare e cantare, gli strumenti dionisiaci par excellence sono il tamburello, il cembalo e il flauto doppio. Portano una veste di pelle di cerbiatto detta Nebris, una lunga sciarpa sacra giallo-violacea ed una corona di foglie d'edera; secondo il grado di Menadi, la veste viene sostituita con una in pelle di leone.


Il tirso (lo stelo della ferula, con una pigna posta in cima ed ornato con foglie di edera e vite) è il loro simbolo sacro, componente fondamentale di molti incantesimi. Gli strumenti sacri comprendono il fallo, le coppe per il vino e la cesta mistica.

I Misteri di Sabazio costituivano un culto a carattere privato, molto affine ai Misteri Dionisiaci, ma essenzialmente più povero di contenuto liturgico e di coinvolgimento estatico. Le differenze teologiche fondamentali sono che il Dio viene chiamato Sabazio, signore della birra e dell'orzo (mentre Dioniso-Zagreo è il Dio del vino e della vite), che si tramutò in cerbiatto e non in capretto per tentare di sfuggire ai Titani.


I Mysti si chiamano Saboi. Il rito di iniziazione è notturno. Gli iniziandi vengono fatti sedere, coperti con una pelle di cerbiatto e strofinati con fango e crusca, come simbolo di morte; vengono poi fatti rialzare pronunciando "ho fuggito il male, ho trovato il meglio", che è la formula di resurrezione. Infine vengono celebrate le nozze simboliche con il Dio, per mezzo del contatto con un serpente d'oro sotto le vesti.

Le festività più importanti venivano celebrate di giorno, preferibilmente nei boschi. Si forma un corteo danzante e chiassoso al seguito dei sacerdoti, che procedono agitando serpenti sul capo e tenendo ben alti una cesta ed un vaglio; i partecipanti si ubriacano e si danno a pratiche scostumate e selvagge che culminano col sacrificio di un cerbiatto. I gridi rituali sono "euoi saboi" e "hyes attes, attes hyes".


I Saboi portano sulla testa corone di finocchio e pioppo ed usano scambiarsi il saluto benedicente con le prime tre dita della mano distese e le altre due piegate; questa forma hanno anche molti ex-voto in bronzo, con il palmo effigiato di tartarughe, lucertole, serpenti, teste di montone, falli e pigne.

Kerényi ci fa vedere come questa discrepanza tra il bios e la zoé, la vita finita e la vita infinita, chiara e presente già nella lingua, trovi espressione nella religione, «in un tempo puro – il tempo della festa – e in un luogo puro: sulla dimensione di avvenimenti che non si svolgono nella dimensione dello spazio, bensì in una dimensione propria, una dimensione potenziata dell’uomo, nella quale si attendono e si cercano le apparizioni degli dei». 

La religione cretese, come ce lo dimostrano le staordinarie testimonianze artistiche, piene di fascino e di eleganza, era caratterizzata da un gioioso riconoscimento della divinità della natura e si esprimeva in un inno alla vita. Gli artisti minoici coniugando la massima naturalezza alla suggestione della trascendenza ci mostrano un mondo di piante e di animali, epifanie divine nelle profondità dei mari o del cielo, rese possibili dal particolare clima estatico dell’isola che favoriva capacità visionarie. 


Il dionisiaco è per Kerényi, sulle orme dell’archeologo Bernhard Schweitzer, proprio questa capacità di entrare in contatto con la forza trascendente della natura, che sovrasta l’uomo e può far violenza al suo sentimento.
La ricerca sul calendario (festivo) porta Kerényi ad individuare l’antica origine dell’anno per la civiltà egiziana, nella notte del solstizio d’estate, quando con il sorgere della stella Sirio il Nilo comincia a crescere, portando nuova fecondità.
Questa usanza sarebbe passata nella Creta Minoica. Al sorgere mattutino dell’astro di Sirio, avveniva un evento della massima importanza, riferito dalla tradizione greca: la nascita di Zeus, partorito da Rea, in una grotta piena di api che divennero sue nutrici. L’avvenimento era accompagnato da un grande bagliore e dal traboccare del sangue (ichor di colore biancastro nel caso di dei) della nascita di Zeus.
Si tratterebbe secondo Kerényi della interpretatio graeca del racconto cretese di un avvenimento eccezionale: un’illuminazione che si sprigionava da oscure profondità, dall’irrompere della vita, vissuta come la nascita di un fanciullo divino nelle sacre grotte dell’isola, alle quali rimase legato un culto di carattere misterico, segreto (aporrhetos thisia) illuminato da fiaccole. L’avvenimento doveva consistere nella fermentazione di una bevanda inebriante a base di miele, alimento archetipico e potenziatore per eccellenza della zoé, e che nel culto greco mantenne a lungo il primo posto, solo in un secondo momento sostituita dal vino che aveva analoghe, se non superiori, capacità inebrianti. Il segreto della vita, simboleggiato dal miele e dalla sua fermentazione assunse forme nella religione di Zeus che passarono poi nella religione dionisiaca.
In questo paziente lavoro archeologico di riscoperta dei vari strati successivi della formazione del nucleo cretese del mito di Dioniso, Kerényi ritrova, oltre alla ‘visione’, l’ebrezza del ‘miele’ e quindi del vino, altre ‘sindromi’ particolari, altri contesti nei quali si esprimeva la zoè: toro, donne e serpenti. Sono infatti ampiamente noti l’identità del dio con il vitello e con il toro, animale-dio e ad un tempo vittima sacrificale per eccellenza, come con il keras (corno di bue) con il quale originariamente si beveva il vino.
Ugualmente noto il culto estatico che le donne tributavano al dio e la familiarità di menadi e baccanti con il serpente, forma della zoé, della vita indistruttibile, animale da tempo antichissimo legato a Creta al culto. Spesso veniva portato in mano dalle sacerdotesse o intrecciato a corone di edera, pianta caratteristica della religione dionisiaca al pari della vite.


Appartengono al culto dionisiaco anche la maschera, una delle manifestazioni del dio, e la capra, tipico animale sacrificale e sostituto del dio. Tali elementi, presenti anche in un sigillo di Festo, collegano Dioniso con la figura di un signore degli animali, cacciatore e domatore di animali vivi, che richiama Zagreus, il dioniso orfico.



Dioniso è legata come figura femminile Arianna, la divina sovrana di Creta, la signora del Labirinto, luogo in cui secondo la leggenda era rinchiuso il minotauro, mostro dalla testa taurina. Le nozze di Dioniso ed Arianna presentano un lato mistico che ritroviamo nel più noto mito dei misteri eleusini. Arianna, la figlia di Minosse e di Pasifae, al pari della Core eleusina, sarebbe una duplicazione più giovane della madre, la quale genera un torello, vittima sacrificale, figlio mistico che a sua volta sposerà soltanto la madre secondo un mito che, riportando generazione e nascita all’interno della medesima coppia, evidenzia l’ininterrotta continuità della zoé.


Quindi, nel momento in cui nella creta minoica il capodanno era segnato dal sorgere mattutino della stella Sirio e insieme dal manifestarsi della luce, del miele e del vino che apparivano da una caverna, a Cnosso nel palazzo si snodava una danza che portava al centro del labirinto (mondo sotterraneo) in cui la Signora generava il figlio misterioso, garantendo la possibilità del ritorno alla luce. Già nell’antichità era del resto nota l’origine cretese dei misteri eleusini, samotraci e traci. Kerényi deduce quindi «l’origine minoica di una parte essenziale, anzi probabilmente del nocciolo di tutto quanto venne attribuito al mitico cantore Orfeo».

Arianna era certamente la grande dea lunare del mondo egeo. Così come Dioniso è la realtà archetipica della zoé, l’ininterrotto flusso vitale, Arianna è la realtà archetipica del farsi dell’anima, per cui una creatura vivente, trascendendo il suo stato di seme, diviene un essere individuale. Del resto proprio la zoè aspira all’anima ed ogni concepimento dà luogo ad una psicogonia. Questo sarebbe il grande evento a cui presiede la Grande dea, figura archetipica della religione cretese, che attraverso la dualità di madre e figlia rappresenta l’identità delle dee greche Demetra e Persefone.
La coppia divina Dioniso ed Arianna rappresenterebbe l’eterno insorgere e l’eterno trascorrere della zoé, rispettivamente nella generazione e lungo la generazione dei singoli esseri viventi, e mentre la zoé assumerebbe la forma maschile, la genesi delle anime assumerebbe quella femminile.
Lo studio attento delle feste biennali con cui veniva celebrato Dioniso in Grecia rivela una logica interna che è quella della naturale dialettica primordiale tra la zoé e il suo opposto, la morte. Il culto di Dioniso, strettamente connesso con il mito, esprimeva la realtà della zoé, la sua indistruttibilità, ma anche il suo dialettico legame con la morte. Eraclito riconobbe nel culto del Dio quella dialettica degli opposti: «Se essi non allestissero il corteo in onore di Dioniso e non rivolgessero a lui il canto fallico, questo sarebbe il più vergognoso dei comportamenti. Ma lo stesso dio è Ade e Dioniso, per il quale infuriano e si comportano come Baccanti» (22 B 15).
Grazie all’opera di Onomacrito (VI sec.), scrittore orfico autore di teletai (iniziazioni), si ebbe una nuova diffusione della religione e del culto di Dioniso attraverso l’Orfismo. Secondo il suo racconto dopo i primi tre sovrani del mondo – Urano, Crono, Zeus – Dioniso regnò come quarto. I Titani che lo accompagnavano, su istigazione di Era, lo smembrarono e ne mangiarono la carne. Zeus fu preso da collera e colpì i Titani con il fulmine. La fuliggine dell’esalazione dei loro corpi si trasformò in materia e da essa nacquero gli uomini. I corpi degli uomini sarebbero dunque dionisiaci, in quanto formati dalla fuliggine aithalé (vapore sublimato) dei Titani che avevano mangiato la carne di Dioniso.
Nel culto, in due cerimonie mistiche rivivevano dunque sia il mito dei Titani, sia il mito dell’assassinio del fanciullo divino. Questi in forma di capretto fu sbranato, diviso (sparagmos) in sette parti che furono gettate in un paiolo a bollire, per poi essere arrostite, ma che però non vennero mai consumate, perché Zeus intervenendo bruciò l’arrosto e coloro che stavano arrostendo.
Il senso della cerimonia appare evidente a Kerényi: un capretto doveva morire affinchè la vite potesse nuovamente crescere sulla terra. Essenziale era naturalmente il rapporto simpatetico tra la vittima, il dio Dioniso, e la vite o il capretto. «La continuità e l’indistruttibilità della zoé non venivano insegnate, ma presentate con la massima naturalezza: in un piccolo frammento concreto dell’altrettanto concreta vita universale».
Il sacrificio di Dioniso, con la sua complessa struttura, dominata da una rigorosa logica interna costituì un momento basilare della storia della religione greca e da essa derivarono sviluppi di grande portata quali l’orfismo e la tragedia greca, nata dalle feste dionisiache degli ateniesi.La tragedia, la creazione spirituale, prima che artistica, che prende spunto dal caprone sacrificato, si contraddistingueva per due elementi aggiuntivi importanti: il mito dell’uccisione dell’animale, contemporaneamente rappresentante del dio e suo nemico e il tentativo di spiegarlo come punizione per l’animale colpevole.
L’attenta lettura della tragedia di Euripide Le baccanti mostrerebbe secondo Kerényi come il vero soggetto della primitiva tragedia fosse non tanto Dioniso, quanto Pentheus, ‘l’uomo della sofferenza’, nemico e contemporaneamente vittima del dio.
La tragedia, come del resto la commedia e la Commedia Nuova debbono essere guardate come forme spiritualmente elevate della religione dionisiaca, una religione che vedeva il bios, la vita dei singoli, attingere dalla zoé la propria esistenza e la speranza di sopravvivere dopo la morte.

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