domenica 13 novembre 2016

BACCHANALIA





Ecco io vi annunzio un mistero: non tutti, certo, moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d'occhio, al suono dell'ultima tromba; suonerà infatti la tromba e i morti risorgeranno incorrotti e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? (San Paolo CORINZI: 15, 51-55)


È detto nel Vangelo che Gesù, avendo preso con sé i discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni, li condusse su un'alta montagna. Là "fu trasfigurato davanti a loro; il suo viso risplendeva come il sole e le sue vesti diventarono bianche come la luce." Questa trasfigurazione era una irruzione, sul piano fisico, del corpo spirituale di Gesù, quel corpo che la tradizione iniziatica chiama il "corpo di gloria", il corpo dell'immortalità

"Alcune persone hanno potuto vedere il corpo di gloria di certi Iniziati o mistici, mentre erano in stati di rapimento o di estasi: il loro viso splendeva e la luce scaturiva da tutto il loro essere. Grazie a questo corpo gli Iniziati possono spostarsi nello spazio e agire a distanza sulle creature per aiutarle; e possono farlo anche se il loro corpo fisico è logoro, malato, poiché il corpo fisico e il corpo di gloria sono due realtà completamente diverse. Il corpo di gloria è sempre presente, vivo, luminoso ed è per mezzo suo che l'Iniziato può raggiungere le creature attraverso lo spazio per istruirle, consigliarle, consolarle e dare loro le sue benedizioni" (Omraam Mikhaël Aïvanhov).

IL TAO DEL SESSO

Secondo il noto mago occultista Aleister Crowley, molto popolare negli anni '60 - tanto da essere finito anche nella copertina di "Sgt. Pepper" - il segreto ultimo di tutti i misteri risiede nel culto fallico e nella magia sessuale. A tal proposito, parlava di "costruzione del corpo di gloria", a cui si perverrebbe mediante accoppiamenti sessuali e procedimenti di alchimia interiore.

Un curioso parallelo con il "corpo immortale" di cui parla l'alchimia taoista. Nelle numerose leggende taoiste, un posto di rilievo è assegnato ai cosiddetti "Otto Immortali" (Baxian), un gruppo di personaggi (uomini e donne) che, avendo ottenuto in vita poteri soprannaturali, sono stati santificati dopo morti. 




Secondo il pensiero taoista, l'anima non esiste di per sé, ma è il risultato di una costruzione che ha come base imprescindibile il corpo materiale. Per giungere a tale risultato, secondo la tradizione taoista, è necessario un lungo lavoro alchemico, durante il quale l'anima ed il corpo immortale si costruiscono misteriosamente all'interno del corpo materiale attraverso una complessa pratica meditativa, che prevede tecniche di yoga unite ad una severa disciplina alimentare. Il fine ultimo è il raggiungimento del cosiddetto "corpo di luce", uno stato di illuminazione in cui l'uomo da umano si trasfigura in un essere divino.

"La meta dello Yoga Taoista è la creazione del Fanciullo Immortale, rispecchiata dalla creazione cabalistica di un Corpo di Luce. Il fine supremo è la fusione di questo Fanciullo Immortale o Corpo di Luce col Wu Ji, o Ein Soph: il Nulla" (Eric Steven Yudelove, "Il Tao e l'Albero della Vita I segreti della sessualità e dell'alchimia taoiste").




In Oriente le scuole misterico-esoteriche parlano della Merkabah ("Carro di Luce") come "Corpo Diamantino". Il Tantrismo parla di "Corpo Arcobaleno". Il Buddismo di "Corpo di Trasformazione" (nirmāṇakāya) e "Corpo di Gioia" (Sambhogakāya si riferisce anche alla forma luminosa raggiunta dal praticante buddista)Il corpo di Gesù risorto è un "corpo di gloria".


L’Egiziano dei tempi faraonici sperava nell’immortalità sentita come accesso alla divinità, come trasformazione radicale in essere di luce potente (akhu). La fede nel divenire luminoso dei morti assolti dal tribunale degli dei e divenuti simili a Osiride, il dio morto e resuscitato, consustanziale a Re, dio della luce, veniva manifestata attraverso il simbolico splendore dell’oro, di pietre e metalli lucenti, di illuminazioni con torce.

Il Noûs-luce, inviato dal paradiso delle luci e messaggero della gnosi celeste entra nell’uomo per illuminare il Noûs, la parte divina dell’anima e risvegliare la psyche immersa nell’oblio. Grazie all’opera del Noûs-luce l’eletto sente il richiamo delle sue origini divine: l’uomo vecchio si trasforma per divenire il puro gnostico che segue ad ogni istante la via della ricerca della salvezza e del ritorno alla luce del regno del Padre.


Nelle Upanishad, dove il rituale vedico diviene supporto simbolico di un procedimento tutto interiore, la luce diviene simbolo della conoscenza liberatrice, garanzia della vera e propria immortalità, mentre l’oscurità è simbolo dell’ignoranza e dell’illusione che rende prigionieri. Alla meta finale del cammino l’iniziato perverrà al di là del giorno e della notte, diverrà egli stesso luce, fonte di ogni visione e non farà più distinzione tra il soggetto che vede, l’oggetto della visione e l’atto del vedere così che dirà : «Io sono colui che vede tutto e che non ha gli occhi».


SIMBOLISMO ED ESPERIENZA DELLA LUCE NELLE GRANDI RELIGIONI (da átopon Vol. VI) AA.VV.a cura di Julien Ries e Charles Marie Ternes Jaca Book, Milano 1997 - Annamaria Iacuele

"Secondo i libri degli Immortali, se i Nove Elisir sono sublimati, se l'oro e la giada sono liquefatti, il mondo intero può essere reso immortale" (Baopuzi).

Nel taoismo, antica sapienza cinese, si ignora il sacrificio: il culto si fonda su una pratica ascetica e sugli inni di glorificazione del Tao. Vi sono varie liturgie destinate ad esprimere il ringraziamento o la richiesta fiduciosa al Tao, e tutte presentano molti elementi di magia: vi è la liturgia della pioggia e quella dell'acqua, la liturgia del fuoco, quella del Signore del Cielo e quella del Nuovo Anno. Tali liturgie erano delle vere e proprie feste religiose, spesso precedute da digiuni e da isolamento per ottenere la remissione dei peccati, ed erano presiedute dai bonzi, i quali raccoglievano le offerte dei fedeli. Dopo la recita della preghiera, si procedeva all'offerta di un piatto al Dio del Cielo. Per ogni cibo, si rinnovava la cerimonia (preghiere, canti, musica, lettura dei nomi degli offerenti per la benedizione divina) che durava fino a sera.

La pratica ascetica taoista sviluppò comunità monastiche maschili e femminili. Dopo un rituale di iniziazione, il novizio accettava i voti e le regole disciplinari, vivendo secondo norme di astinenza e di digiuno, di segregazione e di purezza, con lo scopo di raggiungere l'immortalità, ma svolgeva anche attività che stanno tra il sacro e il profano: evocatore sciamanico degli spiriti dei defunti, medico, mago, astrologo, indovino.

"Niente ha presa sul corpo quando lo spirito non è turbato. Niente può nuocere al saggio, avvolto nell'integrità della sua natura, protetto dalla libertà del suo spirito" (Lao-Tzu).

Tutte le tecniche praticate - la meditazione, l'estasi, l'ascetismo, la magia sessuale (un rito che appartiene alla più antica civiltà cinese) - mirano a fare di un uomo comune un Immortale, o un Santo, uno che ottiene la "Lunga Vita". L'obiettivo del Taoismo è quello di raggiungere questo stato di santità, di perfetta armonia non-duale con il mondo naturale, tramite meditazione ed estasi (attraverso il rito), che permettono l'identificazione con il Tao. La natura non deve essere alterata dall'azione umana, e per questo il taoista pratica e predica il "non agire" (wu wei) in tutti i campi (anche in quello politico), senza lasciarsi intimorire dai mutamenti e dalla morte.

I taoisti o “Tao Ren” (letteralmente, uomo che segue il tao) considerano il sesso indispensabile per la salute ed il raggiungimento dell'immortalità, come la pioggia che cade sui campi lo è per le piante. Tutto per i taoisti è manifestazione dei principi universali Ying e Yang, anche il sesso.

L'uomo che ha deciso di seguire il Tao, cioè la via della natura, non può reprimere i suoi istinti naturali, ma bensì può canalizzare tali impulsi verso il raggiungimento della santità, seguendo determinati principi. Nel suo percorso di studio e auto-conoscenza, il seguace taoista si avvale di ogni mezzo necessario per il raggiungimento dell'immortalità, la quale dà la possibilità di ricongiungersi con il Tao stesso: maggiore è il tempo vissuto, maggiore sarà la possibilità per unirsi alla Via.

I taoisti credono che il mondo e le cose al suo interno siano interconnesse tramite le leggi naturali, per cui un’azione non è mai fine a se stessa. Questa affermazione prende una valenza pratica all'interno del Tao del sesso: trovare il luogo adatto è tanto importante quanto trovare il partner adatto e per questo motivo sono raccomandati luoghi naturali e sperduti, nei quali la natura del maschio e della femmina possano essere in equilibrio con l'ambiente che li circonda. Solo in questo modo, i benefici dalla pratica della sessualità saranno maggiori, poiché le energie cosmiche entreranno in relazione con l'energia sviluppatasi durante l'amplesso dando giovamento ai due amanti. Se non si ha la possibilità "materiale" di trovare e raggiungere questa condizione, si può creare una stanza di giada a casa nostra, seguendo gli equilibri indicati nella tradizione del Feng Shui ad esempio: la tradizione raccomanda di avere diversi cuscini in svariate misure ma di colore rosso o ad esso legato e di utilizzare delle luci pacate e non eccessivamente luminose con delle candele (inodore).




«L’unione dell’uomo e della donna è come l’unione del cielo e della terra. È grazie alla loro corretta unione che il cielo e la terra durano in eterno. Gli esseri umani sono divenuti mortali perché hanno perduto questo segreto. La conoscenza di esso apre la strada all’immortalità» (Shang Ku San Tai).

Nella tradizione delle sette taoiste, compare spesso il termine "stanza di giada": essa sta ad indicare non solo il luogo di pratica, il quale potrebbe essere una stanza, ma anche un bosco o un luogo naturale difficile da raggiungere. La stanza di giada è anche una condizione dello spirito, alla quale i seguaci cercano di accedere tramite diverse pratiche.

Per quanto riguarda le tecniche per evocare il piacere da ogni zona del corpo, in modo da attivare l'energia che esso contiene, immagazzinarne altra e farlo così diventare "immortale", sia il Tao che il Tantra parlano del "coitus reservatus", cioè il rapporto prolungato senza orgasmo che è rimandato il più a lungo possibile. I taoisti ritenevano che l'energia yang (maschile) venisse nutrita da quella yin (femminile) rappresentata dalle secrezioni vaginali della donna. Prolungando il rapporto e procurando più orgasmi alla compagna, l'uomo beneficia dell'energia di lei. C'è poi la "tecnica di risalita del seme": al momento di eiaculare, l'uomo esercita una forte pressione sull'uretra che fa divergere il seme in vescica da dove viene espulso con l'urina. Questo servirebbe a far risalire lo sperma lungo la spina dorsale fino a vivificare il cervello.

Nei riti sessuali emersi agli inizi del Tantra induista, come un metodo pratico di generare fluidi corporei trasformativi che costituiscono un'offerta vitale alle divinità tantriche, oppure come cerimonie di iniziazione dei clan, l'iniziato di sesso maschile era inseminato o insanguinato con le emissioni sessuali della consorte femmina, talvolta frammiste al seme di un guru, ed era così trasformato in figlio del clan (“kulaputra”) per grazia della consorte; si pensava infatti che il fluido del clan (“kuladravya”) o "nettare del clan" (“kulamrita”) scorresse naturalmente dalla sua pancia. Sviluppi successivi del rito enfatizzavano l'importanza della beatitudine e dell'unione divina, sostituendo le connotazioni più corporee delle forme più antiche. Sebbene in Occidente il Tantra sia pensato come coincidente con i riti sessuali, solo una minoranza di sette vi fa ricorso, e nel tempo, per lo più questi riti hanno subito un processo di trasformazione in simbolismo psicologico.

Nello “Shiva Samhita” è scritto: "Dalla base del palato Shusumna si stende verso il basso, fino a raggiungere Muladhara (il primo chakra) e il perineo. [...] Dentro Shusumna scorre la forza, kundalini".

Il Tantra specifica che il sesso ha tre finalità ben distinte: procreazione, piacere e liberazione. Coloro che cercano la liberazione, evitano l'orgasmo frizionale per una forma più alta di estasi: la coppia che prende parte al rituale si immobilizza in un abbraccio statico. Diversi sono i rituali raccomandati e praticati, e comprendono riti purificatori e preparatori elaborati e meticolosi. L'atto risulta in un equilibrio delle energie che scorrono nel corpo sottile di entrambi i partecipanti, risvegliando “Nadi Susumna” e la kundalini che risale dentro di esso. Questo può infine culminare nel “samadhi”, dove le rispettive individualità di ciascuno sono completamente dissolte nel “brahman”, la coscienza cosmica. I praticanti del Tantra interpretano l'atto su molteplici livelli: i partecipanti maschio e femmina unendosi fisicamente rappresentano Śiva e Śakti, il principio maschile e quello femminile, e, al di là del fisico, le due energie si fondono generando un'energia indistinta. Sul piano individuale, ciascun partecipante esperimenta una fusione delle proprie energie Śiva e Śakti.

I MISTERI DI AGAPE



La via “orgiastica" al culto religioso, si ripresenta in Occidente con l'antica festa dell' “agape” (amore nel senso di carità, solidarietà, sentimento fraterno), in auge presso numerose sette cristiano-gnostiche dopo la morte di Cristo, parallelamente alla nascita della Chiesa Cattolica.

La festa cristiana dell'amore, che nella sua versione cattolica diventerà il sacramento dell'eucaristia, in origine consisteva in una cena rituale in cui si divideva il cibo tra ricchi e poveri, annullando ogni divisione di casta. In alcune comunità si trasformò in dei super-banchetti destinati soprattutto ai più bisognosi. Ma, nello stesso tempo, si cominciò a praticare una forma più estrema di "banchetto sessuale"...

Nel Libro della Rivelazione, la voce dello stesso Cristo rimprovera la congregazione di Thyatira in Asia Minore di essersi fatta plagiare da una certa Jezebel, una falsa profetessa che adora gli idoli e incita a pratiche immorali. Nello stesso testo, si accusa la congregazione di Pergamo di ospitare coloro che "seguono l'insegnamento di Balaam" (un falso profeta biblico).

All'inizio del secondo secolo dopo Cristo, la Lettera di Giuda ammonisce contro quelle "empie persone che si insozzano nelle feste dell'amore". Un secolo dopo, uno dei padri della Chiesa, Tertulliano, scrisse con immenso disprezzo di coloro "la cui Agape bolle nella pentola, la cui fede arde in cucina e la cui speranza giace in un piatto".

Sant'Epifanio, che per 35 anni fu il vescovo di Costanza a Cipro, la cui vita si svolse nel periodo critico che va dal regno di Costantino a quello di Teodosio il Grande, in cui il Sacro Romano Impero si convertì dal culto pagano a quello cristiano-cattolico, descrisse in un libello di denuncia il culto eucaristico di una setta cristiana del suo tempo, gli Ofiti, o Naasseni (dal greco “òphis” e dall'ebraico “nâhâsh”: serpente), una scuola (di cui non si conosce il capostipite) di pensiero gnostico molto popolare nel II secolo.

La dottrina gnostica degli Ofiti originava dal Padre di Tutti (Primo Uomo) che aveva emanato il Pensiero o Figlio (Secondo Uomo). A quel punto era comparso l'Agape o Spirito Santo (Prima Donna). Questa trinità aveva generato Cristo e sua sorella Sophia (Saggezza), ma uno dei figli di Sophia, il demiurgo Ialdabaoth, si era ribellato creando il mondo materiale e l'uomo. Egli, identificato come lo Yahweh del Vecchio Testamento, aveva messo i primi uomini, Adamo ed Eva, nell'Eden e preteso di essere venerato da loro. Tuttavia il serpente, citato nella Genesi (3,1), secondo gli Ofiti era stato mandato da Sophia per convincere gli uomini ad assaggiare il frutto proibito della conoscenza. Inoltre, Sophia, all'insaputa di Ialdabaoth, aveva instillato la scintilla divina negli uomini, i quali quindi, anche dopo la cacciata dal Paradiso Terrestre, avevano mantenuto, in maniera latente, la conoscenza della loro origine dal Padre di Tutti, ma non ne erano consapevoli a causa delle manovre del demiurgo.

Per accendere questa scintilla e portare la conoscenza, Cristo, impietositosi dello stato degli uomini sotto la tirannia di Ialdabaoth, decise di scendere sotto forma di Gesù. Gli Ofiti, dunque, veneravano il serpente, primo latore della conoscenza (gnosi) e, come i cainiti, esaltavano tutti i personaggi del Vecchio Testamento, che apparivano come nemici di Yahweh, cioè di Ialdabaoth, e per questo vennero perseguitati dai cristiani come blasfemi. Direttamente agli Ofiti vengono fatti risalire la "Predica dei Naasseni" e il "Diagramma degli Ofiti". Quest'ultimo, composto prima del 150, è andato perduto, ma è stato ben descritto dal filosofo pagano Celso (che considerava gli Ofiti una setta cristiana) e dal famoso scrittore e teologo Origene, come rappresentazione della complessa cosmogonia ofitica: "Essi hanno un serpente che tengono in una cesta - la cista mystica - e, ad un certo punto dei loro misteri, lo tirano fuori. Poi mettono delle pagnotte sul tavolo e chiamano il serpente. Poiché la cesta è aperta, esso esce fuori. È una bestia astuta e, conoscendo i loro usi, si muove sul tavolo e si avvolge nelle pagnotte. Quindi, non solo spezzano il pane in cui il serpente si è avvolto e lo danno ai presenti, ma ognuno bacia il serpente sulla bocca. Essi si inginocchiano davanti a lui e chiamano questo rito Eucarestia, consumata dalla bestia che si è avvolta nel pane. E poi innalzano un inno al Padre, che conclude i loro misteri" (Epifanio, "Panarion").



Il prof. Leisebang, commentando questo rito ofitico descritto da Epifanio, ha fatto notare come l'utilizzo di un serpente all'interno della cesta mistica era molto diffuso nei riti dei culti misterici pagani, specie in quelli dionisiaci, dove il serpente vivo era spesso sostituito da un simulacro dorato che serviva a rappresentare l'unione mistica con la divinità. Ricordiamo che nella mitologia cristiana ortodossa, il serpente viene normalmente identificato con Satana

Sant'Ippolito, un secolo e mezzo prima di Epifanio, nel suo "Elenchos", ha cercato di spiegare il senso nascosto della venerazione del serpente parlando della setta ofitica dei Perati: "Il loro cosmo consiste in Padre, Figlio e Materia, ognuno dei quali contiene forze infinite. A mezza via fra il Padre e la Materia, il Figlio, il Logos, ha il suo posto: egli è il serpente che si muove eternamente (ouroboros) verso l'immobile Padre e la Materia mossa; ora si volge verso il Padre e raccoglie le forze e il suo sostegno; ed ora, dopo aver ricevuto le forze, si volge verso la Materia, e su di essa, che è senza attributi e forma, imprime le idee impresse in lui dal Padre. Nessuno può essere salvato e risorgere senza il Figlio, che è il serpente".

Questi Perati gnostici ambivano a quella "sapienza dell'altra sponda" che è la meta ultima del buddismo, una conoscenza che va aldilà di ogni concezione dualistica, rappresentata dal serpente che si mangia la coda. A differenza del buddismo, scelgono di praticare la via orgiastica della "magia sessuale" .

Sempre Epifanio, reporter ante litteram del sesso estremo, entrò a far parte di una setta gnostica siriana, quella dei Fibioniti, sedotto da certe donne "molto ben fatte nelle loro forme esteriori" ma che "quanto a spirito di corruzione avevano tutte le brutture del Demonio". Ciononostante, Epifanio rimase nella setta abbastanza a lungo da acquisire una conoscenza completa della loro "immonda" liturgia. E riferì: "Tengono in comune le loro donne; e quando arriva qualcuno estraneo alla loro setta uomini e donne hanno un segno di riconoscimento: dandosi la mano, per salutarsi, si fanno una specie di solletico sul palmo della mano per scoprire se il nuovo arrivato appartiene al loro culto. Una volta rassicurati, si dirigono al banchetto, servendo cibi deliziosi, carni e vini, anche se poveri. Dopo aver banchettato ed essersi riempiti le vene, per così dire, fino a scoppiare, si incitano a vicenda. I mariti si separano dalle mogli e l'uomo dice alla sposa: "Levati e celebra la festa dell'amore (agape) con tuo fratello". Si mischiano così gli uni con gli altri e dopo essersi uniti in un'orgia scellerata la donna e l'uomo raccolgono nelle mani il seme eiaculato dall'uomo, si mettono in piedi volgendo la testa al cielo e pretendono di pregare, come i cosiddetti Stratiotici, offrendo al Padre ciò che hanno in mano con le seguenti parole: "Noi ti facciamo questo dono che è il vero corpo di Cristo". Senza aggiungere altro, lo consumano partecipando della propria turpitudine dicendo: "Questo è il corpo di Cristo, il sacrificio pasquale per il quale i nostri corpi soffrono e sono costretti a patire le sofferenze di Cristo". E quando la donna è nel suo periodo fanno lo stesso con il mestruo. Lo raccolgono e lo consumano. E questo, dicono, è il sangue di Cristo. Nei loro rapporti proibiscono il concepimento. Perché lo scopo della loro corruzione non è la generazione di figli ma la semplice lussuria. E se accade che il frutto delle unioni si impianti nella donna, e questa diventi pregna, essi strappano l'embrione appena possibile e lo battono in un mortaio con un pestello aggiungendovi pepe miele ed altri aromi erbe in modo che non sia nauseante; poi ciascuno intinge un dito e mangia un pò del bambino immolato. E alla fine di questo banchetto cannibalesco pregano così: "Non ci siamo fatti ingannare dall'Arconte del desiderio ma abbiamo raccolto l'errore del fratello". E credono che questa sia la messa perfetta".



Sembrano chiare le intenzioni anti-cristiche di questi riti che rovesciano all'estremo il falso rito chiesastico, producendo un'altra aberrazione mitico-religiosa. L'idea base di tutte queste sette dedite all'agape dionisiaca era una interpretazione bio-mitologica delle sacre scritture, secondo cui il vero principio vitale del Cristo, e dunque del Padre, era da ricercarsi nella materia e non nello spirito, in particolare nei liquidi sessuali, "il vero corpo del Cristo". Essi ritenevano di compiere un'opera divina di redenzione impedendo la nascita di "nuovi schiavi" e rafforzando le proprie energie sessuali.

Il Serpente, il tentatore, appare nelle vesti del liberatore, di colui che solleva l’uomo al di là del bene e del male, al di là della "legge", al di là del Dio antico, nemico della libertà. Gli ultimi duecento anni riscoprono "il principio liberatore del mondo [affermato] dalla setta degli Ofiti" (M. Praz, “Il Patto col Serpente”, Milano, 1972).

Principio intravisto, secondo Gershom Scholem (“Le Grandi Correnti della Mistica Ebraica”, tr. it., Torino, 1993), dalla concezione sabbatiana, con il suo Messia consegnato ai "serpenti". E riaffermato da Ernst Bloch nel suo “Ateismo nel Cristianesimo”, dove il Cristo-Serpente libera il mondo dalla tirannia di Jahvè.

Charles Schmidt, nella sua opera "Histoire et doctrine des Cathares ou Albigeois", ha descritto i riti praticati da una comunità di presunti cristiani scoperti nella città di Orleans, in Francia, nel 1022, subito bruciati vivi: "Descriverò, per coloro che non conoscono il metodo, come il "Cibo del Cielo" - come essi lo chiamano - viene prodotto. In certe notti dell'anno essi si riuniscono in una casa, ciascuno con una lanterna in mano; e lì cantano i nomi dei demoni come una litania, finché vedono che il Diavolo è venuto tra loro sotto forma di un animale. Dopo che tutti lo hanno visto, spengono le lanterne e immediatamente ogni uomo afferra la prima donna che gli capita, anche se è sua madre, sua sorella o una monaca, senza idea di peccato; perché tale accoppiamento viene considerato da essi santo e religioso. E quando viene generato un figlio in tale modo indecente, essi si riuniscono l'ottavo giorno ed accendono un grande fuoco, passandovi sopra - come gli antichi pagani - il bambino che viene così cremato. Le ceneri vengono raccolte e tenute con grande reverenza, come quella che i Cristiani riservano al corpo benedetto di Cristo".



In quegli stessi secoli, in India venivano eseguite sculture audacemente oscene come quelle dei templi di Belur, Khajuraho, Bhuvaneshvara e Kanarak. I seguaci della "via della mano sinistra" praticavano i riti delle Cinque Cose Proibite - i cinque M - che consistevano nel bere vino (“madya”), mangiare carne (“mamsa”), consumare pesce (“matsya”), assumere posizioni yoga (“mudra”) e unirsi sessualmente (“maithuna”). Si hanno inoltre tracce (Joseph Campbell, "Mitologia Orientale") di un "culto del corpetto" (“kanculi”) dell'India meridionale, in cui le devote, entrando nel santuario, depositano i loro corpetti in una scatola tenuta dal guru e, alla fine delle cerimonie preliminari, ogni uomo ne prende uno a caso; in tal modo, la donna cui esso appartiene, anche se è una sua parente, diventa la sua compagna nell'accoppiamento.


Lo gnosticismo del II sec. d C. proponeva assieme al mito cristiano una revivescenza neo-pagana. Gli ofiti adoravano il culto del Serpente, simbolo di conoscenza in cui identificavano il Cristo, l'anthroposIl Serpente era quindi un messaggero ermetico di un antico sapere inviato per illuminare Adamo ed Eva dall'errore di essere assuefatti ad un finto dio, Ialbadoth, il dominatore terreno. Giuda è una causa di salvazione come il serpente è causa di un risveglio all'lluminazione ed alla conoscenza. È un corpo costitutivo delle origini anteriore al processo di separazione del bene e del male. Era il compito della Chiesa quello di attuare una mistificazione del serpente portatore dell'anima antagonista dello spirito.


L'antimonium pneuma è proprio la Chiesa che ha scisso l'altra componente, l'anima dallo spirito teologico. Se avevamo assistito ad una narrativa dell'anima mitica che si riversava nella Grecia ellenistica, nel mito egizio dell'oltretomba ed in quello babilonese e mesopotamico e poi gnostico-alchimistico, possiamo pressapoco notare che quella teologia dell'anima è andata gradualmente a consegnarsi ad una teologia dello spirito. 
La tradizionale problematica occidentale di scissione tra materia e spirito ha avuto poi il valido apporto del meccanicismo cartesiano e ciòè una scissione tra res cogitans e res extensaLa tradizione cristiana sovraccentua il problema di una scissione dualistica tra materia e spirito, che nell'alchimia era risolta con il simbolo del mercurius duplex, la medicina catholica, veleno e panacea che univa l'antimonium pneuma alla materia.

La spiritualizzazione dell'ego, lo si rivede nel theos cristiano. La scissione tra la componente inconscia animistica e lo spirito è pesata a favore di una progressiva emancipazione dell'ultimo, radicato però nella coscienza egotica come suo perfetto sostituto e rappresentante. Degno rappresentante e proiezione di questa coscienza grandiosa dell'ego, il dio cristiano non può essere altro che unilateralmente buono. Si richiede però un sacrificio. Un sacrificio dell'anima. Un sacrificio di quella componente inconscia, l'Es, l'istinto, la pulsione di morte che regola il thanatos ed il desiderio di disfarsene nell'uomo. Ma thanatos è l'Ade, l'oltretomba dell'anima che reclama a pieno diritto la sua voce come messaggero Mercurio, mediatore dell'Aldilà.



Ecco che il serpente della tentazione non si rivela altro che il simbolo costitivo delle origini, caduceo di Mosè e simbolo di mediazione,quella mediazione simbolica che troviamo nell'immolazione di Cristo sulla croce. Il serpente si spoglia e si riveste di nuova pelle, così fa il Cristo. Come simbolo della totalità che connette l'Adam Secundus Cristo all'Adam Primus dell'Eden, non può permettere nessuno slancio al futuro se non prima un ritorno alle origini, all'Adam Kadmon delle sephirot cabalistiche.

La vera apocatastasi è mercuriale come rilevarono gli alchimisti e come ha fatto notare lo stesso Jung identificando Cristo con lo Spirito Mercuriale,serpente ed unicorno, il cervus fugitivusLa prima trasposizione di Cristo trasmessa tra i circoli gnostici era quella del serpente. Nel ruolo di salvator è il soter salvifico della conoscenza. Ireneo e Giustino si difendevano da quelle che erano allora e tutt'oggi considerate "eresie" gnostiche di un Basilide o dalle scuole valentiniane e dei loro sistemi scendendo ed attaccandoli sul loro stesso terreno in modo da allontanarli e scongiurarli preventivamente, salvando così la chiesa da quella presunta teologia eretica.

Il modo di scongiurare l'etedorossia di una teologia negativa e di un agnosia divina, era il modo per riparare alle coscienze ottenebrate dall'ambivalente scissione del bene e del male e differenziando un dio buono dal tremendum come quello clementino, la Chiesa poteva così adottare un indottrinamento verso la separativa coscienza eticaMa il filo conduttore resta pur sempre quel serpente che ci riporta alle radici arcaiche a ciò che Hillman definisce la simia dei, l'uomo primordiale, il gibbone, che è stato espulso dalla coscienza moderna e che ritorna ad illuminare l'umanità sulle origini, costituendosi vera apocatastasi anteriore a Cristo.




Il gibbone fa breccia nell'umanità e la riconnette alle sue radici ancestrali. Come Thoth volge al passato, come uno scriba proiettatosi all'indietro per aprire un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti che risuonano dall'oltre tomba mitico. La simia dei fa breccia nell'umanità come il soter cristico che manifestandosi serpente interroga l'uomo sulle origini. Quale anima degli antichi richiama al mythos, liberando quella stretta separatrice dualistica dell'anima occidentale e guarendola dalla sua frammentata realtà la riconduce all'Uno, sintesi ma anche antitesi.

Risolvere coscienza e inconscio in un coniunctio oppositorum è non solo il compito per una dialettica junghiana terapeutica di avvicinamento all'inconscio collettivo ma anche il compito per una coscienza religiosa che riconosca il contatto con l'anima delle divinità. Una coscienza che venga toccata da quel potere numinoso e non se ne disfi perentoriamente deflazionandolo psichicamente ma lo porti alla sorgente del proprio telos, della propria sintesi teleologica.

Riferimenti:

J. Hillman Puer Aeternus; Adelphi Edizioni 1999 Milano

J. Hillman:Il sogno e il mondo infero Adelphi,2003, 3ª ediz., pp. 314

E. Neumann, Storia delle Origini della Coscienza, Astrolabio Ubaldini Editore 1978 Roma.

E. Neumann, La Grande Madre: fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio; Astrolabio-Ubaldini Roma 1981.

C. G. Jung., Scritti scelti , a cura di J. Campbell, Edizioni Red Milano 2007.

C. G. Jung . , Gli Archetipi dell’inconscio collettivo, Bollati Boringhieri, Torino, 1977.

C. G. Jung , Tipi Psicologici, Newton and Compton editori Roma 2009.

C. G. Jung , La psicologia dell’inconscio, Newton and Compton editori 1989 Roma.

C. G. Jung., La libido, simboli e trasformazioni, Newton Compton Editori 2006 Roma.

C. G. Jung. , Aion: Ricerche sul Simbolismo del Sè. , in Opere Vol 9**. Bollati Boringhieri, Torino 2005. 


C. G. Jung. , Psicologia e Alchimia in Opere Vol 12, Bollati Boringhieri editore 2006 Torino.

C.G. Jung., The Red Book (liber novus) edited by Sonu Shamdasani. Norton publication New York/London 2009.

C. G. Jung.,La Psicologia del Kundalini Yoga: seminario tenuto nel 1932. a cura di Sonu Shamdasani, Bollati Boringhieri Torino 2004.

J. Hollis.,Progetto Eden. La problematica dell'investimento paradisiaco nelle
relazioni di coppia e nel sociale.,Zephyro Edizioni 2002


Mythos: Anima e Serpente delle Origini: La coscienza monoteistica cristiana e l'occultamento dell'anima inconscia. Diego Pignatelli Spinazzola

IL GIOCO DI DIANA

[…] L'aspetto fortemente negativo della Bona Dea, posta alla guida del Ludus Bonae Societatis, fu di certo enfatizzato dagli inquisitori, attraverso l'eco delle orgiastiche feste pagane caratterizzanti la ritualità classica. Le feste romane della Bona Dea, come le Priapeia, avevano nell'orgia un elemento dominante, che fu di certo condizionante e destinato ad alterare la serena interpretazione dell'effettiva dimensione rituale del ludus medievale intriso di atavica cultualità agraria. Così Giovenale descrive i misteri della Bona Dea, diventati, con l’inquisizione, prototipo dei cortei di Diana medievali: "Sono ben noti i misteri di Bona Dea, quando il flauto eccita i fianchi, e si muovono esaltate dal suono del corno e, insieme, dal vino e, Menadi di Priapo, fanno ruotare la chioma e urlano. Quanto è, allora, impellente, in quegli animi il desiderio di amplesso! Quale voce quando la libidine si sommuove! Quale torrente di vino vecchio scorre per le madide cosce!" (Satire, VI, 314) […] ("La Stregoneria" di Massimo Centini).


Bona Dea was depicted enthroned with cornucopia (an attribute she shared with Ops, Terra, and Fortuna) and a serpent coiled around one arm, holding a patera (offering dish).
Bona Dea, Grande Madre dell’antico Latium, nella leggenda, è ora moglie, ora sorella di Fauno, tendendo ad identificarsi con Fauna, quindi una incarnazione della Madre Terra. Secondo la versione riportata da Lattanzio, è una moglie abile in tutte le arti domestiche e così pudica da non uscire dalla propria camera per non vedere altro uomo che suo marito. Un giorno, però, trovato un otre di vino, si ubriacò, e per questo suo marito Fauno la uccise percuotendola con verghe di mirto (da cui il divieto di introdurre il mirto nel suo tempio e pronunciare la parola vino).

Caratteristica comune delle diverse forme di celebrazione del culto, quella ufficiale, di stato, che si teneva a Roma, nel tempio situato sull'Aventino, durante il quale si sacrificava una scrofa incinta, e quella privata, notturna, misterica, orgiastica, che poteva svolgersi anche all’interno di case importanti, come quella di Giulio Cesare, era l’esclusione di qualunque figura maschile, compresi gli animali. Il rito era certamente volto ad una esaltazione del potere magico femminile. In particolare, si evocavano fortuna e salute (nel tempio si aggiravano serpenti ed era custodito un magazzino di erbe medicinali), mentre non si conoscono i particolari dei misteri notturni (sembra che uno degli appellativi della Dea fosse “Domina”). Anche la Grotta di S. Angelo, nei pressi di Palombaro, sulla Majella, si suppone fosse un santuario dedicato al suo culto. Secondo la leggenda, il bagnarsi le mammelle con l'acqua che sgorga all'interno della grotta avrebbe favorito l'abbondanza di latte. A tale culto si sarebbe sovrapposto poi, con la cristianizzazione, quello di Sant'Agata, preposta dalla devozione popolare appunto a tale abbondanza.

"Ci sono donne scellerate, pervertite da Satana, sedotte dalle illusioni e dai fantasmi diabolici, che credono e sostengono di andare la notte con una dea pagana, Diana, e con Erodiade, insieme a una folla sterminata di donne, cavalcando sopra animali. Credono e sostengono di percorrere, nel silenzio della notte profonda, grandi spazi, obbedendo agli ordini della loro signora, e di essere chiamate a servirla in certe notti" (Canon Episcopi).

Diana, Ecate, Erodiade, Iside, Bona Dea, Madonna Oriente, erano i nomi con cui veniva chiamata la “Signora del Gioco”, la "Domina Ludi". Nel Canavese, in Val di Fiemme, a Ferrara e nei dintorni di Modena, si parla della “donna del bon zogo”, in Lombardia si parla della "dona del zöch". Diverse leggende del nord Italia parlano di questa figura come di una donna ammaliante, misteriosa, dai poteri sovrannaturali, capace di insegnare le arti magiche e il linguaggio segreto degli animali ai suoi discepoli (quasi sempre donne). Esistevano congregazioni chiamate "società del buon gioco", o "società di Diana", che si riunivano in segreto certe notti per celebrare rituali e feste che nulla avevano di malefico. Le antiche tradizioni popolari agresti (la campagna aveva maggiormente resistito alla conversione cristiana) si potevano ritrovare in questi incontri, rimembranze delle feste pagane, dionisiache, dei baccanali e dei saturnali.

"Eri sempre stata al gioco di Diana, che voi chiamate Erodiade e arrivata alla presenza della Signora, sempre le facesti la riverenza inclinando la testa e salutandola con queste parole: Salute a te, Signora Oriente. E lei vi rispondeva: State bene, brava gente. La suddetta Oriente istruisce i membri della sua compagnia su qualsiasi problema le pongano e predice le cose future e quelle nascoste; insegna a voi della compagnia i poteri delle erbe e, dai segni che le presentate, vi fa vedere tutte le cose che chiedete riguardo malattie, furti o malefizi. E così vi insegna a fare e trovare che ogni cosa da lei mostrata è la verità (…) Dicesti che in quella compagnia si uccidono animali e se ne mangiano le carni. Gli ossi però vengono riposti nella pelle e la Signora, con una bacchetta che tiene in mano con un pomo, percuote la pelle degli animali uccisi e questi subito risorgono. Dicesti inoltre che la Signora e la sua compagnia si recano nelle case e qui mangiano e bevono e si rallegrano molto se trovano case pulite e ordinate; allora la Signora dà la sua benedizione alla casa. Dicesti poi che voi di questa compagnia non nominate Dio quando vi trovate assieme né quando decidete di recarvi alle riunioni. Interrogata se lei si fosse data al demonio, risponde affermativamente" (Frate Beltrame, inquisitore).





Tra il 1320 ed il 1350 più di mille persone furono denunciate per stregoneria, e fra di esse vi è un caso particolare . Anne-Marie de Georgel, una popolana di Tolosa, dopo ripetuti interrogatori, aveva confessato la sua regolare partecipazione ai sabba della zona, invitata da un demonio “tutto nero e vestito con pelli animali“.

I sabba erano presieduti, in concordanza con le altre confessioni, da un “caprone gigantesco” (veniva indicato come Satana) a cui le streghe si concedevano in cambio di segreti su piante, filtri e formule magiche, generalmente il tutto veniva contornato da pratiche necromantiche.



La donna fu lasciata libera a seguito del suo pubblico pentimento, ma il “culto” del caprone da allora divenne un tema sempre più centrale, sinonimo stesso di “sabba”.
 

Nel 1384 e poi nel 1390, due donne, Sibilla de Laria e Pierina de Bugatis, furono processate davanti all'inquisitore di Milano con l'accusa prima di superstizione, per aver partecipato al cosiddetto gioco di Diana, e in seguito di stregoneria. Dopo esser state sottoposte a tortura, le due imputate confessarono che nei riti ai quali avevano partecipato, accanto alla "domina ludi" aveva preso parte lo spirito “Lucifello”, ossia il demonio, e per questo furono condannate al rogo.

"Diana è la Regina delle Streghe; è associata a Erodiade (Aradia) nelle sue relazioni con la stregoneria; generò un figlio da suo fratello il Sole (Lucifero); come divinità lunare è in qualche modo associata a Caino, che è prigioniero sulla luna. Le streghe di un tempo erano persone oppresse dal regime feudale che tentavano di vendicarsi in ogni modo e che facevano orge in onore di Diana che la Chiesa definiva come l'eredità di Satana

In "Aradia, o il Vangelo delle Streghe", Charles Godfrey Leland descrive le prime streghe come schiave sfuggite ai propri padroni che iniziano delle nuove vite come "ladre e persone malvagie". Diana manda loro sua figlia Aradia per insegnare a queste ex schiave la stregoneria, della quale possono usare la potenza per "distruggere la malvagia stirpe degli oppressori". Le allieve di Aradia diventano così le prime streghe e perpetueranno l'eredità di Diana. Leland si ispirò ad un manoscritto che viene attribuito alle ricerche di una donna italiana chiamata Maddalena. Secondo lo studioso del folklore Roma Lister, contemporaneo e amico di Leland, il vero nome di Maddalena era Margherita Taleni o Zaleni, e si trattava di una "strega" fiorentina che sosteneva di essere di discendenza etrusca e di conoscere gli antichi rituali. Nell'appendice Leland commenta "Credo anche che in questo Vangelo delle streghe ci sia un credibile abbozzo perlomeno della dottrina e dei riti osservati durante i sabba. Adoravano divinità proibite e praticavano riti vietati, ispirati tanto a una forma di ribellione contro la società quanto alle loro passioni personali".[5]
Sabina Magliocco ha teorizzato che prima di essere utilizzata nel Vangelo di Leland, Aradia era in origine una figura soprannaturale del folklore italiano, che fu in seguito fusa con altre figure folcloristiche come la sa Rejusta della Sardegna.
Raven Grimassi, autore di numerosi libri sulla Stregheria la presenta sia come un'antica dea, sia come fondatrice della "Vecchia Religione italiana".
"Sarete liberi della schiavitù! E così diverrete tutti liberi! Però uomini e donne Sarete tutti nudi, per fino. Che non sarà morto l'ultimo Degli oppressori e morto..." (Vangelo delle Streghe)
Secondo Mircea Eliade, i sabba medievali esprimevano una protesta radicale contro la situazione religiosa e sociale al tempo dell'inquisizione, rivendicando il bisogno di festa primitiva e il recupero della libertà pagana. Era un modo di riappropriarsi del proprio ritmo vitale ed entrare in contatto con le forze magiche della natura. 
Tutte le pratiche conosciute del rito sabbatico, presentano caratteristiche comuni: un unguento da spalmare sul corpo (una sostanza psicotropa mista); abiti discinti o nudità; corone di foglie; celebrazione in luoghi sacri al paganesimo; banchetto ricchissimo (forse con pratiche omofagiche); danze sensuali e atletiche; un albero come punto focale delle danze rituali; fuochi; un calderone; rapporti sessuali; musica frenetica; presenza preponderante di donne (le streghe). Sono evidenti i numerosi punti di contatto con l'antico rito dionisiaco.

Riguardo l'unguento allucinogeno, non se ne conoscono con esattezza gli ingredienti. I più propendono per la mandragora e per il Bufo Marinis (un particolare "rospo allucinogeno" tanto caro all'iconografia stregonesca). Della mandragora, già gli antichi greci conoscevano le proprietà psicotrope e afrodisiache, atte anche a stimolare la fertilità. In Romania, la mandragora, in alcune zone (Monti Apuseni, Transilvania), veniva raccolta solo da donne, che per officiare il rito della raccolta dovevano essere nude. 




«Ascolta, padre, figlio di Crono, Sabazio, demone glorioso, che Bacco Dioniso, dal suono rimbombante, Eirafiotehai cucito nella coscia, affinché portato a termine andasse al sacro Tmolo presso Ipta dalle belle guance. Ma, beato, protettore della Frigia, re supremo di tutto, benevolo vieni soccorritore a coloro che celebrano i misteri»  
(Inni Orfici)

Alcuni studiosi tendono a far derivare la parola sabba dal culto del dio Sabazio, una divinità originariamente adorata in Tracia e Frigia attraverso un culto a carattere orgiastico e misterico. Nell'arte figurativa è ricorrente l'immagine del banchetto mistico da lui presieduto. Il culto misterico di Sabazio si diffuse poi anche nell'Impero Romano dalla Grecia, ma soprattutto dalla Siria, in cui Sabazio era identificato dalla comunità ebraica con Sabaoth, il dio biblico degli eserciti.

"Sabazios... is the same as Dionysos. He acquired this form of address from the rite pertaining to him; for the barbarians call the bacchic cry 'sabazein'. Hence some of the Greeks too follow suit and call the cry 'sabasmos'; thereby Dionysos [becomes] Sabazios. They also used to call 'saboi' those places that had been dedicated to him and his Bacchantes... Demosthenes [in the speech] 'On Behalf of Ktesiphon' [mentions them]. Some say that Saboi is the term for those who are dedicated to Sabazios, that is to Dionysos, just as those [dedicated] to Bakkhos [are] Bakkhoi. They say that Sabazios and Dionysos are the same. Thus some also say that the Greeks call the Bakkhoi Saboi."[19]


Sabazios - Wikipedia

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